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L’occidente che muore di benessere

Ehrenreich e Redeker contro il “Mondo Nuovo in cui la salute è una virtù”

Giulio Meotti

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meotti@ilfoglio.it

15 Aprile 2018 alle 06:00

L’occidente che muore di benessere

Il giardino della morte, Hugo Simberg

Roma. Come scrive Jean-Pierre le Goff nella prefazione al libro L’Éclipse de la mort, stiamo entrando in un “Mondo Nuovo igienizzato”. L’autore il filosofo francese Robert Redeker, denuncia lo scandalo di un occidente ossessionato dal voler far “scomparire la morte”.

  

Fino a tutti gli anni Sessanta e Settanta, la morte era un evento pubblico. “Era presente ovunque, nella città, nella vita di tutti i giorni, nelle processioni funebri a Place de Grève. Oggi ci sono persone che hanno cinquant’anni e non hanno mai visto una morte. Questa è l’occultazione. Quanti francesi hanno mai visto un cadavere? Immagini di morti fittizie abbondano sugli schermi, svuotando il processo di ogni significato simbolico. Le immagini possono essere simboli, ma triturate nell’industria dell’intrattenimento, sono solo delle miniature per anestetizzare le folle. Non sappiamo cosa vuol dire morire, tranne che per alcuni soldati sul campo di battaglia e pochi altri professionisti”. Osserva Redeker che “la cremazione testimonia i cambiamenti nel nostro rapporto con la morte, non tolleriamo più l’idea della decomposizione e ci riduciamo in cenere. Non possiamo sopportare l’idea che la nostra carne, il nostro corpo, continui a ‘vivere’ in un certo modo dopo la nostra morte, vale a dire senza il controllo della coscienza, senza il controllo operato dall’ego, questo ego contemporaneo molto infatuato, molto gonfio”. Si affaccia allora l’ideologia del “postumano” che non è altro che una “parodia dell’immortalità”.

  

Oltre oceano è una celebre filosofa di sinistra con un Phd in Immunologia cellulare, Barbara Ehrenreich, a spiegarci che fine ha fatto la morte con il suo nuovo libro Natural causes. Trattiamo l’invecchiamento come un “oltraggio” o, peggio, come un “peccato”. Nella nostra dipendenza dal miglioramento, abbiamo sostituito la “salute” con il “benessere amorfo”. “La maggior parte dei miei amici colti e istruiti ha cominciato a raddoppiare gli sforzi relativi alla salute all’inizio della mezza età, se non prima” scrive Ehrenreich. “Intraprendono esercizi di yoga, riempiono i loro calendari con esami medici, si vantano dei loro ‘buoni colesteroli’. Nella mentalità salutista che ha prevalso tra le persone benestanti del mondo, la salute è indistinguibile dalla virtù. Io invece a poco a poco mi sono resa conto che ero abbastanza vecchia per morire”.

  

Ogni morte oggi può ora essere intesa come una sorta di suicidio. “Continuiamo a sottoporre chiunque muoia a una sorta di autopsia bio-morale: Fumava? Beveva? Mangiava abbastanza fibre?”. Oggi ci sono 186 mila club della salute in tutto il mondo, che generano circa 81 miliardi di dollari all’anno, di cui circa 26 miliardi vengono spesi negli Stati Uniti.  

     

“I libri di auto-aiuto proliferarono al punto da diventare un genere letterario separato, come se un segmento alla moda della società avesse intrapreso un nuovo progetto: se stessi. Per lo storico Christopher Larch, l’ossessione del fitness è solo un altro aspetto della ‘cultura del narcisismo’, che rappresenta ‘un ritiro dalla politica e un ripudio del recente passato’”.

    

Questa società, secondo Redeker, è attraversata da un implicito “immortalismo”, “che si manifesta nei cosmetici, nel Viagra, nel giovanilismo, nella forma fisica, nel culto del corpo, nel transumanesimo”. Ma questo rigetto, questo “sguardo purificato dalla cecità generata dall’idea di progresso”, è legato alla nuova questione antropologica: “E’ l’idea che le generazioni future non abbiano debiti nei confronti di chi li ha preceduti e generati. Dobbiamo rimuovere tutti i debiti, tutti i riconoscimenti. Senza morte, non c’è cultura, storia, evoluzione, generazione, genitore, bambino. E’ la terribile illusione di credere che una generazione possa nascere da sé”.

    

L’occidente avrà anche spinto la morte nella sfera privata, “trasformandola in un oggetto di scandalo”, ma l’uomo occidentale è finito così tiranneggiato, come recita il sottotitolo del libro di Ehrenreich, da una grande “epidemia di benessere”. Si muore anche di wellness.

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Commenti all'articolo

  • perturbabile

    15 Aprile 2018 - 21:09

    I principi salutisti servono semplicemente a morire dopo, e, soprattutto, a invecchiare meglio. La morte a tutti ha sempre fatto paura: se ai più semplici non arride l'essere consumati dai vermi, ai più consapevoli riesce drammatica l'idea di non esistere più, un concetto inimmaginabile. Anche chi si ripara nella religione, che promette la continuazione del nostro io, non ci crede al punto da essere risparmiato dall'angoscia. La Natura -attraverso la nostra mente - ci fa il favore dell'amnesia sulla morte, ci lega ai fatti quotidiani e agli altri pensieri contingenti o a diverse riflessioni per la maggior parte del tempo. È una difesa biologica, teniamocela invece di lamentarci per non veder cadaveri. 'Banalmente', mi pare che stia quasi tutto qui, a dispetto della vana letteratura sopra riportata. Lasciamo stare questi filosofi, sempre lamentosi di noi; leggiamo, semmai, se ne siamo capaci, i libri scientifici: trattano solo la realtà, in modo ovviamente smentibile e invalidabile.

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