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Le improbabili vittorie del Belgio, la nazionale senza nazione

E’ un calderone globalista, il capitano tifava Francia, l’allenatore parla inglese. In Russia ha fatto un percorso perfetto

10 Luglio 2018 alle 10:23

Le improbabili vittorie del Belgio, la nazionale senza nazione

Tifosi del Belgio in Russia per seguire la nazionale (foto LaPresse)

Bruxelles. Il Belgio non è una nazionale. Come può essere una nazionale una squadra che rappresenta un paese senza nazione, uno stato con fiamminghi e valloni in conflitto perpetuo, otto entità federate sovrapposte, tre lingue ufficiali e trecento parlate di sgamo? I cui giocatori si chiamano Lukaku, Batshuayi, Boyata, Carrasco, Chadli, Fellaini, Januzaj, Kompany e solo uno gioca nel campionato belga? Il cui capitano Eden Hazard ammette che da giovane tifava per la Francia? Il cui allenatore spagnolo Roberto Martínez deve parlare in inglese per farsi capire dai suoi giocatori e che è stato ripescato un paio d'anni fa dopo che l’Everton aveva vinto solo una partita su dieci? Le cui strade della capitale Bruxelles sono piene di balconi dove affianco alla bandiera nazionale c’è sempre quella di almeno un altro paese, Spagna, Portogallo, Brasile, Marocco, Turchia, Tunisia, Senegal, Polonia, Svezia, Inghilterra, Germania? I cui bambini nelle scuole fanno il tifo per Messi e Ronaldo, e una figurina Panini di Neymar vale tre volte tanto quella di Hazard? I cui giornali decidono di titolare “L’unione fa la forza!”, motto di un paese perennemente diviso, come sottile messaggio politico per ricordare che in fondo si tratta pur sempre della nazionale del Belgio e se anche gli altri si comportassero così forse la separazione non sarebbe inevitabile? Il cui colosso mondiale della birra AB InBev ribattezza per l'occasione la sua marca Jupiler “Belgium” perché non può scrivere sulla lattina “Belgique” né “België” senza far scoppiare una guerra politica, legale e civile? Il Belgio è troppo surreale per essere una nazionale. Eppure. E invece. Ma forse.

  

   Batshuayi e Fellaini durante un allenamento (foto LaPresse) 

 

Il Belgio non può vincere i mondiali di Russia 2018. Come può vincere una squadra con un inno che fa "On va gagner gné gné gné gné gné gné"? Il cui staff tecnico, oltre all’allenatore spagnolo, comprende il francese Thierry Henry? Il cui portiere dopo aver parato al 93° un incrocio dei pali di Neymar l'unica cosa che riesce a dire è “ohlala!” e “prendere due goal dal Giappone non è simpatico”. I cui consulenti per i dibattiti alla televisione francofona sono per metà francesi, perché di belgi non ce ne sono tanti in giro. In cui una catena di elettrodomestici dovrà rimborsare tutti i televisori venduti in occasione dei mondiali se il Belgio farà altri due goal entro domenica? Il cui allenatore ha deciso di vincere contro l’Inghilterra anche se primo nel girone voleva dire andare a sbattere contro il Brasile invece che con la Svezia? I cui giornali scrivono in prima pagina “Era il Brasile!” perché non ci credono che erano i loro “Petits Belges”? I cui tifosi sono così disillusi da non aver comprato biglietti per la finale del 15 luglio e così le compagnie charter hanno deciso di non organizzare voli per portare i belgi a Mosca domenica? No, il Belgio è troppo surreale per vincere i mondiali. Eppure. E invece. Ma forse.

  

Eppure i Red Devils – Diables Rouges in francese, Rode Duivels in fiammingo, perché altrimenti scoppia una guerra – sono proprio una bella squadra, una “generazione d’oro” di giocatori di grande talento individuale, ma con una straordinaria capacità di giocare collettivo, con un allenatore matto capace di cambiare tattica in due giorni per spiazzare il Brasile e tutti gli altri. E invece di fare come ai Mondiali del 2014 – eliminati dall'Argentina ai quarti per inesperienza – o agli europei del 2016 – cacciati dal Galles ai quarti per troppa supponenza – in Russia finora hanno fatto un percorso perfetto. Primi del girone, dopo un 3 a 0 a Panama, un 5 a 2 alla Tunisia e un 1 a 0 all'Inghilterra. Una rimonta stratosferica contro il Giappone agli ottavi, che Rodrigo Benkens – il Bruno Pizzul belga dalle imperdibili telecronache – ancora non ci crede di non aver avuto un infarto. Il terzo goal sui nipponici al 93° è stato una cavalcata diabolica, lanciata dallo sguardo a sinistra-destra-centro del portiere Thibaut Courtois, 60 metri di corsa di Kevin De Bruyne, che allarga a destra a Thomas Meunier, che crossa al centro verso Romelu Lukaku che, invece di tirare come ogni centravanti che pensa di essere più fico, finta lasciando a Nacer Chadli. E prima c'era stato il goal di Marouane Fellaini, che va su ogni palla come se fosse questione di vita o di morte, e prima ancora il colpo di testa di Jan Verthonghen, tanta difesa e poche chiacchiere, finito per caso nella rete. E ogni volta, a ogni partita, c'è Eden Hazard che corre, dribbla, dirige, dribbla, fa impazzire le difese, passa, dribbla e tira, con Lukaku che corre, dribbla, passa, e uno pensa che Romelu con quel numero 9 debba sempre tirare in porta, ma invece i goal non solo li fa, ma li fa fare. E alla fine uno si chiede perché Hazard, Lukaku e De Bruyne non abbiano ancora vinto il Pallone d'Oro e perché la gente continui a parlare di Messi, Neymayr, CR7. E quindi forse sì domenica a Mosca, anche se nessuno vuole pensare nel piccolo Regno del Belgio a martedì a San Pietroburgo con la Francia, perché va già bene così, come nel 1986 in Messico con Jean-Marie Pfaff e Vincenzo Scifo quando nessuno dei Red Devils di oggi era ancora nato, basta una finalina per il terzo-quarto posto per entrare nella storia, rientrare a casa come eroi della nazione che non c'è, fare la festa per un'altra settimana.

 

La terra ha letteralmente tremato venerdì alle 10 di sera, dopo il fischio finale di Belgio-Brasile. Alle 21.53 l'Osservatorio reale del Belgio ha rilevato un'attività sismica di 6 micrometri al secondo contro 1,5 micrometri al secondo abituali. E' stato il terremoto della gioia, durata tutta una notte, con centinaia di migliaia di persone nelle piazze e nelle vie, nei giardini di casa, lungo le infinite spiagge del Mare del Nord e in aperta campagna. Belgi sì, fiamminghi e valloni, ma anche belgi e non-belgi italiani, spagnoli, portoghesi, marocchini, tunisini, congolesi, brasiliani. Perché quando la Jupiler viene ribattezzata “Belgium” è la sintesi di un paese che non sarà nazione, ma è un calderone umano globalista, tutto un mondo che si ritrova in trentamila chilometri quadrati, allegro nonostante infinite tensioni, undici milioni di esseri umani, ex francesi e ex olandesi, cattolici, musulmani, laici, atei e massoni, immigrati qualche decennio fa dall'Italia, dal Marocco, dalla Spagna e dal Portogallo, o arrivati più di recente dal Senegal, dal Brasile, dalla Tunisia, dalla Cecenia, dall'Afghanistan, dalla Siria, e oggi di nuovo dall'Italia, dalla Spagna, dal Portogallo, alla ricerca di un sogno che quasi manco l'America. Questo oggi è il “Belgium”, una piccola Europa e un piccolo mondo, nell'èra di una globalizzazione dove tutto sembra impazzito e pericoloso, anche se non si è mai stati meglio di così. Un posto dove la gente va inseguendo un sogno, che non è perfetto, ma dove ci stai volentieri, e puoi riuscire. Giovani europeisti che sperano di costruire l'Europa. Italiani che aprono una pizzeria o una lasagneria, e poi un'altra e un'altra ancora. Un brasiliano fa il cameriere nei grandi alberghi per poter diventare fotografo. Un siriano e un ceceno che trovano un rifugio, un lavoro e una vita dopo la guerra.

 

  Romelu Lukaku e gli altri compagni festeggiano per la vittoria contro il Brasile (foto LaPresse)

 

Lukaku lo ha raccontato magistralmente su The Players Tribune. "Posso ancora ricordare mia madre davanti al frigo e lo sguardo sul suo volto. Avevo sei anni e tornavo a casa per pranzo durante la pausa a scuola. Mia madre aveva sempre la stessa cosa sul menù ogni giorno: pane e latte (...). Quel giorno sono tornato a casa, sono entrato in cucina, e ho visto mia madre davanti al frigo con la bottiglia di latte, come al solito. Ma questa volta stava mescolandoci qualcosa dentro. Non capivo cosa stesse succedendo. Poi mi ha portato il pranzo, e sorrideva come se tutto fosse normale. Ma poi ho capito subito cosa era accaduto: stava mescolando acqua nel latte. Non avevamo abbastanza soldi per finire la settimana. Eravamo al verde. Non solo poveri, ma senza un soldo”. Alla fine Lukaku ha detto a sua madre: “Tutto questo cambierà, vedrai, giocherò a calcio per l'Anderlecht, e accadrà presto. Staremo bene e non dovrai più preoccuparti. Avevo sei anni”. E poi a 16 anni è in prima squadra all'Anderlecht, poi a Chelsea, Everton, Manchester United. “Ho giocato ogni partita come una finale”.

 

Lukaku ha raccontato che “quando le cose non andavano bene” i giornali lo chiamavano “il calciatore belga di origine congolese. Se non vi piace come gioco, bene. Ma io sono nato qui, cresciuto ad Anversa, Liegi e Bruxelles (…), inizio una frase in francese, la finisco in olandese e ci metto dentro un po’ di spagnolo, o portoghese o lingala (una lingua bantu, ndr), a seconda del quartiere in cui siamo. Sono belga. Siamo tutti belgi. Questo rende questo paese figo, giusto?”. Ed è così che ti ritrovi con bandiera e cappello nero-giallo-rosso, anche se di calcio non te n’è mai fregato nulla. E sì, nel Belgium c'è Molenbeek da dove è transitato tutto lo jihadismo mondiale. E sì, ci sono i fiamminghi ricchi che non vogliono più pagare per i pigri valloni e costruiscono di nascosto una nazione loro. E sì, ci sono i socialisti francofoni che, clientelari e corrotti fino al midollo, guidano le amministrazioni più inefficienti del mondo. E sì, c’è la “bruxellizzazione” che è una corrente urbanistico-architettonica in cui ti insegnano a distruggere i più bei palazzi storici e costruire una brutta città a casaccio. E sì, piove 300 giorni l’anno. Il Belgium è un nazione che, se sopravviverà ai conflitti tra il nord fiammingo e il sud vallone, prospererà perché fatta di centinaia di nazioni, mescolate, riadattate, riarrangiate all’immagine di una piccola globalizzazione europea e mondiale, ma sempre di buon umore, senza mai prendersi troppo sul serio. La metropolitana di Bruxelles ribattezza la stazione Demey "En Demey Finale" e fa suonare la musica brasiliana per rendere omaggio e consolare gli avversari della sera prima. I brasiliani ballano. E da quando c’è Russia 2018 niente più pioggia, ma tutti giorni di sole.

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