Slavoj Zizek

Zizek, ciarlatano che odia capitalismo e democrazia

Giulio Meotti

Il filosofo passa dall’elogio dell’“identità fluida dell’Isis” alla condanna del Kinder Sorpresa

Cos’è una t-shirt se gli metti una barba da proletario dell’est e gli fai dire che il terrorismo è “uno dei siti della resistenza” alla globalizzazione? E’ Slavoj Zizek. L’acme filosofico lo raggiunse durante la primavera di Praga: “Trovai là, nella piazza centrale, un caffè. Faceva magnifiche torte di fragole. Sedevo là, guardando i carri armati russi contro i dimostranti. Era perfetto”. Un tipico momento zizekiano. Zizek è il Jeremy Corbyn della filosofia, coccolato dai festival che contano, editorialista per le testate del sistema che disprezza (New York Times compreso) e ha dato pure il nome a un “Giornale internazionale di studi zizekiani”. “Zizek è quello che Jacques Derrida era negli anni Ottanta, il pensatore dell’avanguardia intellettuale europea”, scrive l’Observer.

 

Ora Zizek si è dato alle gioie della hopelessness, la mancanza di speranza. E’ la nuova impostura del ciarlatano che ha all’attivo quaranta libri e quattro film ed è capace di passare dall’elogio di Stalin alla condanna del Kinder Sorpresa. Si intitola così, “The courage of hopelessness”, il nuovo libro di Zizek in uscita in questi giorni. “Il vero coraggio non è immaginare un’alternativa, ma accettare le conseguenze del fatto che non esiste alternativa: immaginare un’alternativa è un segno della codardia teorica, è un feticcio che ci impedisce di pensare”. Tutto si equivale per Zizek: il terrorismo e il populismo, “il burkini e il topless”, Trump e Clinton, Le Pen e Macron, i migranti e gli xenofobi. “Sono tutti volti dello stesso nemico”, tutti “aspetti della stessa ‘contraddizione’ del capitalismo globale”. Il vero coraggio allora “è quello di ammettere che la luce alla fine del tunnel è probabilmente il faro di un altro treno che si avvicina dalla direzione opposta”, sia essa nella forma della “minaccia ecologica” o di una “nuova guerra mondiale”. Solo una catastrofe può salvarci. Va bene anche il vecchio comunismo: “La cosa peggiore che possiamo fare è cassare la voce ‘comunismo’ per una versione annacquata di ‘socialismo democratico’”.

 

Scrive l’irriverente Will Self sul Guardian, nel demolire il libro, che “Zizek ingurgita il canone occidentale con l’unico intento di dargli fuoco”. Nel suo libro precedente di cinque mesi fa, “Disparities”, Zizek era arrivato a scrivere: “Sarebbe un orrore dire che amo l’Isis. Ma guarda la sua organizzazione, la sua identità fluida postmoderna, c’è una tendenza emancipante nell’islam”. Non è poi così grande l’orrore. E’ un vecchio vizio di Zizek quello di flirtare con la violenza che abbatte il sistema, dalla ghigliottina che decollò Lavoisier (“la Repubblica non ha bisogno di scienziati”) al terrorismo islamico, “uno dei possibili luoghi da cui si può dispiegare dubbi critici sulla società di oggi”. Buttare giù l’ordine liberale-democratico-capitalista è così urgente da giustificare qualsiasi cosa. Da qui l’elogio della Rivoluzione culturale maoista, “l’ultima grande esplosione veramente rivoluzionaria”. Fino alla distruzione dei Budda di Bamiyan: “Ero con i Talebani quando bombardarono le statue”, ha detto Zizek. Ha ragione Will Self del Guardian quando scrive che “Zizek incita lettori e ascoltatori a una violenza insensata che hanno visto solo nelle miniserie HBO”. Ma sarebbe un errore liquidare Zizek come un pagliaccio unico nel suo genere. In tanti hanno danzato attorno alle Due Torri. Il filosofo della contemporaneità, Paul Virilio, che parlò dell’11 settembre come di un gesto espressionistico. Il musicista Karl Heinz Stockhausen, per il quale fu la “più grande opera d’arte mai realizzata”. Jean Baudrillard, secondo cui il crollo delle Torri fu “desiderato” dagli Stati Uniti. E Peter Sloterdijk, che ha scritto dell’11 settembre come “dei problemi ai grattacieli” e che “due o tremila morti in un giorno rientrano nella variazione naturale”. Il problema non è Zizek, ma la zizekizzazione della filosofia contemporanea. Il ciarlatanesimo che si porta bene.

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  • Giulio Meotti
  • Giulio Meotti è giornalista de «Il Foglio» dal 2003. È autore di numerosi libri, fra cui Non smetteremo di danzare. Le storie mai raccontate dei martiri di Israele (Premio Capalbio); Hanno ucciso Charlie Hebdo; La fine dell’Europa (Premio Capri); Israele. L’ultimo Stato europeo; Il suicidio della cultura occidentale; La tomba di Dio; Notre Dame brucia; L’Ultimo Papa d’Occidente? e L’Europa senza ebrei.