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Addio a Gustavo Giagnoni, idolo del Torino che sfiorò lo scudetto

L'ex allenatore è stato sempre un controsenso, uno che si concentrava sull’essenziale, sul campo, sugli aspetti pratici, ma che poi veniva apprezzato e ricordato più per atteggiamenti e eventi extracalcistici

8 Agosto 2018 alle 12:16

Addio a Gustavo Giagnoni che alla tunica preferì il calcio e il colbacco

Gustavo Giagnoni

Non era vanitoso o modaiolo, eppure se lo ricordano tutti come “l’allenatore col colbacco”. Non era violento, eppure se lo ricordano per un pugno a Franco Causio. Gustavo Giagnoni nel mondo calcistico è stato sempre un controsenso, uno che si concentrava sull’essenziale, sul campo, sugli aspetti pratici del gioco del calcio, ma che poi, in un modo o nell’altro, veniva apprezzato più per come si poneva, per quei momenti nei quali “mi si chiudeva la vena e sragionavo”. Proprio come accadde contro la Juventus, quando Causio, che giocava sull’ala vicina alle panchine, andò a sbeffeggiarlo dopo il gol di Cuccureddu e Giagnoni, allora sulla panchina del Torino, gli mollò un destro sullo zigomo. Venne espulso, una volta uscito dal campo però venne portato in trionfo dalla tifoseria granata. Era il 9 dicembre 1973, il Toro perse 1-0 e il suo allenatore non fu mai amato così tanto. Neppure il secondo posto in campionato di due anni prima a un punto dai bianconeri, neppure il cosiddetto tremendismo granata, la squadra che correva, lottava, menava e non si arrendeva, poté competere con quel pugno. Gustavo Giagnoni passò una vita a ripetere che non era mai stato fiero di quello che aveva fatto, ma nessuno gli badò, perché era già diventato simbolo della squadra del popolo che si rivolta a quella dei padroni, e contro i simboli non ci si può fare niente. Giagnoni negli ultimi anni iniziò a scherzarci su. Ha smesso oggi, a Mantova, la città che lo aveva adottato, quella che ha amato più di tutte.

 

  

A Mantova si era ritrovato seguendo il pallone e scappando dalla tonaca. I suoi genitori lo avevano mandato in seminario, lo volevano prete, ma Giagnoni alle messe religiose preferiva quelle laiche della domenica pomeriggio, quelle che si celebravano in un campo non sempre verde. Quando lo vide giocare in parrocchia l’ex ala sinistra della Nazionale italiana campione del mondo nel 1938, Gino Colaussi, lo volle all’Olbia. Sosteneva potesse diventare un grandissimo, perché “aveva quella dote rara di posizionarsi in campo nel modo più utile alla squadra”. Da Olbia partì e scese prima a Reggio Emilia, in quarta serie, poi si trasferì a Mantova, sempre in quarta serie. Pensava di essere il Lombardia, si ritrovò in Brasile. Perché con Edmondo Fabbri in panchina quella squadra aveva iniziato a giocare così bene che sembrava di vedere la Seleçao, anche perché la seconda maglia della formazione agevolava il confronto, quanto meno cromatico: gialla e verde. La chiamarono il "Piccolo Brasile" e Giagnoni guidava la difesa, la sistemava come Fabbri ordinava, la rendeva ermetica. In quattro anni si ritrovò in serie A e “nemmeno me ne accorsi. Furono quattro anni incredibili”.

 

Smise di giocare a 32 anni e i dirigenti del Mantova gli proposero di allenare. Partì dalle giovanili, si ritrovò dopo poco in prima squadra. Tre stagioni, una salvezza ottenuta quando pareva disperata, una promozione mancata, la serie A ottenuta sul campo, ma mai goduta. Si trasferì al Torino, rischiò di vincere uno scudetto, ma “con una Juventus iperfavorita dagli arbitri c’è poco da fare. E’ sempre così, ogni tanto giocano in dodici”.

 

Giagnoni non le ha mai mandate a dire. Anzi. Sapeva benissimo come farsi ben volere, aveva occhio e orecchio per capire l’ambiente. Anche per questo è stato amatissimo ovunque è andato, quasi che con lui non contassero i risultati, ma solo la persona. Raccontò a TuttoToro: “Quando giunsi a Torino trovai una situazione davvero poco felice. L’ambiente era sfiduciato e, per molte ragioni, il pubblico era arrabbiato con la squadra. Non avete idea di come possano essere tremendi i tifosi granata quando sono arrabbiati! Ebbene, io mi resi conto di non avere molte alternative: se volevo ‘sopravvivere’ a quell’ambiente dovevo per forza assecondare la carica di agonismo represso che si respirava e dunque iniziai ad assumere un atteggiamento aggressivo ed intransigente che servì, da un lato, a caricare a dovere la squadra e dall’altro a farmi ‘adottare’ dai tifosi cui piacque questo mio volto ringhioso che però, lo ribadisco, non mi appartiene né per carattere né per cultura”.

 

Poi arrivò il colbacco. O meglio poi si accorsero del colbacco. Perché quel colbacco Giagnoni se lo portava in giro da Mantova – “fu un regalo di un amico mantovano perché sapeva che con il freddo mi faceva male la testa” – ma soltanto a Torino divenne un oggetto sacro, forse scaramantico, sicuramente identitario. “I tifosi, conquistati dal mio atteggiamento che, ripeto, dovetti quasi per forza assumere, iniziarono addirittura ad indossare in massa il colbacco che portavo in quanto a Torino il clima d’inverno mi risultava freddo. Divenne una specie di ‘moda da stadio’ e, quando me ne resi conto, fui costretto ad assecondare questa moda indossando il colbacco anche quando, francamente, non sarebbe stato strettamente necessario”.

 

A Torino Giagnoni visse il suo periodo migliore, una cosa sola con i suoi uomini, con i tifosi, con la città. Il suo calcio per funzionare aveva bisogno di questo, perché era fatto più di identità e sacrificio che di tattica, più di voglia di non mollare che di schemi. Passò per il Milan, per il Bologna, per la Roma, per un’altra decina di squadre, ma non funzionò mai. Prima di salutare la panchina si ritrovò nel febbraio del 1990 a Cremona. Lì riuscì nell’impresa di riportare in serie A una Cremonese che stazionava a metà classifica senza grandi ambizioni. L’ultimo colpo da maestro, prima del finale triste dell’ennesima retrocessione. Dalla panchina si spostò in un ufficio del club e non volle più allenare nonostante le offerte ricevute. Anni dopo, intervistato dalla Rai si stupì che ancora in molti lo chiamassero: “La cosa incredibile è che mi vorrebbero ancora. Non si sono dimenticati di me”. Difficile dimenticarsi di uno come Giagnoni.

 

Quando divenne allenatore del Torino nel 2005, Gianni De Biasi lo indicò addirittura come modello: “Mi ispiro a Giagnoni. Ho imparato a conoscerlo e ad apprezzarlo a Palermo, quando sono stato suo giocato­re: stagione 1983-’84. Il mister amava il dialogo e il confronto con i suoi giocatori, era sangui­gno e irascibile, come credo di essere io. Anzi: come ero io, l’e­sperienza ha un po’ placato i bollori ardenti. Giagnoni non scendeva a compromessi, era genuino ma sapeva farsi ri­spettare: una figura vecchio stampo, tuttavia penso che cer­ti valori non passino mai di moda”.

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