Perché abolire la Fifa non sarebbe un danno per il calcio

Riformare la Federazione internazionale dopo lo smascheramento del sistema Blatter sarà lo scopo principale del nuovo presidente. Per ora gli sforzi del Comitato esecutivo e i programmi dei candidati alla presidenza fanno capire che difficilmente ci saranno rivoluzioni. Perché dunque non affidare la gestione del calcio direttamente a chi investe in esso, i club?
Perché abolire la Fifa non sarebbe un danno per il calcio

Joseph Blatter (foto LaPresse)

Il blitz della polizia svizzera all’hotel Baur au lac di Zurigo lo scorso 27 maggio durante l’incontro annuale della Fifa; le manette ai polsi a sette dirigenti; le accuse di corruzione, riciclaggio e frode mosse ai vertici dell’organo di governo del calcio mondiale dall’Fbi; e poi le squalifiche inflitte a Joseph Blatter, il gran capo della federazione, e a Michel Platini, presidente della Uefa; da tutto questo la Fifa cerca ha provato a uscire venerdì 26 febbraio: il giorno delle elezioni per il nuovo presidente, il tanto agognato nuovo corso che dovrebbe, in teoria, tentare di spazzare quell’intreccio di “corruzione e clientelismo, che ha caratterizzato almeno l’ultimo decennio della storia della Federazione internazionale”, si legge nelle carte dell’inchiesta americana, “contribuendo a creare un sistema criminale di gestione del calcio mondiale”.

 

A competere per la presidenza erano in cinque. Il testa a testa è stato tra il sultano bahreinita Salman Bin Ebrahim Al-Khalifa (supportato dalla federazione africana e da quella asiatica, di cui è al momento a capo) e lo svizzero di origini italiane Gianni Infantino, braccio destro di Michel Platini all’Uefa nonché segretario generale (al cui fianco si sono schierate le federazioni europea, sud e centroamericana). Gli altri tre candidati sono stati l’ininfluente contorno: l’ex segretario generale aggiunto e direttore delle relazioni internazionali della Fifa Jérome Champagne, il principe giordano e presidente della locale federazione Ali Al Hussein e il sudafricano ex membro del comitato organizzatore dei Mondiali 2010 Tokyo Sexwale, infatti non hanno nessuna possibilità di essere eletti.

 

Ad avere la meglio è stato Gianni Infantino. Sarà lui a dover traghettare il massimo organismo del calcio mondiale fuori dalla crisi di credibilità; lui a ridisegnare la Fifa e le sue funzioni sulla base di alcuni principi condivisi, almeno a parole, da tutti i candidati: trasparenza, democrazia, responsabilità e nuova gestione finanziaria dell’organo e della distribuzione dei proventi.

 

 

 

Sinora i tentativi di iniziare un nuovo corso sono stati vaporosi e del tutto inutili. La transizione del dopo Blatter è stata portata avanti dal presidente ad interim, il camerunese Issa Hayatou, che si è limitato, come era plausibile, alla sola gestione finanziaria dell’organizzazione. Non era suo compito iniziare un percorso riformatore, certo, ma sotto la sua supervisione è stato redatto il 2 dicembre 2015 il Fifa reform committee report, ossia l’atteso documento del Comitato esecutivo della Federcalcio mondiale, che doveva fissare i paletti della futura riforma dell’organo. Un documento di dodici pagine pieno di buoni propositi, ma vuoto di indicazioni pratiche. Un documento che pone come necessari principi come responsabilità, umiltà, etica, rispetto e candore, ma che dà poche indicazioni sulle necessarie modifiche da effettuare. Dalla relazione si evince unicamente che la decisione di porre un massimo di tre mandati di quattro anni a presidente e alti dirigenti, l’introduzione di una commissione che sostituirà il comitato esecutivo e sarà responsabile “dell'impostazione della direzione strategica complessiva dell'organizzazione” e l’obbligatorietà di superate controlli di integrità prima di assumere gli incarichi. Nient’altro.

 

[**Video_box_2**]La mancanza maggiore è stata però quella di non aver nemmeno affrontato il punto centrale della crisi della Fifa: ossia la sua sostenibilità economica. La chiusura dell’éra Blatter ha infatti fatto emergere l’inconsistenza delle misure adottate dall’ex presidente, che se da un lato ha aumentato il fatturato dell’organizzazione, salito alla cifra record di 5,7 miliardi di euro nel quadriennio 2011-2014, dall’altro ha fatto lievitate allo stesso tempo le spese, cresciute nel medesimo lasso di tempo a 5,38 miliardi. Un incremento dovuto soprattutto alle spese non previste per l’organizzazione delle fasi finali della Coppa del Mondo: per l’edizione brasiliana del 2014: sono stati sborsati 2,3 miliardi di euro per riparare alle inefficienze del governo locale. E non è la prima volta. La federazione internazionale è infatti dovuta intervenire con notevoli elargizioni sia per il Mondiale sudafricano, che per quello nippocoreano, tutte risorse non rimborsate alla Fifa dai paesi organizzatori.

 

Un problema di gestione che si lega a quello dei mancati guadagni: un’inchiesta del Telegraph ha evidenziato come nell’ultimo quinquennio la Fifa abbia perso oltre 2 miliardi di dollari, tra mancate sponsorizzazioni e diritti televisivi, per aver accantonato alcune riforme, caldeggiate dalle squadre di club, che avrebbero dovuto modificare sia le qualificazioni alla Coppa del Mondo, sia il modello impiegato per il Mondiale per club. Riforme che avrebbero permesso alle nazionali di avere più spazio, e ai club di poter gestire più facilmente gli impegni internazionali dei propri tesserati. Riforme che avrebbero soprattutto aiutato le federazioni nazionali che invece al momento possono dividersi solamente le briciole, in tutto nemmeno 600 milioni di euro, di quanto fattura la Fifa (che per statuto dovrebbe in buona parte dividere i ricavi tra tutti i suoi confederati per sostenere la crescita del movimento).

 


(dati espressi in milioni di euro)


 

L’incapacità di gestione economica della Fifa, l’aumento spropositato delle spese, la sua burocratizzazione che rende difficile il cambiamento, sta dunque penalizzando tutto il movimento calcistico e soprattutto i club, che, a vent’anni dalle prime richieste, stanno ancora aspettando una riforma strutturale dell’attività delle nazionali, riforma che servirebbe anche alla stessa federazione internazionale per trovare nuove fonti di ricavo.

 

Impossibilitati ad avere voce in capitolo nelle elezioni i club, tramite Karl-Heinz Rumenigge, ex attaccante della Germania ora presidente dell’European Club Association (Eca) – l’organismo che rappresenta le società calcistiche a livello europeo –, hanno chiesto alla Fifa una “revisione radicale del sistema delle nazionali”, che segua il modello dello sport statunitense e che quindi non entri in conflitto con il calendario dei campionati.

 

Una richiesta legittima se si considera che sono i club a mandare avanti il carrozzone calcistico, che sono loro a pagare gli stipendi e a farsi carico, grazie anche alla Uefa, della sostenibilità del movimento. Un carico di responsabilità che però non ha peso all’interno della Federazione internazionale. Per questo l’Eca, come riporta il sito worldfootballinsider, avrebbe chiesto un ruolo decisionale maggiore all’interno del sistema calcio, minacciando “decisioni clamorose” qualora fossero ancora ignorate le richieste dei club.

 

[**Video_box_2**]Il lavoro ai fianchi dei club però sembra trovare poca attenzione anche dal candidato sostenuto dall’Eca, Gianni Infantino, che non curante delle richieste dei club, ha dichiarato di voler continuare nel progetto di allargamento a 40 squadre della Coppa del Mondo.

 

Questa presa di posizione rende evidente il bassissimo peso specifico che hanno i club nelle decisioni della Federazione internazionale, che anche con i nuovi candidati sembra continuare nel percorso autoreferenziale portato avanti da Blatter dal secondo mandato in poi.

 

Se questi sono i presupposti, se anche gli aspiranti governatori del calcio, sembrano sordi alle richieste di chi il calcio lo manda avanti, sembra impossibile che qualsiasi cambiamento radicale possa essere attuato. La Fifa dei burocrati continuerà a essere un proseguo di quella di Blatter, un sistema al di fuori della realtà che ha un unico scopo, quello di mantenere il proprio status quo, senza adoperarsi in una profonda riforma che possa contribuire al potenziamento e al miglioramento del movimento calcistico Si è trasformata così in un'ente interessata unicamente ad organizzare le fasi finali della Coppa del Mondo, ossia l'unica grossa occasione di guadagno.

 



 

Come sosteneva già nel giugno del 2014 il giornalista del New York Times Dave Zirin è venuto il momento di revisionare totalmente il meccanismo, di scorporare la gestione sportiva da quella economica, in pratica eliminare la Fifa. Renderla solo un ente di controllo e lasciare coloro che investono nel calcio di gestirlo totalmente. Non ha senso continuare così, limitando le possibilità di evoluzione di questo sport per mandare avanti un sistema che non è intenzionato a mettere in discussione il modello sin qui seguito.

 

Anche perché, come segnala Paul Hayward sul Telegraph, i volti nuovi che si sfidano per il governo della Fifa, nuovi non sono, sono legati tutti a poteri forti, siano essi in ascesa o in fase di stagnazione, e tutti hanno più di un motivo per cambiare il meno possibile: “Due sono i membri di alto livello di un regime politico – Bahrain e Giordania – dove la democrazia, la trasparenza e la responsabilità non sono diritti costituzionali. Il terzo, Jérôme Champagne, è un fantasma della vecchia macchina di Blatter. Il quarto, Tokyo Sexwale, sinora è stato capace soltanto di raccontare vecchi aneddoti sulla sua amicizia con Nelson Mandela. L’ultimo è Gianni Infantino (…),  segretario generale della Uefa, il cui capo, Michel Platini, è stato squalificato per otto anni”.

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