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Il foglio sportivo

Serie B sospesa: dopo la serie A, il diluvio

Il Tar blocca il campionato cadetto. Ecco tutti i guai del calcio italiano: pochi soldi, sempre meno tifosi. Così muore il calcio di tutti

18 Settembre 2018 alle 16:45

Lamento del tifoso (barese) fallito

Tifosi del Bari (foto LaPresse)

Il presidente del Collegio di Garanzia del Coni, Franco Frattini, ha detto oggi che il Tar del Lazio ha sospeso il campionato di serie B. "È chiaro che se noi dovessimo aspettare la data dell'ordinanza collegiale che il Tar ha stabilito al 9 ottobre vuol dire che fino al 9 ottobre non si giocherebbe la serie B – ha spiegato Frattini –. E questo mi sembra impossibile sotto il profilo della passione sportiva di milioni di tifosi. Quindi venerdì 21 settembre il Collegio di garanzia riesaminerà la questione in una composizione completamente nuova. Non presiederò io ma il componente più anziano d'età. Il Collegio deciderà se la serie B sarà a 22 o 19 squadre. Se si dovesse decidere che la B dovrà essere composta da 22 squadre, lunedì prossimo si deciderà quali saranno le 3 squadre su 6 che dovranno essere ripescate. Noi – ha concluso Frattini – non facciamo politica sportiva ma guardiamo alle norme".

 


 

Di seguito uno degli articoli del Foglio Sportivo del 1° settembre 2018. Il resto potete leggerlo qui.

 


 

Sotto Ronaldo, niente. La serie A che finalmente si è comprata un vestito nuovo, così da poter far rigirare la testa a chi la guarda da lontano, dopo una decina d’anni d’indifferenza planetaria, si volta e non trova nessuno. Settembre, andiamo, è tempo di giocare… Invece, è tutto fermo: serie C e serie D, forse, si dice, ripartiranno il 16; la serie B è ricominciata lo scorso weekend, ma zoppicando, un campionato a 19 squadre per ora, un incredibile numero dispari, ma forse poi ne arriveranno altre, o forse no, vedremo; i tornei femminili non si sa, altro che grande rilancio, le calciatrici per ora anche loro sono ferme, contese a colpi di carta da bollo fra Lega Dilettanti e Federcalcio centrale, senza che nessuno neppure accenni alla soluzione più logica: una Lega dedicata. Il calcio di tutti, quello che ingiustamente viene definito calcio minore, è all’anno zero, e non è detto che il prossimo non sia il meno uno. Zero come i punti con cui ha concluso l’ultimo campionato, in serie C, l’Akragas, squadra da sempre nel cuore degli appassionati più nostalgici, se non altro per le reminiscenze storiche del nome, oltre che perché sulla sua panchina si è seduto un mito come il professor Scoglio. Zero punti: non era mai successo. In realtà ne aveva fatti 15, pur sempre una miseria in 36 partite, ma cancellati da una penalizzazione proprio di 15 punti per irregolarità amministrative.

  

Non ripartirà dalla serie D l’Akragas, perché nel frattempo è fallita. Per la settima volta negli ultimi trent’anni, dopo che fra il 1939, anno della fondazione, e il 1988 aveva vissuto serenamente. Perciò per la settima volta, in soli trent’anni, ha dovuto cambiare nome: ora si chiama Associazione Sportiva Olimpica Akragas (almeno questo è rimasto) e ripartirà, se ce la farà, dai dilettanti della Promozione con una formazione di ragazzini, sempre che non riceva nei prossimi giorni una spintarella verso l’alto da qualche tribunale, sportivo o non, di non si sa quale grado.

 

Sì, perché il calcio di base, il calcio dei senza Ronaldo, non riesce a partire in quanto ostaggio, oltre che di un sistema sempre meno funzionante, pure di una giustizia sportiva che si è finora pronunciata con decisione e tempestività soltanto sull’inviolabilità delle vacanze d’agosto. Le sue, naturalmente. Arrivederci a settembre. Con molta calma, anche. Pazienza se gli stadi restano chiusi. La serie A ha avuto la forza di infischiarsene e ha preso il via benché una delle squadre che la compongono, il Chievo, sia riuscita a evitare una sanzione che avrebbe potuto escluderla, grazie a un cavillo burocratico prima e al chiuso per ferie poi.

 

E’ incominciata anche la B, cambiando il format in corsa: da 22 a 19 iscritte. Tre aventi diritto in meno alla spartizione delle magre risorse per l’altrettanto magra soddisfazione delle 19 golpiste, che hanno approfittato della debolezza del commissario alla Federcalcio, Roberto Fabbricini, un galantuomo gettato da Malagò nella fossa dei leoni e lasciato lì in mezzo, sempre più solo, sempre più esposto.

 

I tre club che mancano alla serie B sono Bari, Avellino e Cesena, le vittime più recenti di un calcio che continua a vivere al di sopra dei propri mezzi. Nelle ultime cinque stagioni sono saltate per aria 39 società. Non soltanto per colpa di management (si fa per dire) inadeguati, se non fraudolenti o malavitosi. Ma perché obiettivamente non ce la si può fare. L’ordinamento calcistico vigente prevede che in Italia vi siano 102 club professionistici (20 in Serie A, 22 in B, 60 in C). In Germania, paese con una popolazione di un terzo superiore alla nostra, ce ne sono 56 (18 in Bundesliga, 18 in Bundesliga 2 e 20 nella loro Serie C). Persino nella opulenta Inghilterra il perimetro dell’area pro è più ristretto (92 società), pur producendo un fatturato complessivo di oltre 6 miliardi, oltre il doppio di quello italiano. Per non parlare di Spagna e Francia che hanno rispettivamente 44 e 40 club professionistici.

 

Fra crac e mancate iscrizioni sono 153 in quindici anni le squadre non ammesse ai campionati cui, per titolo sportivo, avrebbero dovuto partecipare. Dalla Fiorentina all’Avellino, in ordine temporale. O, se preferite, dall’Acireale alla Villacidrese, in ordine alfabetico. Oltre alla Fiorentina, Torino e Napoli sono le più titolate. La Lazio l’ha scampata soltanto grazie a una legge dello stato studiata apposta per salvarla. Diciotto i club recidivi: fra questi la Spal, ora al comando della serie A a punteggio pieno dopo due giornate. Il Gela detiene il record: tre fallimenti in 15 anni. Uno dei botti più fragorosi, a campionato di serie A in corso, è stato quello del Parma, a lungo considerata una società modello. Fra le ultime cadute, la Reggiana, un passato in serie A. Giusto per ricordare che cos’era una volta il calcio italiano di provincia, il suo portiere nel 1993-94 era Taffarel, che a fine stagione avrebbe poi vinto il Mondiale con il Brasile. Non solo: la Reggiana è stata la prima società italiana a farsi uno stadio di proprietà: quello che poi è stato rilevato da Squinzi per il Sassuolo all’asta fallimentare. Sì, perché un conto è avere le idee e un altro la forza per sostenerle: neanche dieci anni dopo l’inaugurazione, la Reggiana fallì per la prima volta nel 2005.

 

Moltissimi capoluoghi di provincia sono rimasti senza pallone: da quando in serie B i ricavi da vendita di biglietti sono diventati così irrilevanti (ormai oscillano fra il 6 e l’8 per cento del totale), avere un maggior numero di abitanti, e perciò di tifosi, è diventato assolutamente marginale. Del resto, la media spettatori oggi si aggira intorno ai 6.500, cioè viene occupato appena il 40 per cento dei posti disponibili. In Inghilterra alle partite di Championship, la loro serie B, sono presenti mediamente 20.084 persone. Nella Bundesliga 2 addirittura 21.739: nella stagione 2016-17 la serie B tedesca ha avuto più spettatori della nostra serie A (21.262).

 

Ma il paragone più calzante è quello con la B italiana degli anni Ottanta, quando gli stadi erano sostanzialmente pieni, gli spettatori il doppio rispetto a oggi. E’ vero, allora non c’era la pay-tv, non si potevano vedere tutte le partite di A, né i campionati esteri. I quotidiani non sportivi del lunedì avevano almeno una pagina dedicata alla B e riportavano tutti i risultati e le classifiche di C. C’era inoltre il limite per gli stranieri. Insomma, i campionati “minori” erano autentici serbatoi per le grandi squadre, che avevano rose molto più ristrette di oggi. Tutti i migliori giocatori crescevano lì. Fra i titolari della nazionale di Bearzot campione del mondo 1982 nove su undici avevano avuto almeno un’esperienza in serie B, in C o persino in D. Nella nazionale di Lippi, campione del mondo 2006, questo numero era sceso a sette su undici. Nella prima nuova Italia di Mancini, a sei.

 

Il declino della serie B è confermato anche dai dati economici. Negli ultimi vent’anni il fatturato medio dei club, al netto delle plusvalenze, è aumentato in termini nominali del 48 per cento, quello delle società di serie A del 240 per cento. Se ci limitiamo agli ultimi dieci anni, cioè a rivoluzione televisiva già consumata, la B è cresciuta del 6,2 per cento, la serie A del 38. Le società della seconda divisione ormai sopravvivono soltanto grazie ai contributi versati dai cugini ricchi, che valgono più dei ricavi da gestione caratteristica – stadio, diritti tv, sponsor e attività commerciali – messi insieme. Quelle di C invece non ce la fanno proprio, se i proprietari a fine anno non coprono le perdite: in media incassano meno di 2,8 milioni e ne spendono più di 4,2.

 

Il 7 settembre si riunirà il Collegio di garanzia dello sport, presieduto dall’ex ministro degli Esteri Frattini, e sapremo, a meno di ulteriori passaggi attraverso la giustizia ordinaria, se la serie B continuerà a 19 squadre, come è iniziata, o se tornerà a 22, come previsto dagli attuali ordinamenti, o se diventerà a 24, come nel 2003-04, quando furono il Tar di Palermo e il Consiglio di stato a imporre il reintegro del Catania e il conseguente allargamento, o addirittura a 25, nel caso venissero accolti tutti e sei i ricorsi delle società che ritengono di avere diritto al ripescaggio. A seguito di queste decisioni, forse, chissà, potranno mettersi in moto anche serie C e D. Così come i campionati femminili, che dipendono da un altro pronunciamento atteso dallo stesso Collegio, una sorte di Corte di Cassazione della giustizia sportiva.

 

Le riforme, nel calcio italiano, avvengono soltanto per caso (o quando sono imposte per via legislativa, vedi diritti tv). Se la B rimarrà a 19, almeno si sarà ridotto a 99 il numero dei club professionistici. Anzi, a 98. Perché è sicuro che alla serie C parteciperà la Juventus Under 23. L’introduzione delle seconde squadre è un’altra di quelle novità che avrebbero dovuto cambiare il presente e il futuro del pallone d’Italia e invece è nata, perdonate l’ossimoro, tardivamente prematura. Tutti la volevano, nessuno è pronto per sfruttarla. Salvo appunto la Juventus, che però ne ha bisogno per utilizzare calciatori tesserati in esubero, più che per testare i giovani in un ambito più competitivo dei campionati Primavera: tanto che il suo ragazzo più interessante, Kean, talento classe 2000, già leader della nazionale Under 19, verrà per il momento tenuto nella rosa della prima squadra (e non giocherà mai). Contrariamente a quanto fa, ad esempio, il Real Madrid, che il gioiello brasiliano Vinicius, altro diciottenne, pagato 45 milioni, l’ha mandato per il momento a giocare in serie B (non in C) con la sua seconda squadra.

 

Intanto si è appreso che in settimana il proprietario del Rimini, club di serie C, ha ceduto il 25 per cento delle quote a un fondo di investimenti sportivi degli Emirati Arabi Uniti, che l’ha pagato in cripto-valuta. Ecco, in effetti, dietro Ronaldo e le magnifiche sorti e progressive della serie A, è rimasto soltanto un cripto-calcio.

 

Gianfranco Teotino, giornalista multiuso, appassionato osservatore dei problemi del calcio e dello sport.

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