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Ai Mondiali c'è un'Africa che vince e che zittisce i nazionalisti

E' vero, il calcio europeo si conferma ancora il più vincente al mondo. Ma Francia e Belgio, in semifinale martedì, raccontano uno sport che è sempre più specchio della società contemporanea

9 Luglio 2018 alle 19:36

Ai Mondiali c'è un'Africa che vince e che zittisce i nazionalisti

Romelu Lukaku, attaccante del Belgio (foto LaPresse)

Russia 2018 è stato ribattezzato il campionato d’Europa. Per la quarta volta consecutiva, cosa mai accaduta prima, sarà una nazionale del vecchio continente ad alzare al cielo la coppa del mondo, dopo Italia, Spagna e Germania, portando il parziale con il Sudamerica sul 12 a 9. L’edizione numero ventuno del Mondiale ha dimostrato, ancora una volta, come le direttrici del calcio restino due: quella europea, appunto, e quella latinoamericana. Il football nuovo, tanto sponsorizzato, raccontato, atteso, non è ancora vincente. Non lo è quello asiatico, né quello africano e nemmeno quello degli Stati Uniti (che pure si erano auto-pronosticati campioni del mondo entro il 2010). Il calcio europeo sta vincendo su tutta la linea, non solo con i trofei, considerando che ha conquistato le ultime tre edizioni del Mondiale Under 20 e l’ultima dell’Under 17, ma pure con i soldi e quindi assicurandosi i giocatori migliori del mondo.

 

Eppure tra le quattro semifinaliste ci sono due squadre frutto di un incrocio fra etnie diverse, eredità dei rispettivi periodi coloniali. Sono la Francia e il Belgio, che si sfideranno martedì e che già fanno parlare come il riscatto dell'Africa a Russia 2018. C’è chi ha parlato di africanizzazione del football europeo e, volendo forzare il concetto, potremmo metterci dentro anche l’Inghilterra, con una precisazione: non si tratta di calciatori naturalizzati ma nati e cresciuti nel paese del quale adesso vestono maglia, cantano l'inno e sventolano la bandiera. L’ha spiegato bene l’attaccante belga Romelu Lukaku: “Quando vinciamo sono l’attaccante del Belgio, quando perdiamo sono quello di origine congolese”. È l’evoluzione del calcio del Duemila, frutto di società che cambiano, con tutte le contraddizioni e i problemi del caso. Evoluzione dalla quale nemmeno la Germania è sfuggita, tra giocatori di origine ghanese, polacca, tunisina e turca. Mentre da noi in Italia si rincorre la naturalizzazione dei calciatori brasiliani e ci si indigna ancora per Balotelli, l'italiano di colore in Nazionale.

 

Quando nel 2013 la Francia perse 2-0 l’andata dello spareggio per qualificarsi al Mondiale brasiliano, i partiti di destra dettero la colpa ai giocatori di colore. Ci sono troppi immigrati, troppi “stranieri”, in Nazionale e pochi veri francesi, accusava Marine Le Pen, leader del partito nazionalista Front National. Quando poi i Blues vinsero 3-0 il ritorno e si qualificarono, giocarono per onorare la maglia della Francia, certo, ma soprattutto per loro stessi, per riscattarsi. C’è un precedente storico interessante che riguarda il Brasile. A cavallo degli anni Venti del secolo scorso, i verdeoro vinsero due volte la Copa America, grazie anche a un attaccante straordinario come Arthur Friedenreich, figlio di un commerciante tedesco e di una lavandaia afrobrasiliana, autore di oltre mille reti in carriera. Quando il governo brasiliano introdusse la democrazia razziale, una specie di apartheid, vietò ai giocatori di colore di vestire la maglia della Nazionale, che non vinse più niente fino al 1949, anno della sua terza Copa America, conquistata con le reti di Ademir, Jair e Zizinho. Mentre Friedenreich aveva passato il tempo a lisciarsi i capelli e colorarsi il viso con la crema di riso prima di scendere in campo, terminando la carriera nel 1935.

 

Una volta Gianni Rivera disse che il calcio non è né migliore né peggiore rispetto alla società, ma banalmente uguale. C’è una diaspora africana che pochi prendono in considerazione e fa sì che il calcio francese sia seguitissimo in Africa e viceversa (l’attuale Nazionale algerina, per esempio, è composta per la maggior parte da calciatori nati in Francia). E se di queste due scuole, quella europea e quella latinoamericana, la prima sta dimostrando di essere più forte della seconda, poi restano comunque i giocatori, con le loro storie. Ricordargli che sono neri solo quando perdono significa solamente sentirsi rispondere lo stesso quando vincono.

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