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Il sogno numero due di Peter Sagan

Il tre volte campione del mondo inizia in Argentina, alla Vuelta a San Juan, la sua decima stagione tra i professionisti. La meraviglia del potere che lo slovacco ha portato nel ciclismo

26 Gennaio 2020 alle 06:05

Il sogno numero due di Peter Sagan

foto LaPresse

“Ascolta / una volta un giudice come me / giudicò chi gli aveva dettato la legge: / prima cambiarono il giudice / e subito dopo / la legge. / Oggi, un giudice come me, / lo chiede al potere se può giudicare. / Tu sei il potere. / Vuoi essere giudicato? / Vuoi essere assolto o condannato?”.

 

 

Il sogno numero due iniziò dieci anni fa, il 19 gennaio 2010. Iniziò in Australia, al Tour Down Under. Finì come finì, con un ventottesimo posto nella classifica generale e due volte tra i dieci in quella di tappa: terzo a Stirling e quarto a Willunga. E la certezza, almeno per chi lo aveva visto pedalare, che quel ragazzino lì avrebbe avuto una carriera mica da niente. Aveva nemmeno vent’anni allora Peter Sagan (è nato il 26 gennaio 1990) ed era uno dei tanti ragazzi che si affacciavano al mondo del professionismo. Eppure, già allora, era palese che non potesse uno dei tanti. Michael Jakobs, all’epoca nella giuria della corsa australiana, disse a VeloNews che “quel ragazzino ha qualcosa di diverso da tutti gli altri. Una sorta di entusiasmo dilagante, una meraviglia negli occhi e nella pedalata. Non so se diventerà un campione, molte volte ci vuole poco per rovinare una carriera, anche di un fenomeno, ma ha le capacità per diventarlo. E se lo diventerà potrà rivoltare questo sport da cima a fondo”.

 

Michael Jakobs aveva visto giusto. Peter Sagan è diventato un campione e ha rivoltato il ciclismo da cima a fondo.

 

Dieci anni dopo quella corsa lo slovacco si ritrova in Argentina, al via della Vuelta a San Juan, pronto per una nuova stagione, con la voglia di tornare a non avere nessuno davanti, dopo una stagione complicata, meno vincente delle altre, sicuramente sotto le attese. O almeno le sue. Perché ciò che è diventato chiaro in questi dieci anni è che non importa se Peter Sagan vinca o non vinca, ciò che è importante è che Peter Sagan sia al via di una corsa. E non per ragioni di marketing, di spettatori, di visibilità mediatica – o almeno non qui. C’è qualcosa di più importante e questo qualcosa è riassumibile in una parola: potere. Potere di rendere imprevedibile una corsa. Potere di rendere eccitante una corsa. Potere di essere, in un modo o nell’altro protagonista. In pochi in tutta la storia del ciclismo hanno avuto questo potere. Tra questi c’è Sagan.

 

È qualcosa che non ha nulla a che vedere con il numero di vittorie, sebbene di vittorie Sagan ne abbia conquistate diverse, 113. Ci sono ciclisti in attività che hanno vinto più dello slovacco, ma che, nonostante il numero di successi non riescono a generare un’aspettativa simile a quella che crea il tre volte campione del mondo.

 

  

  

A contare è altro. È la capacità di poter rivoluzionare, in un modo o nell’altro, la corsa a renderlo speciale. La possibilità che qualcosa possa accadere, l’esistenza di una variabile impazzita capace di erodere alle fondamenta ogni certezza di corsa. Una variabile che molte volte rimane una variabile muta, ma che quando si palesa genera un grande ohhh capace di far dimenticare ogni cosa. Anche il risultato finale della corsa.

  

Basta ritornare indietro nel tempo sino 18 marzo 2017. Mancavano circa sei chilometri (6,3 per chi ha amori statistici) al traguardo della Milano-Sanremo, quando Sagan si alzò sui pedali, accelerò, si guardò indietro, rimase solo. Che poi lo raggiunsero Julien Alaphilppe e Michał Kwiatkowski e che quest’ultimo vinse la Classicissima non importa, è qualcosa quasi di trascurabile. L’importante era che Sagan avesse staccato tutti, fosse solo per poche centinaia di metri. 

 

  

E la stessa cosa si è riproposta qualche mese dopo in terra di Fiandra. Mentre Philippe Gilbert stava portando a termine il suo capolavoro, lo slovacco, che inseguiva a un minuto a una ventina di chilometri dal traguardo, finiva a terra sul pavé a causa di una felpa di un tifoso messa dove non doveva essere messa, ossia a cavallo della transenna. 

 

  

Probabilmente il gruppo inseguitore non sarebbe mai riuscito a raggiungere il vallone, troppo il vantaggio e troppo meravigliosa la cavalcata di Gilbert, ma nella testa della maggior parte degli appassionati non si leverà mai il dubbio di un possibile riaggancio (quasi, se non de tutto, impossibile). 

 

Perché Sagan ha insegnato una cosa in questi dieci anni di ciclismo: nulla è impossibile, tutto può accadere, a patto che in gara ci sia il tre volte campione del mondo. 

 

Lo sa bene Chris Froome che inseguì quella che sembrava una follia e che invece si rivelò un’intuizione eccellente. Era il Tour de France, era il 2016, era l’undicesima tappa quando lo slovacco si gettò nel vento con Maciej Bodnar alla ricerca di qualcosa che nemmeno loro sapevano potesse esistere davvero. Verso Montpellier si gettarono nell’ignoto, un ignoto che pure Geraint Thomas e il keniano d’Inghilterra trovarono eccitante. Frantumarono il gruppo. Guadagnarono solo una manciata di secondi, ma tant’è, fu un’azione talmente estemporanea da risultare eccezionale. 

 

Estemporaneo come è Sagan, capace di vincere volate al Tour de France e Classiche, in pianura e in cima a degli strappi, di tenersi dietro sprinter e uomini da pavé. E pensare sempre che il ciclismo non è solo corsa, ma anche un rapporto strettissimo con i tifosi che affollano i bordi delle strade. Lo slovacco in questi dieci anni ha impennato a favor di tifosi, ha stretto mani, ha sorriso, ha firmato autografi in corsa (quando la possibilità di vittoria era già svanita), è riuscito sempre a non distanziarsi da chi lo è venuto a incitare. Come quando a Quimper, al Tour de France del 2018, dopo aver vinto la quinta tappa della Grande Boucle, ha trovato il tempo e il modo di salutare un bambino che chiedeva la sua attenzione, chiedendo scusa per non potersi avvicinare in quanto “braccato” dai bodyguard dell’organizzazione.

  

 

Peter Sagan alla Vuelta a San Juan compirà dieci anni di carriera. La speranza, impossibile da realizzarsi, è che ce ne siano altri dieci. Quello che fortunatamente ci è stato concesso è che quando deciderà di salutare il mondo del ciclismo professionistico, magari per ritornare al suo primo grande amore, la mountain-bike, ci saranno dei corridori cresciuti nel suo mito e capaci, già da ora, di vivere la bicicletta nel modo che si confà meglio alla bicicletta: con un sorriso. Forse anche per questo Sagan, il potere, non chiederà mai di essere assolto, ma si prenderà la colpa di aver riportato un po’ di gioia nel ciclismo.

 

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