Amina, il nome di fantasia dato a una delle tante donne afghane portate in Italia dal ponte aereo di Giovanna Foglia (foto LaPresse)

Chi è Giovanna Foglia, la femminista che ha salvato le attiviste di Kabul

Con il suo aereo privato ha portato in Italia 262 afghani, soprattutto donne e bambini

Luca Gambardella

Cresciuta nelle Milano ricca e borghese prima, fuggita nelle periferie dell'America centrale poi. Gli anni della militanza, il sostegno di Draghi. Un racconto su come superare il femminismo di maniera

Parla di tutto: del ponte aereo in Afghanistan, del Recovery Plan, del femminismo degli anni Settanta e dei ricordi della sua gioventù in Messico. “Sono una femminista passionale”, dice nel suo fiume in piena. Giovanna Foglia, 65 anni, cittadina maltese (“ma a me non interessa, la cittadinanza è roba per i maschi, io credo nella nazione delle donne”) è cresciuta nella Milano ricca e borghese, prima di evaderne per scegliere di vivere nelle periferie dell’America centrale. Questa donna determinata ha offerto quella “solidarietà fattuale”, tanto invocata dal mondo femminista in queste settimane, ma naufragata fra una schwa e l’altra, fra le righe degli editoriali. Così oggi Foglia ci racconta cosa ha fatto di concreto in queste settimane. “Sono rimasta sconvolta da quello che succedeva in Afghanistan. Credo che il ritiro degli occidentali così come è stato fatto sia stato un errore. E allora ho preso il mio aereo, un Airbus 320, che avevo dato in affitto alla compagnia bulgara Electra, e l’ho messo a disposizione della Nove Onlus, attiva nel paese da anni. Loro si sono poi coordinati con il governo italiano per aiutare nell’evacuazione dei civili da Kabul. Volevo concentrarmi sulle donne, su quelle che in questi anni in Afghanistan si erano battute per avviare un percorso di emancipazione nel paese, ma che all’improvviso erano rimaste abbandonate, rischiando la propria vita. Sa, lì se ti metti il burqa e dici sempre sì va tutto bene. Ma le donne di cui parlo erano andate contro la sharia”. Risultato: due voli da Kuwait City a Roma con a bordo 262 persone, soprattutto donne e bambini afghani, trasportati da Kabul con un C130 dell’Aeronautica militare e poi in Italia dall’aereo messo a disposizione da Foglia, in quella che poi è stata definita “missione Electra” e che, ci tiene a specificare, “non sarebbe stato possibile realizzare senza il sostegno del premier Mario Draghi”. L’appoggio delle istituzioni era fondamentale: “Avevo chiesto aiuto anche a Malta, di cui sono cittadina, ma lì mi hanno detto di no, che non potevano aiutarmi”. I soliti maltesi? Lei è indulgente: “Sa, l’isola è piccola, hanno tanti problemi…”. Foglia sarebbe andata anche avanti, ma due giorni fa “i generali”, come li chiama lei, “mi hanno bloccato a terra un terzo volo per motivi di sicurezza. Ora ci sono solo voli militari anche da Kuwait City”.

 

Una gesto di solidarietà imponente. Da parte di una singola persona. Ma quanto è costato? La signora Foglia a questa domanda si ritrae, per pudore. “Per darvi un’idea, ho pagato più di 80 mila euro sull’unghia prima ancora di mettere l’aereo in pista, fra costi di gestione, carburante, piloti, autorizzazioni varie”. Poi serviva il sostegno a terra. “Mi sono rivolta a Nove Onlus, che si è occupata di tutti gli aspetti operativi all’aeroporto di Kabul, con il sostegno della Difesa italiana”.  

 

Il nome di Giovanna Foglia è spuntato all’improvviso in questi giorni nei comunicati stampa che parlavano delle evacuazioni da Kabul, ma lei è attiva nell’aiuto alle donne da quando era ventenne. “Sono femminista da sempre, da quando avevo 20 anni. Ricordo che appena scendevi per strada potevi essere fermato o dalle Brigate rosse o dalla polizia, indiscriminatamente. Allora ho deciso di andarmene dall’Italia, non volevo essere parte del ‘sistema’ e allora ho capito che l’unico modo era quello di darmi al nomadismo”. La sua è una famiglia di banchieri, lei è figlia dell’aristocrazia borghese di Milano. Storie di inizio Novecento. Suo nonno, Antonio Foglia, fu presidente della Borsa e costruì un impero affidato poi al figlio Giambattista, padre di Giovanna, che però nel frattempo era in viaggio dall’altra parte del mondo. “Ho girato il Messico e il Guatemala in bus, poi mi sono fermata sull’isola di Cuzumel, dove ho imparato a progettare case per i più poveri usando materiali di recupero”. I soldi, precisa Foglia, sono arrivati molto più tardi. “Mio padre non ha mai sostenuto le mie scelte e il mio stile di vita. Mi dava della pazza. Sono diventata ricca nel 2012, con l’eredità che ho ricevuto”. A cinquantasei anni. Prima ancora, nel 2004, aveva fondato il Trust nel Nome della donna (“con i soldi che avevo messo da parte fino ad allora”, precisa), “una fondazione che fa donazioni per promuovere la libertà femminile”, a beneficio delle donne che, se lo richiedono, le usano per motivi commerciali, con prestiti senza interessi. Anni fa ha anche donato in comodato d’uso una palazzina intera per le donne vittime di violenza. E’ figlia delle grandi lotte femministe degli anni Settanta e Ottanta, “gli anni ruggenti”, li chiama lei. Ora si definisce socialista, “ma di fatto, non politicamente. Non vedo alcun partito che potrei votare”. Ma del femminismo di oggi che ne pensa? “Ci siamo cullati sugli allori. In Italia ora si combatte per dare alle donne la possibilità di fare carriera nel mondo degli uomini. A noi non basta”. E a cos’altro aspirate? “A una società trasversale. Vede, in Italia molte donne sono relegate ancora a condizioni di vita che non sono poi troppo lontane da quelle imposte dai talebani in Afghanistan”, risponde, trascinata dalla passione. E dalla militanza. L’Italia non è l’Afghanistan. “Certo, ma ancora non è stato fatto abbastanza. Il punto è che le femministe non contano più di tanto. Le donne non sono ancora in cima all’agenda politica. Guardi al Recovery Plan, dove i sostegni economici alle donne sono ancora troppo bassi”.

 

La questione del “dove sono le femministe” è stata argomento di discussione in Italia, nei giorni della caduta di Kabul. Michela Murgia, la scrittrice femminista, in un pezzo sui “taleban” (senza desinenza, per non offendere troppo), la liquida dicendo che “le femministe sono dove sono sempre state”. Foglia dice che in realtà “non influiamo sulle scelte del paese in Italia, figuriamoci nel decidere se andare in guerra in Afghanistan. Guardi che il conflitto del 2001 contro i talebani non è stato deciso per liberare le donne, non è stata una guerra ‘femminista’”. Per questo ora Foglia ha deciso di fare qualcosa, salvando da un regime islamista quelle 262 persone portate via da Kabul. Alla faccia di chi – come ha detto la sceneggiatrice e attivista Ayaan Hirsi Ali – si occupa più dei pronomi da usare sui giornali che della sorte delle donne afghane. 

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  • Luca Gambardella
  • Sono nato a Latina nel 1985. Sangue siciliano. Per dimenticare Littoria sono fuggito a Venezia per giocare a fare il marinaio alla scuola militare "Morosini". Laurea in Scienze internazionali e diplomatiche a Gorizia. Ho vissuto a Damasco per studiare arabo. Un paio di tirocini al ministero Affari esteri e al Parlamento europeo, abbastanza per capire che dovevo fare altro. Nel 2012 sono andato in Egitto e ho iniziato a scrivere di Medio Oriente e immigrazione come freelance. Dal 2014 lavoro al Foglio.it