Fosse stato per Ezio Vendrame

Giovanni Battistuzzi

I dribbling, il calcio come gioco, il "gol come morte del calcio", le poesie. È morto a 72 anni l'ex calciatore che ha fatto innamorare Vicenza (e non solo) 

Fosse stato per lui sarebbe morto giovane, giovanissimo, che per essere un mito non si può aspettare d’invecchiare, “che più si invecchia più ci si rincoglionisce e io tutto a posto non lo sono mai stato”. Fosse stato per lui non sarebbe morto mai, ché “vivere è una meraviglia, da qualsiasi punto la guardi, anche se è un macello”. E lui un macello lo era davvero, ma solo a volte, quando “i pensieri si aggrovigliano troppo e non ti riesce di snodarli”. Perché la sua testa funzionava “a modo mio, ma mica sono il solo”. A modo suo aveva danzato sul pallone, e danzando era passato per i campi da calcio, aveva raggiunto i piccoli stadi di provincia, poi quelli prestigiosi delle grandi città. Ma un attimo appena. Giusto il tempo di fare intravedere a tutti cosa poteva combinare sul campo da gioco. Gli ci volle poco a capire che quel che davvero voleva non glielo avrebbero mai permesso. Era tornato a danzare altrove, ovunque ci fosse una fascia libera e un campo aperto da percorrere, ovunque la tecnica, il gioco e il pallone fossero stati liberi dalla tattica, “che è un po’ come la legge, serve soltanto a chi non se ne sa dare una decente”.

 

Fosse stato per lui, per Ezio Vendrame, sarebbe stato tutto diverso. Il calcio, la vita, le cose. Anche oggi, soprattutto oggi, che è morto davvero a 72 anni.

  


Illustrazione di Osvaldo Casanova


 

Fosse stato per lui, per Ezio Vendrame, tante cose sarebbero state diverse. Ma forse non la sua carriera, “che è stata assurda, ma non mi pento di niente”.

 

Non dei dribbling, anche se in fondo detestava chi del calcio guardava solo quelli. Non delle occasioni perse, come quando a Napoli ci mise poco a litigare con l’allenatore che lo aveva voluto più di ogni altro, Luis Vinicio. Il brasiliano gli disse che doveva giocare in un certo modo, lui gli rispose che a giocare a calcio era l’unica cosa che sapeva fare e che l’aveva fatto sempre in un modo, il suo. Poteva essere l'occasione per far vedere il suo talento, si trasformò in un’attesa tra panchina e tribuna. Ma tant’è, “si vede che doveva andare così”.

 

Troppo calda e troppo entusiasta Napoli per uno come lui, che veniva dal nord, da Casarsa della Delizia, e da lì, dal Friuli, aveva iniziato a girare l’Italia. Ma “a girare troppo uno inizia a traballare”. A farlo traballare non fu la fame di fama o di arrivare. Ma l’ansia di trovarsi a fare ciò che amava, il calciatore, in un calcio che si stava trasformando, stava perdendo la sua dimensione di gioco, stava diventando qualcosa di troppo complesso per uno “che voleva dare soltanto quattro calci a un pallone”.

 

Che calci però.

 

Sono passati decenni e decenni da quei calci, eppure non c'è tifoso delle squadre di cui ha indossato la maglia che se lo sia dimenticato. Se lo ricordano soprattutto a Vicenza, dove con il biancorosso del Lanerossi ha dato il meglio di sé, dove era diventato il “George Best italiano”, “ma solo per i capelli lunghi e la barba”, o meglio il “Kempes italiano”, almeno per Boniperti, che di quell’ala che poteva giocare anche da mezz’ala o da mezza punta si era follemente innamorato tanto da volerlo portare alla Juventus. A Gianfranco Zigoni, Dio Zigo, il paragone invece non era mai piaciuto: “Ezio era molto più forte di Kempes”.

 

 

In bianconero non ci arrivò mai però. Dissero che il ragazzo era valido, ma troppo esuberante e per niente capace di entrare negli schemi di gioco. C’avevano visto giusto. Ezio Vendrame non poteva entrare in nessuno schema, se non il suo. Quello che definiva il gol come “la morte del calcio”, l'assist “come superba noncuranza di se stessi”, il pallone come “qualcosa da prendere a calci, ma in modo ruvidamente amoroso”.

  

Il suo schema se lo portò poi a Padova, a Verona (sponda Audace), a Pordenone e di nuovo a Casarsa, dove chiuse alla Juniors e dove riscoprì quell’altro uomo di Casarsa, Pier Paolo Pasolini. Se lo portò in panchina, ma solo con le giovanili, perché “se il calcio vuole avere un futuro, deve rivolgersi ai giovani, sperare di far loro arrivare qualcosa che non sia solo tattica e preparazione fisica”. Non durò molto in panchina. E non per i risultati, per colpa dei genitori, “che molte volte vivono in uno stato di frustrazione per essere stati dei calciatori falliti, e vorrebbero riscattarsi con le doti dei figli”.

 

Fuori dal campo si mise a scrivere. Racconti, poesie, soprattutto ricordi. “Se mi mandi in tribuna, godo”, uscì nel 2002, era una specie di biografia, “un copia incolla di ricordi, ma che funzionava”. Divenne un libro indispensabile per una piccola generazione di ragazzi che si affacciava al calcio, o meglio al pallone, al gioco del pallone. Perché Ezio Vendrame era così: “Giocavo al pallone, mica facevo il calciatore”.

 

Era da un po’ che stava male. “Vorrei non pensarci, ma viene difficile non pensarci”, diceva qualche tempo fa. “Me ne sto a casa, penso, rifletto, ogni tanto mi torna voglia di scrivere, non sempre lo faccio. Esco poco ormai, fuori sono aumentate a dismisura le persone insopportabili”.

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