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Perché Israele vuole far vedere i Mondiali ai paesi arabi

La tv israeliana farà telecronache in arabo delle partite del torneo e le trasmetterà gratis. Gli egiziani sono sospettosi ma contenti: l’alternativa era pagare

17 Marzo 2018 alle 06:00

Perché Israele vuole far vedere i Mondiali ai paesi arabi

Una bambina festeggia la qualificazione dell'Egitto ai Mondiali di Russia 2018. L'ultima volta che la nazionale egiziana aveva partecipato ai Mondiali era nel 1990 (foto LaPresse)

Spendere 45 dollari in una paese dove la somma può equivalere a uno stipendio mensile. Oppure guardare le partite dei Mondiali di calcio gratis, ma sul canale dello storico rivale e vicino di casa israeliano. Chissà se prevarranno le ragioni economiche o quelle politiche in Egitto il 14 giugno al fischio d’inizio della Coppa del Mondo in Russia.

 

Kan, emittente pubblica d’Israele, ha da poco annunciato che trasmetterà anche in arabo telecronaca e commenti di tutti i match di Russia 2018. Oltre all’audience palestinese, l’obiettivo dell’inedita programmazione sembrano essere quei vicini come Egitto e Giordania – con cui Israele ha relazioni diplomatiche – e paesi vicini abbastanza da poter intercettare un segnale ma con i quali la possibilità di un confronto militare diretto resta sempre aperta, come il Libano.

 

L’Egitto è il paese più interessato all’operazione: la sua nazionale si è qualificata ai Mondiali dopo 28 anni (l'ultima partecipazione era stata quella a Italia '90), facendo impazzire una popolazione innamorata del pallone. La tv di stato, però, non ha acquistato i diritti per trasmettere le partite. Come la maggior parte del mondo arabo, gli egiziani si affidano al Qatar quando si tratta di guardare il calcio, con abbonamenti a beIN, servizio dello stesso proprietario di al Jazeera. Ed è qui che una storia di solo pallone si trasforma in geopolitica.

 

 

L’annuncio israeliano di voler fornire gratuitamente lo stesso servizio che al Jazeera dà a pagamento è stato visto da molti nella regione come una sfida diretta al Qatar isolato dal resto del Golfo, Emirati e Arabia Saudita, accusato d’essere sponsor regionale dell’islam politico, dei Fratelli musulmani.

 

Nei delicati equilibri dell’area si individuano negli ultimi mesi impercettibili condivisioni di direzione tra due nemici su carta – Arabia Saudita sunnita e Israele: formalmente tra i paesi non esistono relazioni diplomatiche. Riad non riconosce neppure l’esistenza di Israele, ma la comune antipatia per l’Iran sciita, alleato del Qatar, avvicina i due rivali. “Uno schiaffo benvenuto al Qatar”, così ha detto un commentatore egiziano alla notizia della programmazione calcistica israeliana. L’Egitto, nel torneo regionale politico, fa il tifo per sauditi ed Emirati.

 

Dall’altra parte, non esiste una reale normalizzazione tra Cairo e Israele. Benché i due abbiano fatto pace nel 1979, e i militari egiziani abbiano un rapporto quotidiano e collaborativo con l’esercito israeliano nel tentativo di contenere gruppi jihadisti lungo il confine comune, i sentimenti di popolazione e stampa locale sono rimasti gelidi nei confronti di Israele. I vicini sono sempre al centro delle interpretazioni complottistiche nazionali. Così, per un altro commentatore tv, quell’Ahmed Moussa solidamente pro-regime, le telecronache della tv israeliana potrebbero veicolare messaggi destabilizzanti.

 

Lo stesso giornalista ha più di una volta contrapposto politicamente le due star incontestate del calcio egiziano: Mohamed Salah, stella del Liverpool e idolo della nazionale egiziana, il giocatore che ha segnato il rigore del 2-1 contro il Congo nella partita che ha riportato a ottobre l’Egitto in Coppa del Mondo, e il veterano Mohamed Aboutrika, ex campione dell’Ahly ritiratosi nel 2013.

 

Se Momo Salah è diventato il protetto della stampa di regime, l’egiziano dalle origini umili che porta la nobiltà del paese sui campi di calcio europei – e dona 300mila euro a un fondo di sviluppo creato dal presidente Abdel Fattah al Sisi –, Aboutrika è passato da eroe nazionale a traditore. Il suo endorsement nel 2012 al presidente dei Fratelli musulmani Mohammed Morsi gli è costato l’inserimento sulla lista dei sostenitori del terrorismo e l’esilio. Eppure, forse anche l’euforia nazionale per la qualifica in Coppa del Mondo ha in queste ore spinto la Corte di Cassazione a rivedere la sua sentenza. Il paese attende il suo ritorno, mentre dall’autunno sui social gira l’hashtag #AboutrikaaiMondiali.

 

La storia di Israele che diventa lo schermo sul quale parte del mondo arabo pazzo per il calcio finirà per guardare la Coppa del Mondo è soltanto uno degli episodi in cui in Medio Oriente la politica si fa a colpi di pallone: negli stadi della regione si solidificano o incrinano alleanze.

 

A volte il calcio ha la meglio sulla politica: soltanto il pallone è riuscito infatti ad aprire una crepa nell’embargo al Qatar. Davanti alle lamentele di sauditi ed Emirati, che si sono rifiutati di spedire i propri giocatori a Doha e di riceverne le squadre durante l’Asian Champions League, la Federazione ha imposto il suo rifiuto. E i potentati si sono piegati: togliere ai sudditi il Campionato regionale è forse un rischio che neppure re ed emiri possono permettersi.

 

I reali sauditi hanno optato per la diplomazia del pallone con il vicino Iraq. Qualche settimana fa si è giocata a Basra un’amichevole tra le due nazionali, densa di simbolismi e carica di politica. L’Iraq si è aggiudicato un solido 4 a 1 contro la nazione saudita che si era qualificata per i Mondiali di Mosca, ma il successo più importante è stato quello di immagine. La FIFA infatti decide questo mese se cancellare un lungo divieto di giocare partite ufficiali nel paese, legato ai conflitti lo hanno investito.

 

 

C’è dell’altro però dietro alla partita di Basra. Erano anni che tra Riad e Baghdad le relazioni politiche e diplomatiche erano a pezzi. L’ambasciata saudita ha riaperto soltanto l’anno scorso. Dopo la caduta del rais Saddam Hussein nel 2003, la conseguente emarginazione della minoranza sunnita – una volta élite di governo –, le lotte settarie tra sunniti e sciiti e l’espansione dell’influenza dell’Iran, arcirivale di Riad, i rapporti con l’Arabia Saudita sono precipitati. Il fatto che si sia giocato a Basra, nel sud del boom petrolifero lontano dalle battaglie contro l’Isis, è carico di simbolismo: la città è sciita.

 

La diplomazia del pallone apre così un’èra di disgelo con una telefonata post partita di re Salman al premier iracheno Haider al Abadi, e una promessa: un nuovo, gigantesco stadio di calcio a Baghdad pagato tutto da Riad.

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