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Carlo Ripa di Meana, la leggerezza di una vita cavalleresca decisa dal destino

È morto a 88 anni, due mesi dopo la moglie Marina. La sua vita dall'Unità al Psi attraverso la biennale del dissenso

2 Marzo 2018 alle 21:32

Carlo Ripa di Meana, la leggerezza di una vita cavalleresca decisa dal destino

Carlo e Marina Ripa di Meana (foto LaPresse)

La vita passata attraversando una consapevole felicità. Mica è facile e non è detto che non sia rischioso. Carlo Ripa di Meana aveva capito da ragazzino che il luogo di quella felicità era in una dimensione sociale e politica, e che servivano coraggio, intelligenza e libertà. Avendone, si è buttato in quel rischio. Nei primi anni Cinquanta a lui, nato il giorno di Ferragosto del 1929, si offriva l’avventurosa possibilità di partecipare alla mobilitazione intellettuale e politica guidata e assecondata dal Partito comunista. Logico che se ne invaghisse, con qualche tentativo perfino di disciplina comunista, frequentando l’Unità diretta da Pietro Ingrao e accettando, su sua richiesta, perfino l’incarico di direttore di un mensile internazionale studentesco, facendo base a Praga – dove resta anni nell’epoca non ancora completamente plumbea degli stati tenuti sotto lo scacco sovietico. Essere liberi e coraggiosi non vuol dire fare cose eroiche, ma soprattutto significa saper cogliere, e allora davvero senza ritrarsi, ciò che il caso offre. E così per lui significò tornare da Praga con una serie di amicizie e di esperienze che con gli intenti originari dell’incarico ricevuto da Ingrao c’entravano praticamente niente. Tornare, per esempio, dopo essersi scambiati stima intellettuale e affetto con un giovanissimo Bettino Craxi. E tornare con qualche idea interessante non tanto su come realizzare il socialismo ma su come dar voce al dissenso nei paesi socialisti. Cose che maturano nel tempo, idee che, sempre seguendo liberamente gli obblighi del destino, lo portano nel Partito socialista tra i lombardiani, sempre in posizioni politicamente non tanto e non semplicemente minoritarie, ma si potrebbe dire sperimentali. Quasi vissute col gusto aristocratico di mettere la storia alla prova e di mettersi alla prova su terreni sconosciuti. Va avanti sempre su questa cifra.

 

 

 

Nel 1970 entra con i socialisti nel primo consiglio regionale della Lombardia, dirige dal 1974 al 1979 la Biennale di Venezia. C’era da rimetterla in piedi, tra contestazioni subìte e snobismi intellettuali. Bisognava superare di slancio gli studenti maoisti e la loro rivoluzione culturale importata in Italia, e andare contro quello che sembrava lo spirito del tempo. Forse solo Carlo Ripa poteva inventare, in quegli anni, la biennale del dissenso. Praticamente una controffensiva di cavalleria al centro dello schieramento nemico. Una pazzia che deve avergli procurato assieme divertimento e sofferenza in misure che pochi sperimentano nella vita. Un passaggio, comunque, dopo la straordinaria e disordinata formazione intellettuale che lo aveva segnato negli anni Sessanta in cui ancora era un folle e disciplinato esponente politico. Dopo è il ciclone del socialismo craxiano a divertirlo, e a permettergli di esercitare il suo coraggio, e la scoperta della politica ecologista. Gli incarichi – ministro, commissario europeo, anche capo partito. Sempre il destino a guidare, e lui ad accettarlo in modo cavalleresco. Successe anche per il suo amore più conosciuto, quello splendido matrimonio con Marina Punturieri nel 1982. Coppia perfetta nella loro totale divergenza. Coppia irresistibilmente seduttiva per tutti, per il mondo. E irresistibilmente legata. Marina è morta due mesi fa, Carlo è morto oggi.

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