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L'egoismo vincente di Inzaghi per riportare Benevento in serie A

L'allenatore riparte dai campani per rilanciarsi dopo le batoste di Bologna. E le amichevoli estive sembrano dargli ragione

3 Agosto 2019 alle 06:15

L'egoismo vincente di Inzaghi per riportare Benevento in serie A

Filippo Inzaghi (foto LaPresse)

Una caratteristica non è mai cambiata in Filippo Inzaghi: “La cosa che più mi ha colpito è la sua grande voglia di vincere, in lui ci sono la determinazione e la ferocia che aveva in campo”, così Oreste Vigorito, presidente del Benevento, alla presentazione del suo nuovo allenatore. Determinazione e ferocia che poneva in ogni singolo gesto quando si muoveva sul campo. Ancora oggi Inzaghi è l'unità di misura per definire un attaccante pronto a ingannare avversario (e arbitro) sul filo del fuorigioco, implacabile nel punire ogni minimo errore, uno bravo a costruire la propria carriera sulle paure inoculate negli altri. Una vita per il gol che facilmente scivolava nell'egoismo, alla base della rottura con Alex Del Piero alla Juventus (poi utilissima per costruirsi una sontuosa carriera al Milan) e resa plastica al Mondiale vinto dall'Italia nel 2006. Quella contro la Repubblica Ceca è l'unica presenza del centravanti al torneo: entra dopo un'ora e, nel finale, scatta in contropiede, facendosi beffe del fuorigioco alla sua maniera. E segnando alla sua maniera, perché ignora il più libero Barone alla sua destra e infila il 2-0 dopo aver dribblato Cech. Da attaccante vero. Da egoista vero. 

 

Un Mondiale che è anche alla base dell'esperienza a Benevento. Qui lo ha voluto Pasquale Foggia, il direttore sportivo che, quando giocava, faceva parte del gruppo destinato a dare il cambio alla generazione del Mondiale. Foggia era elemento di talento, ma poco continuo: la sua esperienza si chiude nell'arco di tre partite generando però un'amicizia con Inzaghi, che gli regala la maglia del 2006 con dedica. Un rapporto diventato anche professionale, con l'opportunità di offrire all'ex centravanti il rilancio di una carriera da allenatore finora mai decollata. Poteva accadere al Milan, dove il solito Silvio Berlusconi stravedeva per lui. Nel 2014 lo prende dalla Primavera e gli affida una prima squadra costruita tra parametri zero e prestiti. Il miglior marcatore è il dimenticato Jérémy Menez, passato oggi - tra una bizza e l'altra - ai messicani dell'America. Si affacciano in rossonero, tra gli altri, i dimenticati Salvatore Bocchetti e Marco Van Ginkel. C'è persino, da gennaio, Alessio Cerci, mandato indietro con sdegno dalla Liga. Da simili premesse il risultato non può che essere disastroso, un decimo posto che non si vedeva da quasi vent'anni.

 

A Inzaghi allenatore non difetta però l'umiltà. Nasce così l'esperienza a Venezia nel 2016, in serie C e dopo un anno di stop, premiata da una promozione immediata e da una semifinale playoff, risultati propedeutici all'ingaggio con il Bologna la passata stagione. Ma qui, come al Milan, i risultati non arrivano. Inzaghi pensa in grande, con un 4-4-2 che vorrebbe vedere trasformarsi in un 4-2-4. “Se c'è qualità bisogna mandarla in campo”, ripete. Ma la qualità è proprio ciò che manca in casa rossoblù. A fine gennaio viene esonerato dopo uno 0-4 in casa con il Frosinone, con la squadra al terzultimo posto e poi miracolata da Sinisa Mihajlovic, tra pragmatismo e giocatori che improvvisamente si risvegliano, riscoprendosi irresistibili.

 

Serie A nuovamente matrigna e Inzaghi, a sua volta, pronto a ripartire dal basso. La serie B al Benevento sta stretta, dopo avere assaporato il grande calcio per una sola stagione un paio di annate fa e avere fallito ai playoff nell'ultima. Una media di 10.000 spettatori e una passione profonda la rendono una piazza giusta dove ricostruire e ricostruirsi. “Il presidente Vigorito mi ha chiesto di renderlo orgoglioso della sua squadra”, ha detto Inzaghi. E il calcio di luglio, per quanto opinabile, è stato finora confortante, a cominciare dalla vittoria in amichevole sul Napoli dell'antico maestro milanista Carlo Ancelotti. Uomini di qualità ci sono, come Benito Viola e Roberto Insigne, il fratello minore del napoletano Lorenzo. E se seguiranno Inzaghi, tutto sarà possibile.

Leo Lombardi

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