“Il coronavirus è una pausa dal capitalismo”. Zizek vede del buono a Wuhan

Giulio Meotti

Il neobolscevico modaiolo sulla quarantena cinese

Roma. Sarebbe facile liquidare Slavoj Zizek come ha fatto John Gray, per il quale il filosofo sloveno “è riuscito a smerciare il più grande errore del secolo come intrattenimento d’élite, con un neobolscevismo modaiolo che promette al consumatore annoiato l’eccitante esperienza delle idee proibite”. Se non fosse che Zizek lo “smercia” non solo fra tutti i movimenti antagonisti come Occupy, ma anche sul Financial Times e sul New York Times. Nel suo libro “Disparities”, Zizek era arrivato a scrivere: “Sarebbe un orrore dire che amo l’Isis. Ma guarda la sua organizzazione, la sua identità fluida postmoderna, c’è una tendenza emancipante nell’islam”. E’ la stessa star della popsofia e del neomarxismo arrivato a giustificare la distruzione dei Buddha di Bamiyan (“Ero con i Talebani quando bombardarono le statue”), la ghigliottina di Robespierre che decollò Lavoisier (“La Repubblica non ha bisogno di scienziati”), il terrorismo islamico (“Uno dei possibili luoghi da cui si può dispiegare dubbi critici sulla società di oggi”) e la Rivoluzione culturale maoista (“L’ultima grande esplosione veramente rivoluzionaria”). Non poteva mancare a Zizek l’elogio di quanto accade a Wuhan, la città simbolo del capitalismo cinese dove Honda e General Motors hanno le loro fabbriche e dove ora la vita è sospesa a causa del coronavirus.

   

In un articolo tradotto in più lingue sul Nouvel Observateur e la Welt fra gli altri, Zizek sfoggia subito un po’ di relativismo (“Ci sono epidemie di gran lunga peggiori in atto, quindi perché c’è una tale ossessione per questa quando migliaia di persone muoiono ogni giorno a causa di altre malattie infettive?”). Wuhan assediata dal virus per lui non è che lo specchio dell’alienazione occidentale: “Molte distopie hanno già immaginato un destino simile. Per lo più restiamo a casa, lavoriamo sui nostri computer, comunichiamo attraverso videoconferenze, lavoriamo su una macchina nell’angolo del nostro ufficio a casa, occasionalmente ci masturbiamo davanti a uno schermo che mostra sesso hardcore e riceviamo cibo attraverso consegne”.

      

Zizek esalta “la prospettiva di emancipazione inaspettata nascosta in questa visione da incubo. Devo ammettere che negli ultimi giorni mi sono ritrovato a sognare di visitare Wuhan”.

 

Parla della “bellezza malinconica dei viali vuoti di Shanghai o Hong Kong” e anche le maschere bianche indossate dalle poche persone che camminano offrono un gradito anonimato e la liberazione dalla pressione sociale per il riconoscimento”. Wuhan vorrebbe tornare in fretta alla sua frenesia capitalistica, invece “i tempi morti – momenti di ritiro, di quelli che i vecchi mistici chiamavano Gelassenheit, liberazione – sono cruciali per la rivitalizzazione della nostra esperienza di vita”. Allora si deve “sperare che una conseguenza non intenzionale della quarantena del coronavirus nelle città cinesi sarà che almeno alcune persone useranno il loro tempo morto per liberarsi dall’attività frenetica e pensare al (non) senso della loro situazione”. Non sono i cinesi che devono fare mea culpa: “Quelli che dovrebbero vergognarsi veramente sono tutti coloro nel mondo che pensano solo a come mettere in quarantena i cinesi”.

 

Wuhan ha dunque molto da insegnare a noi alienati. Così come questo scritto di Zizek ci insegna che certa filosofia contemporanea è diventata una farsa.

Di più su questi argomenti:
  • Giulio Meotti
  • Giulio Meotti è giornalista de «Il Foglio» dal 2003. È autore di numerosi libri, fra cui Non smetteremo di danzare. Le storie mai raccontate dei martiri di Israele (Premio Capalbio); Hanno ucciso Charlie Hebdo; La fine dell’Europa (Premio Capri); Israele. L’ultimo Stato europeo; Il suicidio della cultura occidentale; La tomba di Dio; Notre Dame brucia; L’Ultimo Papa d’Occidente? e L’Europa senza ebrei.