La guerra dell'Europa contro l'olio di palma è complicata. Parla Teresa Kok

Giulia Pompili

Il ministro dell’industria primaria della Malaysia: "Nel 1992 l’area forestale del nostro paese era il 56,2 per cento. Oggi è il 54,8 per cento. E le piantagioni di gomma e di palma non vengono considerati foresta"

Roma. Subito prima di partire per la sua missione in Europa, il ministro dell’Industria primaria della Malaysia, Teresa Kok, aveva accusato l’Unione europea di aver iniziato una “trade war” contro l’olio di palma e la produzione malaysiana. Entro il 2030 Bruxelles vorrebbe eliminare completamente l’uso dell’olio di palma dalla produzione del biodiesel – più della metà dell’olio di palma importato in Europa diventa biodiesel – e le conseguenze riguarderebbero i due paesi che producono l’85 per cento del fabbisogno mondiale, l’Indonesia e la Malaysia. Kuala Lumpur è decisa a portare la questione al Wto, coinvolgendo anche il governo di Giacarta, contro il divieto dell’Ue, e iniziare poi una fase di ritorsione commerciale. La missione europea di Teresa Kok della scorsa settimana aveva come obiettivo quello di far conoscere gli sforzi fatti dalla Malaysia per creare una certificazione di olio di palma sostenibile. “E’ la mia prima volta in Italia”, dice al Foglio il ministro dell’Industria primaria di Kuala Lumpur, “Ho parlato con il sottosegretario agli Esteri Manlio Di Stefano e con il presidente della Commissione Esteri della Camera Marta Grande: era la prima volta che sentivano questa storia”. Perché in effetti, quella dell’olio di palma, è una storia che ha a che fare con gli interessi, l’ambientalismo militante, il marketing e le fake news. E’ un argomento delicato, ma che merita l’attenzione internazionale che finora, alla Malaysia, è stata negata.

 

Com’è andata a Bruxelles? “Erano tutti molto impegnati con la campagna elettorale, ed è difficile parlare di qualcosa che riguarda l’ambiente subito prima delle elezioni, è un tema sensibile”. Perché le argomentazioni che spingono al boicottaggio dell’olio di palma da una parte riguardano gli effetti nocivi sulla salute, dall’altra la deforestazione e gli effetti sull’ambiente. “Sulla questione della salute ormai siamo tranquilli”, dice al Foglio Datuk Dr. Kalyana Sundram, amministratore delegato del Malaysian Palm Oil Council citando decine di studi scientifici indipendenti che sottolineano come l’olio di palma in realtà non sia nocivo, non più degli altri oli, come ormai da anni cerca di promuovere l’Unione italiana per l’olio di palma sostenibile di cui fanno parte anche colossi come Ferrero, “ma l’industria alimentare sfrutta il vantaggio economico”, spiega Datuk Dr. Sundram. Vuol dire: mettere un’etichetta con su scritto “senza olio di palma” è un fattore decisivo per la scelta del consumatore inconsapevole, anche se non vuol dire niente: “Sui social network, ogni post positivo ne abbiamo venti negativi”, spiega, come quelle foto che circolano con le didascalie “L’olio di palma ha ucciso oltre centomia oranghi”, un dato non verificabile e “falso”, ci dice il ministro. Tra il 2010 e il 2013 poi sono arrivate le ong contro la deforestazione, e su questo la Malaysia ha lavorato per spiegare che il problema c’è, ma non è catastrofico, ed esiste una soluzione: “Nel 1992 l’area forestale del nostro paese era il 56,2 per cento”, dice Kok, “vent’anni dopo abbiamo ancora il 54,8 per cento di foresta, anche se la popolazione è cresciuta da 19,2 a 31,7 milioni. La deforestazione c’è stata, ma solo dello 0,1 per cento. Inoltre, le piantagioni di gomma e di palma non vengono considerati foresta. Quindi, quando l’occidente ci accusa di deforestazione vogliamo che loro sappiano anche questi dati. Ci prendiamo molta cura delle nostre foreste. Ma anche Kuala Lumpur era una foresta, ma non oggi, ed è la stessa cosa che succede in Europa, c’erano aree di foreste che ora non ci sono più”.

 

C’è poi la questione della sostenibilità, perché ogni ettaro di palme da olio ha un tasso di produzione del 3,56, che è parecchio se comparato con la soia (0,45), i girasoli (0,70), la colza (0,77). Nell’aprile del 2017 il Parlamento europeo ha approvato quasi all’unanimità una risoluzione su “l’olio di palma e la deforestazione delle foreste pluviali”, poi, il 14 marzo scorso, la Commissione ha dichiarato il biodiesel fatto dall’olio di palma non sostenibile. A guidare la crociata è Bas Eickhout, eurodeputato olandese del Partito verde europeo: “La combustione di cibo per il carburante non ha senso e ha un enorme impatto sui cambiamenti climatici e sulla biodiversità”, e vorrebbe bandire tutto, anche l’olio di semi di soia. D’altra parte, l’approccio “pragmatico” del governo malaysiano è costoso, perché sostiene economicamente i piccoli produttori che vorrebbero ricevere la certificazione di “olio di palma sostenibile”. Poi, ovviamente, c’è anche una questione geopolitica: “Anche i negoziati sul free trade agreement tra Kuala Lumpur e Bruxelles sono stati rallentati, ed è sempre per l’olio di palma”, spiega Kok. A fine aprile il primo ministro malaysiano Mahathir è stato in Cina, e Pechino ha assicurato che acquisterà l’olio di palma rimasto invenduto dai divieti dell’Europa. A metà aprile, il ministro della Difesa malese aveva confermato che stava trattando con vari paesi per acquisire aerei e dispositivi militari pagando con olio di palma. Cina, Russia e Pakistan si erano mostrati interessati.

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  • Giulia Pompili
  • È nata il 4 luglio. Giornalista del Foglio dal 2010, si occupa delle vicende che attraversano l’Asia orientale, soprattutto di Giappone e Coree, e scrive periodicamente anche di Cina e dei suoi rapporti con il resto del mondo. Ha una newsletter settimanale che si chiama “Katane”. È terzo dan di kendo.