Stiamo perdendo la serie C

Francesco Caremani

Tra società che falliscono e difficoltà di reperire fondi la terza categoria del calcio italiano è vicina al default. Intanto l'avvio del torneo è stato rinviato e può slittare ancora

L’ultimo gradino del professionismo del calcio italiano dopo anni di crisi e fallimenti, oltre centocinquanta i club scomparsi e centotredici quelli non ammessi al campionato dal 1986 a oggi, è arrivato all’impasse totale. L’assemblea dei club, riunitasi lunedì 6 agosto, ha deciso di rimandare la prima giornata al 2 settembre e si riunirà il 22 di questo mese per definire i calendari 2018-19. Ma è probabile che la stagione possa slittare ancora: “Molte squadre hanno già fatto richiesta per ottenere finestre di mercato extra poiché sono in mezzo a due categorie. E allora slitterà pure la seconda giornata”, ha detto Gabriele Gravina, presidente della Lega Pro dal dicembre 2015.

 

Il programma di riforma di Gravina poggia su sei punti imprescindibili:

1. trasformare la C in un campionato semiprofessionistico;

2. rivedere la legge 91 dell’81, che regola i rapporti tra società e sportivi professionisti;

3. il credito d’imposta, 50 per cento sui settori giovanili e 50 per cento sulle infrastrutture;

4. pagamento delle valorizzazioni previste dall’articolo 103 del NOIF (Norme organizzative interne della Figc) nel corso dell’anno e non in quelli successivi;

5. inserimento della figura dell’apprendistato professionalizzante;

6. adozione di un rating per avere garanzie di solvibilità, nel breve come nel lungo periodo, da chi vuole investire nel calcio.

 

In serie C sono finiti i soldi, non da ora, nonostante le piccole riforme effettuate: dall’eliminazione della C2 (Seconda divisione) alla riduzione del numero di squadre, attualmente dovrebbero essere 56. I debiti dei club sono pari al 90 per cento circa del fatturato e il rapporto tra costo del personale tesserato e fatturato netto si aggira intorno all’80 per cento. Le regole così come sono non funzionano e chi investe in una stagione può arrivare a perdere anche un milione di euro. I club chiedono una nuova governance federale che avvii un sistema di norme che diano certezze e garanzie a chi decide d’investire nel calcio, le risorse dai diritti televisivi della ex legge Melandri, in rispetto dei principi normativi, e una riforma dei campionati che renda sostenibile la serie C, non oggi, non domani, ma negli anni a venire. Insomma, se da una parte c’è chi acquista Cristiano Ronaldo e chi sogna Modric, sotto il tappeto il sistema calcio italiano si sta sgretolando: “Catania, Novara e Siena fanno parte o no di questo campionato? E poi il Bari, a che titolo pretende di ripartire immediatamente dalla C dopo essere fallito?”, ha sbottato Gravina. E gli organi competenti? Rimandano le udienze, e quindi le sentenze, in barba ai tempi sportivi. Eclatante il caso del Chievo che il 18 agosto affronterà la Juventus di CR7 a Verona e il tribunale solo il 12 settembre.

 

La serie C è da sempre al centro di annose disquisizioni su come riformarla. Gravina ha detto la sua, qualche tempo fa c’era chi voleva che diventasse il contenitore del campionato Primavera per crescere i futuri talenti italiani (quando oramai i giocatori stranieri sono dappertutto) e infine è arrivata, perorata tra gli altri da Damiano Tommasi presidente del sindacato calciatori, l’idea delle seconde squadre: “Poi in realtà si iscrive solo la Juventus, il Bari fallisce e tutti quanti lo vogliono acquistare (con quella media spettatori è abbastanza normale, ndr). Dunque cosa si cerca per davvero: le squadre B o le multiproprietà?” incalza Gravina. Il calcio italiano è, fondamentalmente, un calcio di provincia, per decenni ha avuto la B più forte del mondo, l’humus nel quale sono cresciuti i talenti che poi hanno fatto le fortune delle grandi squadre e della Nazionale. All’estero quelle professionistiche sono meno e spesso i campionati inferiori sono vicini alla soglia dell’irrilevanza, soprattutto in Spagna dove le squadre B rappresentano una risorsa immensa per la Liga ma non hanno valorizzato i tornei minori, anzi.

 

Inseguendo la Champions League, il football del futuro, la Nazionale maggiore (fino a un certo punto), in Italia si è persa per strada l’attenzione verso le fondamenta del sistema abbandonandolo a se stesso, per poi dire facciamo alla tedesca, facciamo alla spagnola, facciamo all’inglese e finire regolarmente come Fantozzi che prende in faccia la bottiglia di spumante. Altrove hanno puntato, in maniera diversa, sulla crescita ma senza mettere a repentaglio il movimento. In serie C l’unico introito al netto delle spese resta quello del botteghino, sempre più scarso a parte qualche eccezione, e di certo non aiutano né lo spezzatino delle partite, con date e orari assurdi (recuperi giocati in giorni feriali a metà pomeriggio, per esempio), né gli impianti. C’è infine un aspetto culturale. Ci sono squadre dilettanti britanniche capaci di fare dai 5.000 ai 7.000 spettatori a partita, perché il club, la squadra, è espressione non solo di una città ma di una comunità. Il semiprofessionismo, quindi, ci pare una buona idea, ma per tornare a riempire gli stadi, che alla fine resta l’unica cartina tornasole del successo di uno sport, serve anche altro.

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