Miracolo Sassuolo? Macché, chiamatelo pure progetto di successo. Quello che manca alle milanesi

La Serie A si conclude con gli emiliani al sesto posto, andando contro ogni previsione. Così come inaspettato era il tracollo di Inter e Milan
Miracolo Sassuolo? Macché, chiamatelo pure progetto di successo. Quello che manca alle milanesi

L'esultanza dei giocatori del Sassuolo dopo la vittoria sull'Inter (foto LaPresse)

Un miracolo? Solo per gli osservatori più disattenti, per chi ha alzato il sopracciglio leggendo la classifica finale e scoprendo un Sassuolo al sesto posto. Quanto accaduto quest'anno, il terzo in Serie A per gli emiliani, è stato tutto tranne che un miracolo. Piuttosto è stato figlio della capacità di pianificare e, al tempo stesso, di sbagliare, ma senza perseverare nell'errore, quello su cui il Sassuolo stava scivolando nella prima stagione nella massima serie. Classifica deficitaria a gennaio e tipica soluzione all'italiana, con allenatore cacciato. Una scelta doppiamente sbagliata perché Eusebio Di Francesco viene allontanato a tre giorni dalla fine di un mercato invernale andato (su sua indicazione) a rivoltare la squadra come un calzino, più di quanto avrebbe saputo fare Piercamillo Davigo con la nazione intera. In panchina arriva Alberto Malesani, per una breve avventura che avrebbe segnato la personale fine con il calcio e il passaggio alla produzione di vino: cinque partite, cinque sconfitte. Giorgio Squinzi, patron degli emiliani, ammette l'errore, e richiama Di Francesco. Il Sassuolo si salva, punto di partenza per una progressione impressionante verso l'alto: dal diciassettesimo posto di tre anni or sono, al sesto attuale; dai 34 ai 61 punti; da una prospettiva di salvezza a una finestra sull'Europa, attendendo l'esito della Coppa Italia.

 

Ma gli emiliani non danno e, soprattutto, non vogliono dare l'impressione di essere arrivati fin qui per caso. In passato anche Empoli, Livorno, Genoa e Chievo hanno frequentato la coppe internazionali, una tantum però. Il Sassuolo vuole farlo con continuità, come capitava al Parma targato Tanzi. Può riuscirci perché Squinzi (il signor Mapei) ha idee chiare su come crescere. Non c'era uno stadio adatto a Sassuolo, ha preso e fatto suo quello di Reggio Emilia, con la prospettiva di renderlo una casa confortevole e che, soprattutto, generi utili. E ancora: vent'anni fa ha voluto lo Sport Service Mapei per dare una prospettiva scientifica alla fatica dei ciclisti, oggi è il centro dove nascono i successi non solo del Sassuolo: Juventus e Leicester sono ospiti abituali. Sulle scelte tecniche, poi, lascia fare allo staff, dando fiducia e ricevendola in cambio. Come quella di Di Francesco, il tecnico ripreso e oggi più che mai tenuto stretto, con un contratto rinnovato in anticipo. Come quella della squadra, a nettissima impronta italiana: tre soli gli stranieri in organico, tutto il resto costruito in casa o cercato da noi, dimostrazione di come l'esterofilia sia una malattia da cui si possa guarire. Il Sassuolo non può essere un risposta al calcio dominante in Europa, ma può essere un valido modello per chi voglia restare (e bene) in serie A. Basta avere le idee chiare.

 

Quelle che, per l'appunto, non si intercettano a Milano, qualsiasi fronte si percorra. Non è una novità, è vero, in anni cannibalizzati dalla Juventus, ma qualcosa in più di una resa anzitempo era lecito attendersi. Invece l'Inter è scesa rapidamente dal piano scudetto all'obiettivo Europa League, dopo aver salutato anche un piazzamento Champions, mentre per il Milan fa persino tenerezza confrontare le dichiarazioni anche solo di un paio di mesi fa con la realtà attuale. Due squadre che non hanno nemmeno saputo chiudere con dignità il campionato: i nerazzurri travolti proprio da quel Sassuolo che, da medicina negli anni bui (a suon di sette reti), si è trasformato in una bestia nera di stagione (due partite, altrettante sconfitte); i rossoneri messi sotto pure da una Roma a scartamento ridotto in un finale targato Brocchi che non solo ha tolto credibilità alla classifica (8 punti in sei partite), ma anche al gioco. Non è però questo il problema. Il problema è la mancanza di progettualità, di quella capacità di fissare un obiettivo e perseguirlo, come fatto a Sassuolo per l'appunto. All'Inter ci si barcamena tra il portafoglio chiuso (o vuoto?) di Erick Thohir e i mal di pancia di Roberto Mancini, vagheggiando commoventi ritorni dei Moratti sul ponte di comando. Al Milan hanno deciso di dare il via libera alla cessione della società (sempre che Silvio Berlusconi alla fine si convinca) nel periodo meno indicato, quando occorre decidere chi farà parte della squadra e chi la allenerà. Milano magari traccerà strade nuove a livello politico alle prossime amministrative, ma nel calcio la battaglia oggi è di retrovia.

Lascia il tuo commento

Condividi le tue opinioni su Il Foglio

Caratteri rimanenti: 1000

Servizi