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il foglio sportivo

Viva il calcio italiano, rimasto il solito vecchio stronzo

Roberto Perrone

Elogio dei dirigenti di Serie A che durante il lockdown non hanno finto come noi di essere più buoni

I primi a mollare, ça va sans dire, sono stati i politici. La “solidarietà nazionale” appartiene alla (beata) Prima Repubblica. Qualche giorno di “non facciamo polemiche”, di “c’è bisogno di tutti”, di “non si può speculare sui morti” e poi via, a tirarsi randellate con ogni oggetto contundente a portata di mano, a cominciare proprio dai morti. I virologi hanno resistito qualche ora in più, poi, quando hanno capito la potenza della televisione (“la televisiun la g’ha na forsa de leun”, Enzo Jannacci) se le sono date di santa ragione pure loro. Gli unici che hanno mantenuto una sana coerenza, senza sconti, sono stati tutti coloro che gravitavano, e gravitano, attorno al calcio. In primo i luogo presidenti, a seguire dirigenti, calciatori, tifosi e giornalisti. Sia lodato il football italiano, l’unico settore della vita sociale a non precipitare nell’inconcludente retorica dell’andrà tutto bene. Per qualche momento, in tutta la vicenda Covid, qualcuno degli appartenenti agli altri segmenti dell’umanità di questo paese, ha cercato di manifestare empatia, di riunire e non di dividere. Poi ha mollato, più o meno dignitosamente. Ma loro no, loro sono stati formidabili, antipatici come sempre, nemici dal più profondo del cuore, complottisti inveterati. I presidenti dei club non hanno tentato di remare dalla stessa parte neanche per scherzo. Neanche un minuto di amore, sovvertendo Mogol-Battisti. Un amico che ha un ruolo importante in una società importante, ha assistito a una riunione di Lega via Skype o Zoom o quel che è. “Tu non immagini quello che ho sentito. Imprenditori con migliaia di dipendenti che ragionavano come i peggiori tifosi. Neanche al bar sport”. Fantastici. Hanno cominciato quando si pensava che il calcio avrebbe chiuso per un paio di settimane e sono ancora qui a saccagnarsi ora che le partite riprendono. Il calcio non si si è fatto mancare nulla, rivelazioni e inchieste (postdatate) delle Iene comprese. Il ruvido (eufemismo) Cellino, l’algido Agnelli, l’assente Pallotta, lo straripante Commisso, sono rimasti insopportabili gli uni agli altri (e a noi tutti) nella buona e nella cattiva sorte, senza arrischiarsi a essere equi e solidali. Il calcio ha avuto un grande merito: la mancanza di ipocrisia. Ha litigato su tutto e lo sta ancora facendo. Il calcio è in un perenne stato di belligeranza e ha mantenuto elevato il livello dello scontro. Conventicole, sospetti, colpi bassi, furbate, tentativi di piegare l’emergenza ai propri interessi. En plein air, senza camuffamenti, senza infingimenti. Lotito, che accarezza il sogno scudetto, sarebbe tornato in campo due mesi fa. Cairo, che vede il Toro sull’orlo del baratro, voleva chiudere classifica e burattini. I rampanti della serie B minacciavano/minacciano il ricorso ai tribunali del regno se non li ammetteranno alla tavola imbandita al piano di sopra in caso di stop definitivo. “Stagione falsata” era l’espressione più usata i questi mesi e ora esploderà con la monotonia di un tormentone estivo.

  

Non si sono fatti mancare nulla. Ma meglio il calcio, con la sua cialtronaggine senza filtri, della partecipazione collettiva ai drammi, alle distruzioni causate dal virus, dell’inesistente “popolo”. Certo, ci sono stati grandi e piccoli episodi di generosità. Ma dovrebbero migliorare i rapporti umani, invece resteranno una tantum e non purificheranno l’aria che si respira in questo paese. Abbiamo finto una reciproca solidarietà, un rispetto l’uno dell’altro che non nutriamo. Applaudivamo dalle finestre i suonatori di tromba e cantavamo tutti insieme manifestando una vicinanza che non praticheremo più. Ci dicevamo l’un l’altro che sarebbe andato tutto bene, ma era un rito scaramantico fine a se stesso. Le canzoni, le trombe, i balconi. Tutto finito dopo poche settimane. Ma è andata peggio ai bambini che prima ci hanno commosso con i loro lenzuoli, i loro disegni colorati, come protagonisti di spot strappalacrime di gestori telefonici, pasta e supermarket, poi hanno ripreso a infastidirci. Con la bella stagione, chiusi scuole e oratori, con i parchi contingentati (che svergognata quella maestra toscana che si è messa a leggere favole ai suoi piccoli alunni), i bambini sono scesi nei cortili e nei giardini. E allora giù acqua e insulti dai balconi, e lettere all’amministratore. Come nel mio condominio. Inneggiavamo ai medici e agli infermieri in prima linea contro il Covid. Bravi, eroici. But not in my back yard, cioè non nel mio palazzo, cari, che mi portate il virus dopo aver passato tutte quelle ore con i malati. Come è finito tutto, o quasi, abbiamo ricominciato da dove avevamo lasciato, accoltellandoci nei weekend per uno sguardo di troppo, litigando per i parcheggi, saltando le file, guidando nel peggiore dei casi ubriachi e/o drogati o, nel migliore, come piloti di F1 che hanno scambiato la A1 per Silverstone.

  

Sia lode dunque al football che non ha promesso un cambiamento impossibile e ha continuato imperterrito a litigare e a fare maneggi. Pessimo prima, pessimo adesso. Ma coerente, vivaddio.

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