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Drew Brees, il quaterback più forte di Katrina e del proprio destino

Nella sua carriera il numero 9 dei New Orleans Saints ha avuto mille ragioni per mollare. Lo scorso 15 gennaio ha compiuto 40 anni, ed è ancora lì a dimostrare di essere uno dei giocatori più forti in circolazione

17 Gennaio 2019 alle 06:00

Drew Brees

Drew Brees, quarterback dei New Orleans Saints (foto LaPresse)

Seduto a bordo campo, con la testa un po’ stempiata chinata sul tablet, domenica scorsa sembrava un signore attempato alle prese con i grattacapi delle diavolerie moderne.

Qualche minuto dopo, però, Drew Brees, quarterback dei New Orleans Saints, era lì a guidare la rimonta della sua squadra, fino alla vittoria contro i Philadelphia Eagles in una cruciale partita dei playoff.

 

 

Stiamo parlando di football: una disciplina che, nel bene e nel male, mette nello stesso calderone soldi a palate, legnate su legnate, spietata pressione agonistica e strategie intricatissime. Un tritacarne dove la carriera di un quarterback (per capirsi, il giocatore che guida l’attacco) finisce attorno ai 36 anni se va bene.

 

Brees ne ha compiuti 40 lo scorso 15 gennaio, ed è ancora lì a dimostrare di essere uno dei giocatori più forti in circolazione. Qualcuno, numeri alla mano, parla addirittura di uno dei migliori di tutti i tempi. E la sua, in uno sport che vive molto di narrazioni, è una bella storia su cui vale la pena soffermarsi. Anche perché non si tratta della vicenda di un predestinato: per quanto nessuno si sogni adesso di definirlo “troppo vecchio”, non è mancato chi, in 18 stagioni nella NFL, lo ha giudicato troppo basso, troppo rotto, o chi aveva poca fiducia nei suoi Saints, una squadra troppo perdente, in una città troppo devastata dopo l’uragano Katrina nel 2005.

 

Insomma, di ragioni per mollare ce ne sarebbero state tante. E invece lui, una iarda alla volta, di strada ne ha fatta, e soprattutto ne ha fatta fare al pallone. Il 10 ottobre dell’anno scorso è diventato il passatore più prolifico di tutti i tempi, superando le 71.940 iarde lanciate in carriera. Un’impresa difficile da immaginare nel 2001, quando al suo esordio nella massima lega era stato scelto dai Chargers di San Diego per trentaduesimo. Col suo metro e ottanta di altezza, appunto, era considerato troppo basso. Ma Brees evidentemente non ci ha badato molto, e si è conquistato un posto da titolare. Tutto però è stato rimesso in discussione nel 2005, per un infortunio grave alla spalla: il peggiore, si dice, che possa capitare a un quarterback. Tra le righe non era difficile leggerci la fine della carriera. Ma a voler scrivere una storia diversa, ci si è messo anche James Andrews, il chirurgo che lo ha operato. Si racconta che dopo l’intervento, Andrews, abbia detto a Brees: “Io ho fatto la mia parte, ora tocca a te”.

 

 

Certo, il ritorno sui campi non è stato proprio una passeggiata. I contratti che gli venivano offerti parlavano chiaro: nessuno se la sentiva di dare troppa fiducia a un giocatore rotto. Nessuno, tranne New Orleans: forse anche perché dopo il passaggio di Katrina, con ferite e rotture, e soprattutto con la voglia di riscatto, da quelle parti avevano avuto a che fare. E Brees ha ripagato la fiducia, fino a guidare la squadra dove non era mai arrivata prima: la conquista del Super Bowl nel 2009. Una vittoria in rimonta contro i favoritissimi Indianapolis Colts: ancora una volta un rovesciamento del destino. Basterebbe questo per parlare di favola, di miracolo sportivo, e in effetti Brees a New Orleans viene chiamato Breesus.

   

 

Eppure eccolo lì, ancora, a provarci di nuovo. Domenica contro gli Eagles non poteva cominciare la partita nel modo peggiore: il primo lancio subito intercettato, e poco dopo quel pallone scivolato via dalle sue mani durante lo snap, la fase iniziale dell’azione di gioco. Colpa sua? Colpa del centro che gli ha passato male la palla? Se ne potrebbe discutere, e nel football lo si fa. Ma a questo punto, che volete che gli importi a Brees di qualche colpo del fato o di un difensore avversario? C’è ancora una partita da vincere prima della finale, e dall’altra parte del tabellone c’è un’altra leggenda: Tom Brady, quarterback dei New England Patriots, una sorta di Juventus del football americano. Anche lui quarantunenne e detentore di record: 5 Super Bowl in carriera.

Belle storie sportive, anche se, come diceva il celebre allenatore Vince Lombardi (fucina di aforismi), nel football conta bloccare e placcare, e tutto il resto è mitologia.

 

Ecco, queste mitologie in genere nascono nella “red zone”, quella parte del campo che sta tra le 20 iarde e la linea del touchdown. Ma Brees sa bene che questo spazio si sposta continuamente dentro il campo, e a volte anche fuori. Ecco perché sembra avere un pizzico di rincorsa in più quando si tuffa nella mischia per conquistare quell’unica iarda che manca per prendere il primo down. Che poi, i record vanno e vengono, come gli anni. Ma le stempiature sotto il caso non si vedono.

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