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Il calcio non si cambia così

Gli interventi dopo la morte del tifoso dell'Inter e i cori razzisti e i doveri del ministro dell’Interno

27 Dicembre 2018 alle 20:43

Chiudere le curve e far giocare le partite a porte chiuse: come sempre la giustizia sportiva reagisce alla violenza dentro e fuori gli stadi – gli scontri tra ultras interisti (più alleati di Varese e Nizza) e napoletani; buu a San Siro contro il colore della pelle di Koulibaly – con misura che poco o nulla hanno a che fare con pestaggi organizzati e razzismo. Entrambi, razzismo e violenza, sono questioni profonde di ordine pubblico e di morale nazionale: bisogna affrontare queste, non prendere dopo provvedimenti che colpiscono indiscriminatamente tutti, di fatto coprendo criminali e razzisti. I quali sono noti, tanto alle questure quanto ai club. Per questo il ministro dell’Interno Matteo Salvini, che dell’ordine pubblico e delle leggi contro il razzismo è il massimo responsabile operativo e politico, non può scaricare il barile dicendo che se ne occuperà “nella prossima vita, se avrò voglia di fare il capo del calcio”.

 

E’ il momento che Salvini abbandoni l’instancabile product placement con il quale ci informa via Twitter che cosa fa e cosa mangia a ogni ora del giorno, e si dedichi seriamente al proprio compito di governo. Non bastano gli sbarchi, che d’inverno in genere non ci sono: la sicurezza, l’ordine pubblico, la vigilanza e il rafforzamento di norme e leggi di civiltà quali quelle contro il razzismo, sono il suo lavoro. Anzi: il suo dovere. Un dovere duro e impopolare, ma è per questo che il leader della Lega è al governo. Né basta scegliersi il Viminale per moltiplicare i consensi sulla questione clandestini: si è ministri dell’Interno dodici mesi l’anno. Salvini, che è anche un assiduo frequentatore di stadi, non può ignorare i lati oscuri della tifoseria (questure e prefetture possono informarlo in tempo reale) e ancor più della società. Ma è la seconda volta che inciampa sul problema ultras: la prima è stata la passeggiata a San Siro con il trafficante di droga Luca Lucci. Tutti i politici, di destra e sinistra hanno sempre strizzato l’occhio alle curve di stadio per motivi di consenso. Ma il ministro dell’Interno, che è lì per garantire la tranquillità fisica e civica della gente per bene, non può permettersi di essere evasivo e di cavarsela con qualche dubbia battuta.

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Commenti all'articolo

  • lorenzo tocco

    lorenzo tocco

    28 Dicembre 2018 - 15:03

    Per me vanno scissi i due episodi: quello fuori San Siro che è costato la vita ad un tifoso si prefigura come un agguato premeditato, riguarda la questura e non ha niente a che vedere con quanto successo dentro lo stadio. In cui non era solo una sparuta frangia di persone che inveiva contro Koulibaly, come ampiamente documentato. La gestione dello stadio ed il suo interno durante la partita, analogamente a quanto avviene da altre parti in Europa e se non occorrono episodi di violenza come in questo caso, dovrebbe essere di competenza della squadra ospitante, ed esso dovrebbe essere munito, in quanto luogo pubblico, di telecamere quante bastano per riconoscere uno ad uno chi si macchia di atteggiamenti così gravi, in modo da evitare punizioni per responsabilità oggettiva che penalizzano tutti quanti, anche chi va a vedere la partita con famiglia e bambini

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