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Il caso

L'assurda polemica dell'Accademia della Crusca con l'Università di Bologna. Parla il rettore

Giulia Casula

L'accademia contro la scelta dell'ateneo bolognese di cancellare la versione in italiano del corso di laurea in Economia del turismo. "Abbiamo quasi novanta corsi in inglese. Così attiriamo i giovani studenti stranieri", dice Giovanni Molinari

L’estinzione dell’italiano. È l'allarme lanciato dal presidente dell’Accademia della Crusca, Paolo d’Achille, che ha espresso la sua preoccupazione per la scelta dell’Università Alma mater di Bologna di abolire, a partire dal prossimo anno accademico, il corso di laurea in Economia del turismo a favore della sua versione in lingua inglese Economics of Tourism and Cities. “Eppure il nostro ateneo conta altri ottantanove corsi esclusivamente in inglese. Questa attenzione improvvisa mi stupisce”, dice al Foglio il rettore Giovanni Molinari destinatario, insieme al ministro dell’Università e della ricerca Anna Maria Bernini, della lettera di polemica inviata dall’Accademia della Crusca.

"La progressiva eliminazione dell'italiano dall'insegnamento universitario (come pure dalla ricerca) in vista di un futuro monolinguismo inglese costituisce un grave rischio per la sopravvivenza dell'italiano come lingua di cultura, anzitutto, ma anche come lingua tout court”, aveva scritto Paolo D’Achille, tra le altre cose professore ordinario di linguistica italiana all'Università di Roma Tre. Nessun allarme, invece, secondo il rettore dell’ateneo bolognese, “perché il corso in questione – osserva – ha a che fare con il turismo, un tema internazionale. La scelta dell’inglese in un settore come questo mi pare ovvia. Sinceramente queste parole mi meravigliano”, dice Molinari.

Secondo il rettore, dietro l'operazione dell'ateneo bolognese non c'è l'intenzione di eliminare dalla propria offerta didattica la lingua italiana, quanto piuttosto la volontà di "mettere in pratica una scelta di senso". "Ovviamente il nostro ateneo vanta dei corsi di italianistica che sono tra i più riconosciuti a livello internazionale, così come la ricerca. In più stiamo introducendo dei corsi di italiano in tutti i percorsi internazionali proprio per diffondere la cultura italiana anche agli studenti stranieri che frequentano la nostra università", assicura Molinari. 

La decisione dell’Università di Bologna, racconta, non è frutto di un’imposizione dall’alto, ma il risultato di un accordo unanime raggiunto dopo un ampio confronto con le parti sociali. “Per diverso tempo abbiamo avuto due curricula per il corso di Economia del turismo, uno in italiano e uno in inglese. Negli ultimi quattro anni, però, abbiamo registrato un calo consistente di iscritti al curriculum in italiano e una crescita progressiva per quello in inglese. Abbiamo così avviato un processo di razionalizzazione e di rinnovo della scelta formativa che ha portato, con il consenso di tutte le parti sociali coinvolte, a chiudere il corso in italiano”, spiega il rettore.

La decisione dell’Alma mater si inserisce inoltre all’interno di un preciso disegno che intende trasformare l’università bolognese in un polo sempre più attrattivo per gli studenti provenienti da diverse parti del mondo. “In questi anni il nostro ateneo ha trasformato un’importante parte di corsi dall’italiano all’inglese. Il progressivo aumento dell’offerta in inglese ha portato con sé un incremento degli studenti internazionali che oggi superano il dieci per cento del totale degli iscritti dell’Alma mater”, dice Molinari. Un modo, insomma, per attirare i giovani studenti stranieri e non per innescare una polemica di cui l'Università di Bologna, tra i più antichi poli universitari al mondo e al secondo posto nella classifca Censis sulle migliori università in ambito letterario-umanistico in Italia, avrebbe volentieri fatto a meno.