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Ragioni schiette per abolire il Giorno della memoria
Chi mescola Gaza con la Shoah non rende più giustizia ai palestinesi. Semplicemente fa torto agli ebrei. E alla storia. Il 27 gennaio è diventato un lavacro collettivo
In questi giorni, in diverse scuole e università italiane, si moltiplicano iniziative che accostano Gaza al Giorno della memoria. E’ doveroso dirlo con chiarezza, senza ambiguità e senza timori reverenziali: è un errore grave. Un errore storico, culturale e morale. E sì, anche un insulto. Associare Gaza alla memoria della Shoah non è “sensibilizzazione”, non è “attualizzazione”, non è nemmeno – come qualcuno prova a sostenere – un esercizio critico. E’ una distorsione. Pura e semplice.
La Shoah non è una metafora. Non è un contenitore simbolico dentro cui infilare ogni tragedia contemporanea che ci appare intollerabile. E’ un evento storico specifico, unico per ideologia, per metodo e per finalità: lo sterminio industriale e sistematico di un popolo in quanto tale. Non “inermi”, non “civili”, non genericamente “vittime di guerra”: ebrei. In quanto ebrei. L’uso del termine “Gaza” all’interno del lavoro sulla memoria della Shoah confonde deliberatamente – o colpevolmente – i piani. Appiattisce le differenze ideologiche, decontestualizza i fatti, altera la dialettica storica tra vittime e persecutori.
Soprattutto, azzarda giudizi politici sul presente travestendoli da lezione di storia. Ed è qui che il corto circuito diventa pericoloso. Gli eventi sono in corso. Le fonti sono parziali, spesso strumentali. La cosiddetta “protezione civile di Gaza” – che non è certo quella di Bertolaso, ma un’articolazione del potere di Hamas – viene spesso citata come fonte accreditata per la conta dei morti. E’ l’esempio plastico di come una parte dell’informazione occidentale costruisca il racconto della guerra affidandosi a fonti di parte, senza filtri critici, senza contesto.
C’è poi un punto che molti fingono di non vedere, e che lo storico e direttore del Centro di documentazione ebraica contemporanea Gadi Luzzatto Voghera ha riassunto con precisione: “Usare la Shoah per interpretare il presente significa inevitabilmente svuotare la Shoah della sua specificità”. Il rischio è trasformare la Shoah in un grimaldello polemico. In un’arma retorica. In un parallelo morale che assolve alcuni e condanna altri prima ancora di capire che cosa stia accadendo.
La memoria non serve a questo. Non serve a “schierarsi”. Non serve a distribuire patenti di bene e di male nel dibattito politico contemporaneo. La memoria serve a ricordare che cosa accade quando l’odio ideologico, razziale e antisemita trova uno stato, una burocrazia e un consenso sufficienti per trasformarsi in sterminio.
Chi mescola Gaza con la Shoah non rende più giustizia ai palestinesi. Semplicemente fa torto agli ebrei. E alla storia. E quando si fa violenza alla storia, prima o poi la si fa anche alla verità. Francesca Albanese, tanto per non fare nomi, è una delle responsabili principali della “nazificazione ” dello stato ebraico e del racconto granguignolesco su Gaza e la guerra.
L’avvocato dell’Onu, per altro, dimentica che nella storia della Palestina l’unico amico dei nazisti era proprio Amin al-Husanynj, gran Mufti di Gerusalemme, uno dei fondatori dell’islamismo radicale basato sul nazionalismo e sulla diffusione di valori antidemocratici, che Il 21 novembre 1941 volò a Berlino dove incontrò Hitler per “risolvere” la questione ebraica.
C’è poi l’opinione pubblica cosiddetta “buona”: attori, cantanti, cortei, manifestazioni solo pro Gaza e sempre contro Israele, che ignorano del tutto la tragedia in corso in Iran. Una parte di questa opinione pubblica, e purtroppo anche della sinistra italiana, preferisce l’ebreo morto all’ebreo vivo. Può sembrare una sintesi brutale, ma è ciò che l’attualità ci restituisce.
Il 27 gennaio è diventato la fiera dell’ipocrisia collettiva. Le televisioni dedicano ore di palinsesto alla Shoah, il film sul nazismo – “Schindler’s List” – è ormai l’equivalente di “Una poltrona per due” la notte di Natale.
Contriti esponenti dell’Anpi impugnano il microfono e spiegano la brutalità del nazifascismo, salvo poi paragonarla al “cosiddetto sterminio” che sarebbe oggi in corso in medio oriente. Così la Giornata della memoria diventa un lavacro collettivo, una purificazione simbolica delle coscienze, una scorciatoia morale che pretende di collegare passato e presente. E’ la più grande mistificazione del nostro tempo. Un po’ come è accaduto con il 25 aprile, trasformato nella festa della liberazione da tutti i fascismi: prima Berlusconi, oggi Meloni. Una follia che ha svuotato, negli anni, il significato storico della Liberazione.
C’è poi un dettaglio ancora più odioso: spesso sono gli stessi che propongono “La vita è bella” nelle scuole ad aver contribuito, in questi anni, a diffondere antisemitismo mascherato da antisionismo. E così arriva l’accusa più infamante: Israele come stato nazista, gli ebrei come nuovi carnefici, il premier israeliano come un nuovo Hitler. Per questo, quest’anno, io non celebro nessun 27 gennaio con chi ha contribuito alla nazificazione dello Stato ebraico.
Io so cos’è la memoria.
Non perché me lo dica una legge dello stato.
Non perché me lo imponga una liturgia civile.
Non perché lo suggerisca il calendario delle buone intenzioni.
Io so cos’è la memoria perché, per me, la memoria ha un volto, una voce, una storia familiare. Si chiamava Margherita Lazlo Caracciolo, mia nonna. E’ stata deportata per un anno e mezzo nel campo di sterminio di Bergen-Belsen. Un anno e mezzo non di metafore, ma di fame, freddo, umiliazione, morte quotidiana. Nazisti veri. Lager veri. Shoah. Perse tutta la sua famiglia. Si salvò perché, studentessa di medicina e conoscendo il tedesco, finì nella baracca dell’infermeria e durante la notte si iniettava di nascosto vitamine. Così sopravvisse, insieme alla sorella Tina. Dopo la guerra Tina andò in Israele, “la patria degli ebrei, là dove nessuno potrà più farci del male”. Mia nonna scelse l’Italia, ma non smise mai di sentirsi legata a Israele.
Per questo la riflessione che voglio condividere è semplice: così com’è diventata oggi, la Giornata della memoria ha perso il suo senso originario.
Non perché la Shoah non debba essere ricordata – il contrario. Ma perché la memoria, quando viene piegata all’uso politico del presente, smette di essere memoria e diventa propaganda.
Elie Wiesel lo diceva con chiarezza: “Il contrario dell’amore non è l’odio, è l’indifferenza”. Oggi siamo andati oltre l’indifferenza: siamo nell’epoca della strumentalizzazione morale della Shoah. Non si tace: si parla troppo. Non si dimentica: si deforma.
Dopo il 7 ottobre – il più grande massacro di ebrei dalla fine della Seconda guerra mondiale – abbiamo assistito a uno spettacolo indegno: l’equivalenza. Israele come la Germania nazista. Gaza come Auschwitz. Netanyahu come Hitler. Questa non è critica politica. E’ un collasso morale e storico.
Hannah Arendt avvertiva: “Comprendere non significa giustificare, ma nemmeno cancellare le distinzioni”. Ecco: oggi le distinzioni vengono cancellate sistematicamente. Tra regime genocida e stato democratico. Tra esercito e terrorismo. Tra chi difende i propri cittadini e chi li usa come scudi umani. Nazificare Israele significa svuotare il nazismo del suo significato storico. E così la Giornata della memoria, paradossalmente, diventa un insulto alle vittime della Shoah.
Gitta Sereny, in “In quelle tenebre”, scrive: “Il male assoluto non nasce dall’odio isterico, ma dalla normalizzazione dell’orrore”. Se tutto è nazismo, allora il nazismo non è più nulla. Se tutti sono Hitler, allora Hitler non è stato unico. Se Israele è il Terzo Reich, Auschwitz diventa un argomento retorico. Questo è negazionismo mascherato da ipermoralismo.
Io non salirò mai sullo stesso palco con chi ha nazificato Israele. Non per appartenenza tribale, ma per fedeltà alla verità storica. La memoria non è una celebrazione. E’ una responsabilità. E oggi la responsabilità principale è difenderla da chi la usa contro gli ebrei di oggi. Il 27 gennaio io non ho bisogno di ricordare. Io ricordo già. Ed è proprio per questo che rifiuto la retorica che tradisce la Shoah nel nome della Shoah.