Cinghialone rewind

Luca Gambardella

L’Appennino è assediato dai cinghiali (uno ogni cinque abitanti) e questa “invasione” è il cuore di nuova e pazza battaglia politica. Occhio a Salvini

Dario Benigni è un fornaio in pensione di 85 anni e il giorno dell’aggressione era nella sua casa di Vergato, un paesino dell’Appennino bolognese. All’improvviso aveva sentito il suo cane Lucky che abbaiava in giardino ed era uscito per vedere cosa stesse succedendo. Prima ancora di capire, gli si era scaraventato addosso un ammasso di carne di due quintali che l’aveva spinto a terra. Quel mostro indiavolato era ferito, perdeva sangue, ma aveva ancora energia sufficiente per avventarsi contro qualunque cosa che percepisse come un pericolo. Allora l’anziano aveva provato a proteggersi dietro a un albero, ma il mostro lo aveva attaccato di nuovo, colpendolo al braccio e al volto. Le urla di Benigni avevano attirato l’attenzione di un cacciatore armato di carabina, forse lo stesso che aveva ferito l’animale durante una battuta di caccia e che se lo era lasciato sfuggire. Il cacciatore aveva preso la mira, ma aveva dovuto aspettare prima di sparare perché quella bestia imbizzarrita era troppo vicina a Benigni. Poi, da chissà dove, era arrivato un altro cane che aveva azzannato l’animale alle spalle costringendolo a spostarsi. A quel punto il cacciatore aveva sparato e con un solo colpo aveva ucciso la bestia. Benigni era stato portato all’ospedale con ferite gravi. Ora sta bene e dice al Resto del Carlino: “Quella bestia era ferita. Forse l’aveva colpita qualche cacciatore. Poi si è scatenato l’inferno”.

  

“L’invasione dei cinghiali” – come titolano i giornali locali – ha scatenato una guerra a cielo aperto tra i monti dell’Appennino emiliano

L’inferno, tra le montagne che sovrastano il fiume Reno, ha la forma di un animale che pesa quasi duecento chili, ha zanne affilate e una vista poco sviluppata. Si sposta da solo o in piccoli gruppi da una montagna all’altra alla ricerca di cibo. Ormai però queste bestie sono tante, troppe e le montagne non bastano più. In città gli avvistamenti sono all’ordine del giorno. Sulle strade che attraversano queste valli le auto devono fare attenzione, perché capita spesso che gli animali le attraversino all’improvviso e gli investimenti sono aumentati a dismisura. In campagna, se va bene, la gente se la cava con qualche danno alle colture. Se va male, si fa la fine del signor Benigni. E’ “l’invasione dei cinghiali” – come titolano i giornali locali – che ha scatenato una guerra a cielo aperto tra i monti dell’Appennino emiliano. E’ una guerra che da queste parti riguarda tutti. Direttamente o indirettamente, chiunque ha esperienza di danni, aggressioni, avvistamenti. Il tema è all’ordine del giorno da anni al punto che in questi romantici paesini di montagna nessuno vuole fare l’assessore alla caccia. Troppe pressioni, dicono. Ora però, anche a livello nazionale, la politica si è accorta dell’emergenza. Ed è partita la gara a sostenere questa o quella associazione che vuole uccidere più cinghiali possibile. Nella storia di questa guerra all’invasore c’è di tutto: dagli interessi economici, alle tradizioni venatorie – che qui sull’Appennino sono secolari –, dall’ambientalismo osteggiato da (quasi) tutti al desiderio di vivere l’ebbrezza di una battuta di caccia. Sullo sfondo, solo in Emilia-Romagna, oltre 20 mila cinghiali stimati.

 

“Serve un piano di abbattimento dei cinghiali che ormai ci entrano dentro casa: il resto sono chiacchiere da salotto”, ha detto Salvini

Il dato nazionale è ancora più impressionante. Per la Coldiretti, lungo la dorsale appenninica ne vivono due milioni, uno ogni cinque abitanti. L’allarme lanciato dai rappresentanti degli agricoltori è stato raccolto dalla politica e un paio di settimane fa anche la Lega ha partecipato alle proteste a Roma, in Piazza Montecitorio, dove cacciatori e coltivatori chiedevano misure più drastiche per aumentare gli abbattimenti. “Tra un po’ i cinghiali ci entrano in camera da letto. Le campagne e le città vanno gestite e non da qualche ambientalista da salotto – ha detto Salvini dal palco della manifestazione – A me piace il cinghialotto, ma solo con un numero ridotto si può convivere”. E ancora: “La natura ha bisogno di un equilibrio e questo equilibrio va ripristinato, nessuno di noi è cattivo, ma mi sembra un diritto difendere le proprie bestie e i propri raccolti – ha proseguito il leader della Lega – Quindi ‘uniti, uniti’, ma solo se facciamo le cose. Occorre un piano di abbattimento dei cinghiali che ormai ci entrano dentro casa: il resto sono solo chiacchiere”. Con la sua consueta abilità nel fiutare il paese reale, Salvini ha fatto irruzione nella guerra al cinghiale, che nei suoi calcoli potrebbe portargli benefici in vista del voto di gennaio in Emilia-Romagna. Sui manifesti elettorali che sostengono la sua candidata, Lucia Borgonzoni, compaiono dichiarazioni d’intenti a sostegno dei cacciatori. Anche qui in Emilia, la strategia di Salvini è quella del contatto diretto con i suoi elettori. Così, pochi giorni dopo la manifestazione di Roma, eccolo sulle sponde del Po. L’occasione è quella giusta: la fiera del November Porc di Polesine Parmense. Il Capitano, da novello “cinghialone” (anche se molto lontano dalla statura, anche politica, di Bettino Craxi) si aggira per le bancarelle quasi sorretto da un drappello di fedelissimi. La bocca semi aperta, pronta a dispensare sorrisi per chiunque o a dare risposte a chiunque gli ponga domande. Quando parla, incalzato dalle domande della folla e dei giornalisti che riempiono gli spazi tra uno stand di salumi e uno di ortaggi, è tutto un “anche questo è nel nostro programma”. Procede dritto, e davanti a lui c’è un uomo che cammina all’indietro e tiene in mano un piccolo tagliere con diversi tipi di salame già affettati, porgendolo all’altezza della bocca del leader. Il suo sguardo è come impazzito e oscilla tra quelle leccornie e le fotocamere degli smartphone per scattare selfie. Dopo qualche migliaio di foto sorridenti, un bicchiere di Bombardino e diverse fette di salame, Matteo Salvini va via dalla nebbia di Polesine Parmense. Un salumiere urla: “Meno Salvini, più suini!”. Ma nel coro festante di “Ciao Matteo!” nessuno lo sente. Qui i danni causati dai cinghiali sono minimi, ma ad appena un centinaio di chilometri di distanza, a cominciare dalle colline e poi su fino alla montagna, la guerra tra uomo e cinghiale fa paura davvero.

 

Roma, cinghiali nel parco su via Cassia


 

“Se gli animali sono aumentati è perché le braccate non seguono un metodo. Ai cacciatori frega solo dell’adrenalina”

“Venti anni fa una squadra di cacciatori raccoglieva 2-3 cinghiali per battuta. Più di recente, ha cominciato a ucciderne 8 per volta. E ora alla gente non basta più”, spiega Alessandro Ghetti della Coldiretti Emilia-Romagna. “Anche i cacciatori sono diminuiti. Nel 2000 qui erano circa 100 mila, oggi sono appena 30 mila. I cinghiali invece sono aumentati a ritmi elevatissimi fino ad arrivare all’emergenza attuale”. Esistono due principali tipologie di caccia al cinghiale: quella selettiva, dove ci si piazza con una carabina su delle alture colpendo esemplari specifici come le femmine giovani, e quella in braccata, cioè strutturata in squadre di cacciatori e cani. “Due dita sotto al collo. E’ lì che va colpito il cinghiale. Un solo colpo. Quelli in braccata… beh, loro invece sparano dove gli pare. Anche otto colpi per abbatterne uno. Dicono che quella collettiva è la caccia migliore anche perché può favorire l’industria della carne. Ma quando lo ammazzi così il cinghiale non hai idea di cosa sia quella carne. Un misto di budella e feci. Meno male che usano gli odori quando lo cucinano”. A parlare è Dario Pirazzi, dell’Unione generale coltivatori della Cisl regionale, che gestisce una piccola azienda che si occupa di caccia selettiva. Ci spiega come il fronte di guerra dei cacciatori sia spaccato in due: da una parte quelli che pensano che uccidere qualunque tipo di cinghiale vada bene pur di diminuirne la popolazione; dall’altra c’è lui, e tutti quelli che fanno caccia selettiva: “Se i cinghiali sono aumentati è perché le braccate non seguono un metodo. A loro frega solo dell’adrenalina. Appena vedono qualcosa che si muove sparano. Hai visto che è successo a Vergato, a quel povero vecchio? E poi dicono che la colpa è dei lupi che li spingono a valle. Pura poesia. I lupi non bastano a spiegare quello che succede qui”. “Perché ci sono così tanti cinghiali? Perché qui ancora non si è capito che paradossalmente più ne ammazzi e più ne hai”, ci dice Lorenzo Bruschi del Wwf Emilia-Romagna. Funziona così: “Il cinghiale è un animale matriarcale, i branchi sono strutturati in modo piramidale e rigido. Naturalmente il cinghiale maremmano arriva a una soglia di riproduzione che, diciamo, si autolimita. Con la caccia in braccata invece si lasciano in vita le femmine giovani, mentre i cinghiali più vecchi sono più facili da colpire. Il risultato è che si stanno alterando gli equilibri all’interno dei branchi. Ecco perché ci sono più cinghiali: l’interesse del cacciatore è solo quello di fare un bel carniere”.

 

Gli Atc sono composti da cacciatori che “hanno tutto l’interesse a che la popolazione di cinghiali resti elevata”

In Emilia-Romagna le squadre dei cacciatori svolgono un servizio pubblico: le istituzioni incentivano gli agricoltori che subiscono danni a chiamare i cacciatori, organizzati negli Ambiti territoriali di caccia (Atc) per uccidere i cinghiali. Sono proprio gli Atc le “squadre d’assalto” di questa guerra alle bestie, il pilastro di un sistema di assistenza comunitaria e mutualistica che si crea tra produttore e cacciatore. Ognuno si iscrive versando una quota e il cacciatore è inserito in una squadra che compie battute in un’area stabilita per legge. Chi subisce danni fa richiesta di risarcimento proprio all’Atc che salda l’indennizzo. Tutto molto bello. Ma nella realtà il sistema della caccia al cinghiale mostra delle crepe e ha preso una china pericolosa, perché si basa sulla prevalenza dell’aspetto ludico. “Dagli anni Ottanta abbiamo avuto un aumento esponenziale di cinghiali, frutto degli inserimenti a scopo venatorio di specie originarie dell’Europa dell’est”, ci spiega dalla Regione Marialuisa Zanni, dell’Osservatorio per la gestione della fauna selvatica in Emilia-Romagna. “L’impatto è stato notevole: per dimensioni dei capi (un cinghiale maremmano pesa circa 80 chili, quelli portati da fuori arrivano anche a due quintali, ndr) ma soprattutto per il numero dei parti, con un incremento annuo della popolazione che raggiunge anche il 200-250 per cento. Consideri che se a metà degli anni ’80 erano abbattuti circa 1.800 capi all’anno, oggi siamo intorno ai 22.000. Ma nonostante gli abbattimenti elevatissimi la popolazione resta costante e questo significa che i riproduttori restano attivi”. L’emergenza è soprattutto nelle province di Bologna, Parma e Forlì e in queste zone la Regione ha chiesto agli Atc uno sforzo in più, con un numero minimo di abbattimenti ogni anno. I rischi però sono tanti, come dimostra il caso di Vergato, e talvolta il divertimento e l’adrenalina sembrano prevalere su qualsiasi altra logica, mettendo a rischio l’efficacia della battuta oppure la vita stessa dei cacciatori. “Si sparano addosso – denuncia Pirazzi – uno di loro, che conosco, non ha più un braccio per questo”. Secondo Zanni, però, le regole ci sono, sia riguardo a come e dove svolgere la caccia in braccata, sia per stabilire come trattare e cosa fare delle carcasse dei cinghiali: “Gli Atc devono rispettare le regole e gli obiettivi – aggiunge Zanni – stabilite dal Piano faunistico che abbiamo approvato nel novembre del 2018, che ha introdotto una novità rivoluzionaria e unica in Italia definendo una soglia di danno massimo a ettaro per raggiungere la quale è necessario che vengano messe in atto tutte le forme di caccia consentite dalla legge e non solo quella tradizionale della braccata. Fondamentale è anche la caccia di selezione che consente di intervenire tutto l’anno, soprattutto nel periodo primaverile-estivo quando l’impatto della specie è più elevato, e anche su richiesta diretta degli agricoltori. Sono gli Atc i veri responsabili del territorio”.

  

Il punto è stabilire quanti rispettino il piano. Gli Atc, d’altra parte, sono società private che svolgono un servizio pubblico e, per di più, sono composte da cacciatori che “hanno tutto l’interesse a che la popolazione di cinghiali resti elevata”, come denuncia Pirazzi. Il gioco deve andare avanti: “La vigilanza è poca in effetti. Noi come Regione possiamo però commissionarli nel caso di violazioni. Di base però sono gli stessi Atc che devono fermare le squadre che non fanno bene il loro lavoro. Per noi, la legge attuale è la migliore possibile”, conclude Zanni. Ma un sistema che si autocontrolla nasconde delle fragilità, in particolare in territori dove la caccia è un’attività trasversale che coinvolge tutti, dal cacciatore all’agricoltore, passando per il sindacalista e l’impiegato d’azienda. “Anche i rappresentanti politici da queste parti sono filo cacciatori, se non addirittura cacciatori loro stessi”, dice Ghetti di Coldiretti. E poi c’è il tema degli ambientalisti, che la Lega ha preso di petto. “Il problema non sono i veri ambientalisti – precisa il sindacalista – Nel nuovo piano faunistico è previsto che ai consigli di ogni Atc partecipino rappresentanti delle associazioni ambientaliste riconosciute dal ministero dell’Ambiente. Così, oltre ai cacciatori, partecipano anche rappresentanti di Ekoclub o di Urca, per esempio, che però, anche se può sembrare paradossale, sono ambientalisti solo sulla carta, in pratica sono a loro volta associazioni di cacciatori”. Intanto sui social network e su YouTube impazzano i video di cinghiali di enormi dimensioni che trotterellano per le città, oppure di cani da caccia sventrati da bestie di duecento chili. “Venti anni fa la nostra campagna contro i cinghiali non sarebbe riuscita a destare tutto questo clamore”, conclude Ghetti. “Ora con i social network e gli smartphone la diffusione è massima. Guardare il video di un cinghiale che assale un cagnetto a spasso per il centro di Cesena attira l’attenzione di tutti”. E alcuni partiti sono lì, pronti ad approfittarne, per intestarsi la vittoria sui cinghiali.

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  • Luca Gambardella
  • Sono nato a Latina nel 1985. Sangue siciliano. Per dimenticare Littoria sono fuggito a Venezia per giocare a fare il marinaio alla scuola militare "Morosini". Laurea in Scienze internazionali e diplomatiche a Gorizia. Ho vissuto a Damasco per studiare arabo. Un paio di tirocini al ministero Affari esteri e al Parlamento europeo, abbastanza per capire che dovevo fare altro. Nel 2012 sono andato in Egitto e ho iniziato a scrivere di Medio Oriente e immigrazione come freelance. Dal 2014 lavoro al Foglio.it