Mourinho è tornato. Al Tottenham arriva la nemesi di Pochettino

Giovanni Battistuzzi

Mou sulla panchina degli Spurs dopo l'esonero dell'allenatore argentino che nella scorsa stagione aveva raggiunto la finale di Champions League

La sua assenza su di una panchina si trasformava in presenza ovunque i risultati non fossero soddisfacenti. Era un ectoplasma vivissimo, come fosse un destino incombente, un (non) necessario spauracchio per la tranquillità altrui. S'era eclissato il 18 dicembre 2018, due giorni dopo la doppietta di Xherdan Shaqiri e il gol di Sadio Mané, al termine di quel Liverpool-Manchester United 3-1 che aveva definitivamente sancito la fine di un rapporto complicato, fatto più di lamentele per acquisti mancati che di vittorie. Quando José Mourinho venne esonerato dai Red Devils fu, per una gran parte di Manchester, una liberazione, una notizia accolta con sorrisi, pacche sulle spalle e condita da qualche dichiarazione fuoriuscita chissà quanto per sbaglio e finita, senza smentite, in prima pagina sul Mirror: “I giocatori sono di nuovo felici, sorridenti e potevano ricominciare ad allenarsi. È stato un cambiamento improvviso ed evidente, come dal giorno alla notte. Una fortuna”. Lo United si affidò a Ole Gunnar Solskjær e quel gruppo “alla frutta”, quella squadra “a cui manca molto per essere da zona Champions” (copyright Mou), infilò sei vittorie e dodici risultati utili di fila, senza comunque riuscire a conquistare il pass per la principale coppa europea.

 

 

Era da allora che Mourinho aveva iniziato a osservare, interessato, le sorti o meglio le sventure altrui, pronto a rientrare nel ballo, perché, come disse lo scorso febbraio alla Bbc, “la pensione è ancora lontana a venire” e “al di là dell'ultima stagione, sono comunque l'ultimo allenatore ad aver condotto una squadra inglese alla conquista di una coppa europea”. Pochi mesi dopo il Chelsea di Maurizio Sarri conquistò l'Europa League e il Liverpool di Jürgen Klopp la Champions.

 

Poco male. Mou continuò imperterrito ad aspettare il suo momento, a guardarsi attorno, a cercare l'occasione giusta. L'avevano cercato in estate alcuni club, ma senza la convinzione giusta, senza forse neppure la voglia di rischiare un vero abbordaggio a una nave che, parola di sir Alex Ferguson, “aveva iniziato a imbarcare acqua”. Un'acqua che però il Tottenham non ha visto, oppure che ha percepito solo frutto di una tempesta passeggera. Il club londinese ha così prima esonerato Mauricio Pochettino, l'uomo che aveva portato gli Spurs in finale di Champions League a maggio, poi ha affidato la panchina a José Mourinho.

 

 

L'obbiettivo è quello di cercare di rimettere in sesto una stagione nata bene, vittoria casalinga con l'Aston Villa e pareggio esterno con il Manchester City, e continuata decisamente sotto le attese, tra tanti pareggi e qualche disastrosa sconfitta, il 2-7 subito al New White Hart Lane contro il Bayern Monaco su tutte.

 

  

Il quattordicesimo posto in campionato, la vittoria che manca dal 28 settembre, almeno in Premier League, sono stati giudicati troppa poca cosa anche da un tipo paziente come Daniel Levy, presidente degli Spurs, uno che dal 2001 a oggi aveva cambiato solo otto allenatori. “Mourinho è uno dei più importanti manager del calcio. Ha una vasta esperienza, può ispirare le squadre ed è un grande tattico. Ha vinto titoli in ogni club che ha allenato. Crediamo che porterà energia e convinzione nello spogliatoio”. Uno spogliatoio che era stato potenziato e allargato in estate dopo tre sessioni di mercato di sostanziale calma piatta. In estate erano usciti dalle casse del Tottenham 114,00 milioni di euro, anche se, almeno per quanto interessava a Pochettino ne sarebbero bastati la metà, quelli per assicurarsi Tanguy Ndombélé, il mediano che il tecnico argentino aveva giudicato “fortemente importante per il progetto”.

 

Per condurre la nave dei Lilywhites Levy ha scelto, forse, la nemesi esatta del precedente allenatore. I compassati silenzi di Pochettino lasceranno spazio all'esuberanza verbale di Mou. Il maniacalismo scientifico dell'argentino lascerà spazio all'improvvisata evoluzione tattica mourinhana. La costruzione del gioco dal basso per privilegiare l'allagamento della squadra e il conseguente gioco sulle fasce dell'ex difensore dell'albiceleste lascerà spazio al centralismo di Mou e alla sua difesa ferrea “palla in avanti e via a rincorrerla”, come ironizzò sempre sir Alex Ferguson.

https://www.ilfoglio.it/contro-mastro-ciliegia/2018/12/18/news/mourinho-un-amore-229835/

 

Una nemesi che però, nel bene o nel male, è incapace di passare inosservata, è incapace di non generare entusiasmo e aspettative. E conseguenze. Levy dovrà dimenticarsi delle poche parole di Pochettino e di quella sua unica e ripetuta richiesta: quella di non cambiare uomini, perché “nel calcio i grandi giocatori contano soltanto se esiste un gran gruppo. E per fare un gran gruppo ci vuole tempo e pazienza”. Levy dovrà abituarsi ad altro. A rapportarsi con un allenatore che, come diceva Bobby Robson che di Mou fu mentore e insegnante, “è un principe”, incline “a grandi visioni di calcio e a grandi voglie da esaudire”.

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