La rivoluzione è fallita. Il Vicenza calcio chiude i battenti

Dall'invenzione Lanerossi alla Coppa Italia con Guidolin; dallo scudetto sfiorato grazie ai gol di Paolo Rossi alle invenzioni di Roberto Baggio. Finisce la storia della prima grande provinciale del calcio italiano 

9 Gennaio 2018 alle 21:36

La rivoluzione è fallita. Il Vicenza calcio chiude i battenti

Foto LaPresse

Lo stadio è una bolgia di urla e mortaretti, di urrà e mani che battono. “E domani?”. Alla domanda del giornalista della Rai il calciatore non risponde subito, si guarda attorno, allarga le mani e tira su le spalle, con un viso stupito. "E domani cosa?". Poi, in un secondo e col sorriso: “E domani si festeggia, che altro”. Il senso della domanda però è diverso, il tentativo di estorcere un'informazione che gira tra gli addetti ai lavori, ma ancora non è ufficiale: Jimmy Maini passerà dal Vicenza all'Inter. Ma all'Inter quel giorno il centrocampista romano non pensa, ha altro di meglio da fare. Prende una bottiglia di spumante in mano e ci si attacca. Poi abbraccia la Coppa Italia appena conquistata dalla sua squadra (è il 1997), la bacia, prima di essere scortato per ritirare il premio di miglior giocatore in campo. E non basta. Poche ore dopo arriva pure la prima convocazione in Nazionale. Giampiero Maini all'Inter non ci andrà mai, sceglierà il Milan. Il Vicenza Calcio si consolerà con sei miliardi di lire e il prestito di Massimo Ambrosini. Maini a Milano non sfonderà, il Vicenza neppure, ma ci proverà in tutti i modi.

 

Una vittoria in Coppa Italia è qualcosa di mai visto lassù in provincia, uno di quelli che la gente chiama miracoli. Un miracolo reiterato, o quasi. Perché poco meno di dodici mesi dopo, la cavalcata in Europa dei biancorossi si interromperà solo a Londra, contro il Chelsea, che è già in semifinale. Tanta roba, forse troppa, disse Francesco Guidolin, uno a cui il calcio ha dato la fama e l'ansia di sbagliare, mentre la bicicletta ha insegnato la certezza che le cose vanno fatte piano piano, a seconda del fiato che si ha in corpo.

 

 

“E domani?”. Lo stadio ora è un campo d'allenamento e pure vuoto e tira un'aria fredda che scende giù dai monti. E dovrebbe rimanere così, solo e desolato. Perché “quello di oggi è l'ultimo allenamento e da domani si allena solo chi vorrà”. Le parole del direttore sportivo del Vicenza Moreno Zocchi sono una resa. D'altra parte i soldi sono finiti, gli stipendi non arrivano e di buona volontà ce ne sarebbe pure, ma solo a patto che arrivi un segnale dal proprietario, Fabio Sanfilippo, che solo a fine dicembre ha rilevato il club dal gruppo Vi.Fin. di Marco Franchetto. Ma che non ha versato gli stipendi promessi. Insomma soldi mai arrivati e messa in mora della società da parte dei calciatori che sabato non scenderanno in campo per la partita di Coppa Italia di serie C contro il Padova.

 

Il Vicenza sparirà dal “calcio giocato” dopo aver salutato il “calcio che conta” anni fa. Risale al 2000-2001 l'ultima apparizione dei biancorossi in serie A, poi solo tanta cadetteria e qualche tonfo in Lega Pro o serie C che dir si voglia. Quasi un ventennio che rende il Vicenza più un ricordo per ultratrentenni nostalgici che qualcosa di attuale, quasi un ventennio che vale il dimenticatoio da parte di almeno due generazioni di calciofili, che lo rende più adatto a un post della pagina Facebook Serie A operazione Nostalgia, che qualcosa da lacrimucce e tristezza. Eppure, indipendentemente dalle difficoltà recenti, dai racconti più vicini a noi certamente meno gloriosi, vale quello che Enzo Bearzot disse un giorno di giugno del 2003: “Quando una società calcistica fallisce è un colpo al cuore dei ricordi dei veri appassionati, quelli che ricordano il perché siamo arrivati a giocare al calcio come oggi lo giochiamo”. Il Vecio parlava del Pro Gorizia, squadra nella quale era cresciuto calcisticamente. Un club con tanto dilettantismo alle spalle ma anche con tre campionati, lontani ormai più di mezzo secolo, in serie B.

 

Il Vicenza sparirà e con le casacche biancorosse sparirà anche una storia di campioni e imprese: quelle divine di un giovanissimo Roberto Baggio che a due passi da casa smentì quelli che dicevano “bravo è bravo ma con quelle gambette là non andrà da nessuna parte”; quelle bomberistiche di Paolo Rossi, che in Veneto sbocciò e segnò come solo al Mondiale di Spagna 1982; quelle leggendarie e folli, più letterarie che sportive, di Ezio Vendrame, ala destra o mezzala, ma soprattutto calciatore dotato di un talento rarissimo e di un animo talmente anarchico da fargli preferire l'amore per il pallone libero da schemi alla carriera.

  

 

“Vedere Baggio in serie C è come assistere alla moltiplicazione dei pani e dei pesci. Una cosa che non ci si crede, uno spettacolo che supera il calcio e si avvicina alla fede”, disse nel febbraio del 1985 don Paolo Mazzolon al Giornale di Vicenza. In risposta arrivò dal vescovo un richiamo e un periodo di due mesi di ritiro spirituale all'isola di Barbana, vicino a Grado. Il Divin Codino a Vicenza si fece notare. Era quello un Vicenza che pagava l'incredibile secondo posto della stagione 1977/1978, quella dell'“Olanda in maglia biancorossa”, quella del calcio spettacolare di G.B. Fabbri, delle sgroppate di Roberto Filippi, delle invenzioni di Renato Faloppa, delle parate senza guanti di Ernesto Galli e dei gol, tantissimi, di Paolo Rossi. Era il Vicenza che giocava “all'offensiva e alla garibaldina”, “a cui poco interessava il gol subito, l'importante era il gol fatto e sempre uno più degli avversari”. La squadra che Fabbri creò reinventando quello che un giorno diverrà Pablito. Infatti prima di Fabbri nessuno avrebbe scommesso una lira su Rossi. Ala destra senza dribbling e senza spunto, in pratica tanto scattante quanto inutile. Gibbì lo trasformò da 11 in 9 e lui iniziò a segnare a tal punto da spingere il presidente Giussy Farina a riscattarlo dalla Juventus, club dal quale era in prestito pluriennale per 2 miliardi, 612 milioni e 510 000 lire. All'epoca follia. Per rientrare dell'esborso il presidente smantellò in parte la squadra, conquistò una salvezza, ma poi ritornò in serie B dopo oltre vent'anni di massima divisione.

 

 

Un periodo pazzesco quello: la provincia che sfida le formazioni delle grandi città e ogni tanto vince. E vince non per caso ma per pianificazione, per imprenditoria. Quel Vicenza era quello con la erre maiuscola cucita sulle magliette. Il simbolo del Lanerossi. Un prototipo: la prima volta che un'azienda privata acquisisce una squadra e ne mette a bilancio calciatori e gruppo tecnico, stadio, vittorie e sconfitte. Il Lanerossi Vicenza è stato alfiere sportivo di quello che sarebbe capitato al Veneto. La data del 26 giugno 1953, quando il lanificio di Schio rileva la società calcistica sorta nel 1902, diventa anticipazione di quanto sarebbe accaduto sul territorio: piccoli capannoni si trasformano in piccole realtà buone per sfamare qualche bocca, poi in piccole imprese, che diventano medie e in alcuni casi grandi, grandissime, leader in Italia e in Europa. Il Lanificio Rossi era stato nei primi anni del Novecento il più grande del nord Italia, poi nel secondo dopoguerra la crisi, la vendita di tutti gli stabilimenti e la rinascita con Giuseppe Eugenio Luraghi. Luraghi capì che era tempo di innovare, smantellò la vecchia produzione, comprò nuovi macchinari e una squadra di calcio per far vedere la sua erre maiuscola in tutta Italia. Diventò un successo commerciale e sportivo. Un'innovazione fortunata che fece scuola.

 

Dopo 40 anni fu ancora il Vicenza a celebrare un'altra prima volta assoluta: l'ingresso di proprietà straniere nel calcio italiano. È il 1997 quando la società britannica ENIC (finanziaria nel campo del petrolio) rileva la maggior parte delle quote azionarie del club biancorosso. Sembra un successo, diventa la rovina. La vittoria di pochi mesi prima in Coppa Italia diventa il canto del cigno di un club forse non vincente, ma sicuramente prestigioso, per anni l'espressione calcisticamente più riuscita di una regione ricca di grandi giocatori, ma povera di grandi squadre.

 

"E domani?". E domani chissà. Nulla di nuovo sul fronte nord orientale, nonostante le solite voci mai verificate di investimenti da est, gli stessi che dovevano salvare il Parma e poi il Modena e poi chissà quante altre squadre.

 

Del Vicenza rimarrà una grande V rossa su sfondo bianco su un pilone dell'autostrada e su un silos affianco alla ferrovia, un poster gigante del talento più forte mai passato da lì, e forse negli ultimi decenni in Italia, Roberto Baggio, e uno stadio piccolo, con gli spalti attaccati al campo, che nei ai bei giorni diventava un boato Vicenza-Vicenza-Vicenza. E che sarà indelebile nel ricordo di Novantesimo minuto per quel palo della tettoia della tribuna piantato in mezzo alla telecamera ad ogni azione.

 


 

GLI ULTIMI AGGIORNAMENTI

• venerdì 12 gennaio 2017 – La Procura di Vicenza ha depositato l'istanza di fallimento al tribunale civile dopo aver appurato lo stato di insolvenza del club. Ora sta ai giocatori. Se qualcuno è disposto a scendere in campo con la maglietta biancorossa lo potrà fare sino a fine stagione (articolo 104 della legge fallimentare), altrimenti tanti saluti.

 

• sabato 13 gennaio 2017 – Il Vicenza non gioca contro il Padova. L'incontro valeva per la Coppa Italia di serie C.

 

• lunedì 15 gennaio 2017 – Il procuratore capo di Vicenza Antonino Cappelleri aggrava la posizione del club biancorosso: "I bilanci del Vicenza Calcio sono, ragionevolmente, falsi". Secondo le ipotesi della Procura, il fine dei bilanci gonfiati sarebbe stato quello di rendere più appetibile la società sul mercato.

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