cerca

Stiamo perdendo la serie C

Tra società che falliscono e difficoltà di reperire fondi la terza categoria del calcio italiano è vicina al default. Intanto l'avvio del torneo è stato rinviato e può slittare ancora

12 Agosto 2018 alle 06:06

Stiamo perdendo la serie C

Foto LaPresse

L’ultimo gradino del professionismo del calcio italiano dopo anni di crisi e fallimenti, oltre centocinquanta i club scomparsi e centotredici quelli non ammessi al campionato dal 1986 a oggi, è arrivato all’impasse totale. L’assemblea dei club, riunitasi lunedì 6 agosto, ha deciso di rimandare la prima giornata al 2 settembre e si riunirà il 22 di questo mese per definire i calendari 2018-19. Ma è probabile che la stagione possa slittare ancora: “Molte squadre hanno già fatto richiesta per ottenere finestre di mercato extra poiché sono in mezzo a due categorie. E allora slitterà pure la seconda giornata”, ha detto Gabriele Gravina, presidente della Lega Pro dal dicembre 2015.

 

Il programma di riforma di Gravina poggia su sei punti imprescindibili:

1. trasformare la C in un campionato semiprofessionistico;

2. rivedere la legge 91 dell’81, che regola i rapporti tra società e sportivi professionisti;

3. il credito d’imposta, 50 per cento sui settori giovanili e 50 per cento sulle infrastrutture;

4. pagamento delle valorizzazioni previste dall’articolo 103 del NOIF (Norme organizzative interne della Figc) nel corso dell’anno e non in quelli successivi;

5. inserimento della figura dell’apprendistato professionalizzante;

6. adozione di un rating per avere garanzie di solvibilità, nel breve come nel lungo periodo, da chi vuole investire nel calcio.

 

In serie C sono finiti i soldi, non da ora, nonostante le piccole riforme effettuate: dall’eliminazione della C2 (Seconda divisione) alla riduzione del numero di squadre, attualmente dovrebbero essere 56. I debiti dei club sono pari al 90 per cento circa del fatturato e il rapporto tra costo del personale tesserato e fatturato netto si aggira intorno all’80 per cento. Le regole così come sono non funzionano e chi investe in una stagione può arrivare a perdere anche un milione di euro. I club chiedono una nuova governance federale che avvii un sistema di norme che diano certezze e garanzie a chi decide d’investire nel calcio, le risorse dai diritti televisivi della ex legge Melandri, in rispetto dei principi normativi, e una riforma dei campionati che renda sostenibile la serie C, non oggi, non domani, ma negli anni a venire. Insomma, se da una parte c’è chi acquista Cristiano Ronaldo e chi sogna Modric, sotto il tappeto il sistema calcio italiano si sta sgretolando: “Catania, Novara e Siena fanno parte o no di questo campionato? E poi il Bari, a che titolo pretende di ripartire immediatamente dalla C dopo essere fallito?”, ha sbottato Gravina. E gli organi competenti? Rimandano le udienze, e quindi le sentenze, in barba ai tempi sportivi. Eclatante il caso del Chievo che il 18 agosto affronterà la Juventus di CR7 a Verona e il tribunale solo il 12 settembre.

 

La serie C è da sempre al centro di annose disquisizioni su come riformarla. Gravina ha detto la sua, qualche tempo fa c’era chi voleva che diventasse il contenitore del campionato Primavera per crescere i futuri talenti italiani (quando oramai i giocatori stranieri sono dappertutto) e infine è arrivata, perorata tra gli altri da Damiano Tommasi presidente del sindacato calciatori, l’idea delle seconde squadre: “Poi in realtà si iscrive solo la Juventus, il Bari fallisce e tutti quanti lo vogliono acquistare (con quella media spettatori è abbastanza normale, ndr). Dunque cosa si cerca per davvero: le squadre B o le multiproprietà?” incalza Gravina. Il calcio italiano è, fondamentalmente, un calcio di provincia, per decenni ha avuto la B più forte del mondo, l’humus nel quale sono cresciuti i talenti che poi hanno fatto le fortune delle grandi squadre e della Nazionale. All’estero quelle professionistiche sono meno e spesso i campionati inferiori sono vicini alla soglia dell’irrilevanza, soprattutto in Spagna dove le squadre B rappresentano una risorsa immensa per la Liga ma non hanno valorizzato i tornei minori, anzi.

 

Inseguendo la Champions League, il football del futuro, la Nazionale maggiore (fino a un certo punto), in Italia si è persa per strada l’attenzione verso le fondamenta del sistema abbandonandolo a se stesso, per poi dire facciamo alla tedesca, facciamo alla spagnola, facciamo all’inglese e finire regolarmente come Fantozzi che prende in faccia la bottiglia di spumante. Altrove hanno puntato, in maniera diversa, sulla crescita ma senza mettere a repentaglio il movimento. In serie C l’unico introito al netto delle spese resta quello del botteghino, sempre più scarso a parte qualche eccezione, e di certo non aiutano né lo spezzatino delle partite, con date e orari assurdi (recuperi giocati in giorni feriali a metà pomeriggio, per esempio), né gli impianti. C’è infine un aspetto culturale. Ci sono squadre dilettanti britanniche capaci di fare dai 5.000 ai 7.000 spettatori a partita, perché il club, la squadra, è espressione non solo di una città ma di una comunità. Il semiprofessionismo, quindi, ci pare una buona idea, ma per tornare a riempire gli stadi, che alla fine resta l’unica cartina tornasole del successo di uno sport, serve anche altro.

Lascia il tuo commento

Condividi le tue opinioni su Il Foglio

Caratteri rimanenti: 1000

Servizi