I governi populisti in Europa possono provocare il ritorno degli estremismi

Intervista alla ricercatrice Julia Ebner, che ha studiato sul campo il fenomeno della "radicalizzazione reciproca" tra movimenti di estrema destra e fondamentalismo islamista

6 Giugno 2018 alle 16:26

I governi populisti in Europa possono provocare il ritorno degli estremismi

Milano. Due giorni dopo l’attentato alla redazione di Charlie Hebdo a Parigi, nel gennaio 2015, Amedy Coulibaly si barrica in un supermercato kosher, sequestrando diverse persone e uccidendone quattro, di religione ebraica. Il kalashnikov usato gli era stato fornito da un simpatizzante dell’estrema destra francese.

 
L’attacco potrebbe raccontare casuali sovrapposizioni logistiche rafforzate da una comune ideologia – l’antisemitismo in questo caso -, ma le convergenze tra fondamentalismo islamista e estremismo di destra sarebbero più profonde. Questa è la tesi di Julia Ebner, giovane ricercatrice austriaca dell’Institute for Strategic Dialogue di Londra che per mesi, sotto copertura, sul campo e sui social network, ha studiato i due fenomeni. La sua ricerca ha dato vita a un libro – “La Rabbia. Connessioni tra estrema destra e fondamentalismo islamista”, pubblicato in Italia da NR edizioni – che racconta come due radicalismi definiti complementari stiano in questi anni dando forma alla politica, dall’America all’Europa.

 
Abbiamo incontrato Julia Ebner a Milano pochi giorni fa, mentre in Italia si formava un governo a trazione populista guidato da M5s e Lega con la benedizione dei gruppi della alt-right. Esiste un’alt-right italiana, ci spiega Ebner, ed è stata molto aggressiva sui social, da Telegram a Reddit alla piattaforma 4Chan, durante la nostra campagna elettorale, per influenzare il dibattito online – con aiuti anche dall’estero – in favore della Lega, di Fratelli d’Italia, di Forza Nuova e CasaPound.


Il fenomeno delle destre estreme, prima localizzato e frammentario, sta cambiando, sostiene Ebner. “Assistiamo sempre di più a una collaborazione internazionale, soprattutto dopo l’elezione di Donald Trump negli Stati Uniti. Lo abbiamo visto nel voto tedesco, in quello italiano e ce lo aspettiamo a settembre in Svezia”. Le destre estreme, attraverso l’amplificazione dei social, hanno iniziato a parlarsi, a organizzarsi, a imitarsi, a cercare e trovare sostegno transazionale per le loro campagne.

 
Benché la ricerca non insista abbastanza su alcune centrali differenze tra i due radicalismi studiati – l’aspetto religioso, la profondità strategica, logistica e geografica di movimenti come al-Qaeda e lo Stato Islamico –, Ebner è chiara su un punto: si tratta di due estremismi diversi, che hanno però aspetti in comune e che, soprattutto, alimentano un circolo vizioso di “radicalizzazione reciproca”: per i primi il male assoluto è l’islamizzazione dell’occidente, per gli altri, l’occidentalizzazione dell’islam. La convergenza più preoccupante è che “estremismo di destra e islamista nel lungo periodo mirano allo stesso obiettivo: provocare un cambiamento politico. Per farlo, adottano le stesse strategie, minando le fondamenta delle società democratiche, anche attraverso il terrorismo. A livello ideologico, c’è terreno comune: un comune antisemitismo, comuni sentimenti anti establishment, anti liberali. L’obiettivo complessivo è quello di incrinare le basi della democrazia”.

 

Quello in cui viviamo per Ebner è il tempo della rabbia, in cui, ha scritto “la democrazia, lo stato di diritto e la libertà di stampa possono collassare se le persone smettono di crederci. E poiché gli estremisti sono stati bravi a raccontare storie sulle istituzioni politiche corrotte, sui sistemi democratici truccati e sui ‘fake’ media, l’ordine attuale rischia di collassare”. “Con la crisi dell’immigrazione, la minaccia all’Europa arriva dall’odio, dalle paure sui musulmani e sulle minoranze. Ci sono stati oltre 900 attacchi d’odio in Germania nel 2017, e ho notato come sui canali Telegram di Isis queste statistiche siano state osservate”.

 
In questo scenario, si inseriscono i movimenti populisti: sfruttano “le politiche identitarie”, “alimentano la narrativa” degli estremismi “amplificando le divisioni” e le paure sorte con gli attacchi jihadisti in Europa. E i social accelerano il processo. Dopo la crisi economica e quella dei migranti, hanno rafforzato la paura d’essere rimpiazzati (dagli immigrati: sul lavoro, in Europa). “La retorica radicale usata dall’estrema destra – dice Ebner - arriva in politica attraverso i social e diventa mainstream a causa dell’amplificazione dei politici populisti e il calo della fiducia nei media tradizionali”.

 
Il ciclo che alimenta radicalismo di destra attraverso fondamentalismo islamista e viceversa acquista un aspetto inquietante con la vittoria di partiti populisti in diversi Paesi: quando i movimenti della destra radicale si accorgeranno di non ottenere dai politici che hanno sostenuto ciò che vogliono, nascerà il rischio di violenza, secondo Ebner. I politici populisti sarebbero “consapevoli del pericolo. Non per questo cambieranno la retorica su cui fanno affidamento: condividere storie che giustificano le loro politiche alimentando narrative di estrema destra, dando così legittimità a questi movimenti, aumentando la pressione su tutti i musulmani, che si sentiranno nel mirino. Alcuni di loro reagiranno radicalizzandosi”, imputando a tutto l’occidente i sentimenti populiste di odio delle minoranze. In un circolo vizioso.

 
Come interromperlo? “If you don’t like what’s being said, change the conversation”, diceva Don Draper nella serie tv Mad Men. In questo caso, non è facile, perché non saranno i media tradizionali a rompere il ciclo: “Il loro discorso sarà sempre meno attraente degli altri. Si tratta di arrivare al cuore dei giovani, iniziare una controcultura, riattivare l’idea della forza dei nostri valori democratici – spiega la ricercatrice - Occorre offrire una nuova identità”.

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