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Il Brasile che quando gioca guarda indietro e i luoghi comuni di Nigeria-Islanda

La Seleção senza ordem e progresso batte il Costarica

22 Giugno 2018 alle 20:18

Il Brasile che quando gioca guarda indietro e i luoghi comuni di Nigeria-Islanda

Coutinho esulta per il gol dell'1 a 0 contro il Costarica (foto LaPresse)

Non mi serve aver frequentato un corso di telepatia per corrispondenza. Per capire cosa pensi, mi basta osservare lo sguardo di Willian, fisso nel vuoto mentre è in fila nel tunnel degli spogliatoi in attesa dell’ingresso in campo: s’è improvvisamente accorto che il motto ispirato ad Auguste Comte sulla bandiera del Brasile – “Ordem e progresso” – è menzognero. Non c’è ordine, nella Seleção perfino il capitano viene scelto a caso: oggi è Thiago Silva, contro la Svizzera era Marcelo e magari contro la Serbia sarà Juliana Moreira o Chico Buarque. Non c’è progresso, come sempre il Brasile gioca guardando indietro; anziché cercare di evolversi come squadra coerente si limita a imitare ciò che ci si aspetta che il Brasile faccia, in ciò istigata dai telecronisti. Sandro Piccinini, ad esempio, continua a insistere sulla bellezza del goal di Coutinho contro la Svizzera senza considerare che non per questo è valso più di quello sufficiente al pareggio degli avversari. Coi Paternostri non si governano gli stati, diceva Cosimo de’ Medici, e con l’estetica non si vincono i Mondiali.

 

Ne sortisce un calcio scriteriato che mi stordisce mescolandosi al caldo, alla digestione, alla preparazione delle domande per la terza prova della Maturità e al senso di colpa di guardar partite mentre il resto d’Italia lavora, almeno fino a che Di Maio non lo proibirà del tutto. Nel deliquio, sul divano, si sovrappongono le immagini del precedente del 2002, un Brasile-Costa Rica 5-2 che fu un’accozzaglia di svarioni, rimpalli, abbattimenti e goal di Ronaldo. Qualcuno la battezzò partita più bella di quella sciagurata edizione coreana senza pensare che elogiare una partita perché si segna tanto è come dire che il tricheco è più bello del colibrì perché pesa di più. A inizio telecronaca la Costa Rica (il cui inno ricalca con convinzione l’aria del farfallone amoroso nelle Nozze di Figaro) è al centro della consueta disquisizione quadriennale sull’opportunità di dire invece il Costa Rica. Sono oziosi lambicchi fino a che non accade l’evento chiave per interpretare la partita: su tiro di Coutinho, Acosta s’accovaccia nel tentativo di deviare la palla in porta col gomito. Fallisce ma è chiaro il suo intento di riprodurre l’anonima autorete su tiro di Mueller che decise la medesima sfida a Italia 90, finita con una sola rete nonostante l’impegno del portiere Conejo nell’esibirsi con uscite fuori tempo, piroette, parate in bagher e sofisticate coreografie che si rivelarono la miglior risposta all’approccio brasiliano: se il calcio dev’essere spettacolare, un po’ di circo equestre non guasterà. Giocandosi a Torino, nell’occasione la Costa Rica indossò una maglia di cortesia a strisce bianconere in onore della Juventus; venerdì invece ha optato per una più modesta maglia del Cesena, nonostante che si giocasse a San Pietroburgo. Per questo da brava provinciale ha resistito fino a che, visibilmente sfiancati dagli strilli di Piccinini, i difensori hanno ceduto durante un recupero durato più o meno fino al momento in cui la redazione del Foglio chiude il numero.

  

Alle 17 finalmente è tempo di calcio vero con Nigeria-Islanda che, non essendosi mai affrontate nella storia, mettono in campo armi non convenzionali: la Nigeria indossando una tenuta psichedelica da cui stento tuttora a riprendermi, l’Islanda promuovendo titolare il jolly Rurik Gilason acclamato sui social come giocatore più bello del Mondiale e creando un pericoloso precedente in vista dei tanto strombazzati Mondiali femminili del 2019. Sugli spalti un adulto contende al figlio una palla volata via dal campo ed è il degno contesto di una partita fisica, giocata a viso aperto, a tratti rude e caratterizzata da tutti i luoghi comuni propri dei match di cui non si sa bene che dire (e i cui protagonisti, a giudicare dai lanci lunghi, non sanno bene che fare); fino a che Ahmed Musa non segna su rimessa laterale dell’Islanda poi raddoppia circumnavigando gli avversari come iceberg e io mi metto a sperimentare l’ultima novità tecnologica della casa: “Ok Google, le domande per la terza prova le scrivi tu?”.

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