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Il Natale versione Greenpeace scivola sull'olio di palma

La catena di supermercati britannici Iceland stringe un accordo con l'associazione ambientalista per realizzare uno spot contro l'uso dell'olio di palma. Ma è stato vietato per violazione delle regole sulla “pubblicità politica”

13 Novembre 2018 alle 15:15

In vista del Natale, i supermercati Iceland – una catena del Regno Unito specializzata in alimenti surgelati e la prima a impegnarsi a rimuovere l'olio di palma da tutti i suoi alimenti di marca – hanno stretto un accordo con Greenpeace per realizzare una pubblicità. Il protagonista dello spot – un cortometraggio animato – è un piccolo orangutan che vede il suo habitat nella foresta pluviale distrutto per mano dei coltivatori di olio di palma. Ma la campagna pubblicitaria è stata bandita dalla televisione britannica per violazione delle regole sulla “pubblicità politica”. Clearcast, l'organismo responsabile della verifica degli annunci pubblicitari prima che vengano trasmessi al pubblico, ha dichiarato che è in violazione delle norme che vietano la pubblicità politica stabilite dalla legge sulle comunicazioni del 2003. Una delle clausole contenute nel codice di trasmissione per la pratica pubblicitaria (Bcap) è che un annuncio è vietato se è “diretto verso un fine politico”. 

  

“Il video è stato realizzato da Greenpeace con la voce di Emma Thompson”, ha detto il fondatore di Iceland Malcolm Walker. “Abbiamo ottenuto il permesso di togliere il logo di Greenpeace e usarlo come annuncio natalizio della nostra catena di supermercati”. Ma, ha spiegato una portavoce di Clearcast, “lo spot che ci è stato inviato è collegato a un'altra organizzazione che non è ancora stata in grado di dimostrare la conformità alle norme in questo settore”. Iceland potrà ancora pubblicare annunci tv, ma solo clip di 10 secondi che evidenzieranno i prodotti senza olio di palma.

   

Diversamente dalla pubblicità nei media cartacei, radiofonici e su internet, molti stati membri dell'Unione europea hanno limitato la pubblicità a fini politici sui mezzi di trasmissione. Queste restrizioni sono state giustificate dal fatto che il divieto offre parità di condizioni: eventuali vantaggi economici non devono permettere di ottenere un vantaggio sleale nel dibattito politico di uno stato membro. In altre parole, senza il divieto esisterebbe un “rischio di distorsione” del dibattito pubblico da parte di gruppi di pressione in grado di spendere molto denaro, che quindi avrebbero un accesso maggiore alla pubblicità La Corte europea dei diritti umani ha riconosciuto che la pubblicità televisiva è particolarmente potente e quindi lobby piuttosto ricche potrebbero bloccare le argomentazioni valide dei gruppi meno abbienti e quindi distorcere il dibattito pubblico. E ha anche riconosciuto che il divieto non era un limite alla libertà di parola, dato che sono disponibili altri metodi di comunicazione.

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