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I problemi filosofici (e no) della classifica scolastica

Valutare le scuole superiori è un'ottima idea, ma con quali criteri? Lettura critica del rapporto Eduscopio e della visione funzionalista che promuove

12 Novembre 2019 alle 11:06

I problemi filosofici (e no) della classifica scolastica

Studenti in divisa in una classe di biologia alla Forest School di Londra (foto Reuters)

La settimana scorsa la Fondazione Agnelli ha pubblicato la sesta edizione di Eduscopio, articolato studio sulle scuole superiori italiane che “offre gratuitamente informazioni oggettive e comparabili sulla qualità dei percorsi di istruzione secondaria” ed è diventato ormai un “riferimento prezioso per gli studenti delle scuole medie e le loro famiglie”, come recita il comunicato stampa. Seguono dati significativi sui milioni di utenti che in questi anni hanno utilizzato lo strumento per scegliere in quali scuole iscrivere i propri figli. La popolarità di Eduscopio è notevolmente cresciuta in tempi recenti, e i media hanno dato particolare risalto a questa edizione, anche assecondando la comprensibile eccitazione che sempre accompagna tutto ciò che sa di classifica, graduatoria, ranking. Comprensibile anche il misto di attesa e timore che l’evento genera fra dirigenti scolastici e professori: l’autorevolezza di Eduscopio è tale, presso il pubblico, da influenzare in modo significativo la distribuzione delle domande d’iscrizione. Qualunque preside che in questi anni ha visto la propria scuola repentinamente schizzare in alto o precipitare in basso nella classifica della Fondazione Agnelli può testimoniare una correlazione fra la posizione in classifica e il tasso d’interesse da parte degli studenti (cioè dei loro genitori). Com’è ovvio, chi è nelle posizioni di testa esibisce il trofeo per legittimi scopi di marketing scolastico, mentre chi è in fondo cerca di nascondere come può il disonore. Ma la capacità di questo strumento di influenzare i comportamenti delle famiglie non è, scusate il bisticcio, il pensiero che domina questo “Pensiero dominante”. Al centro c’è un’altra questione, legata non (solo) all’efficacia della misurazione ma all’impostazione culturale che questa esprime: qual è l’idea di educazione sottesa allo studio della Fondazione Agnelli? Che concezione di scuola esprime? Quale visione antropologica implicitamente abbraccia? A questo livello il rapporto Eduscopio esibisce questioni meritevoli di un dibattito che non si riduca a un fatto di classifica, come se il gesto educativo, uno dei più complessi e articolati dell’agire umano, fosse una gara podistica.

 

Prima di affrontare il nodo problematico è obbligatoria una duplice premessa. La valutazione delle scuole è un fatto di per sé positivo e nobile, specialmente in un paese che resiste sistematicamente alle valutazioni, in qualunque ambito della vita sociale, professionale, politica. Anche la natura del soggetto che valuta non è di per sé un problema. Nel corso degli anni c’è chi ha criticato il fatto che a stilare la guida più autorevole degli istituti superiori sia una fondazione privata, mentre dovrebbe essere lo stato, un ente pubblico di qualche natura, un consorzio indipendente di soggetti eterogenei o una combinazione a piacere fra questi a fornire una guida il più possibile oggettiva. Una critica piuttosto evanescente, perché nasconde il problema vero della valutazione scolastica dietro a quello falso dell’identità di chi conduce lo studio. Stabilito l’intento nobile, la questione è secondo quali criteri Eduscopio fa le sue valutazioni, nella convinzione – architrave del “Pensiero dominante” – che anche il più apparentemente freddo strumento d’indagine contenga già in sé cocenti elementi valutativi. 

 


Lo studio della Fondazione Agnelli “riduce lo spettro delle competenze da valorizzare”, dice Agasisti (Politecnico di Milano) 


 

Eduscopio di quest’anno si basa sull’analisi dei dati di circa 1.255.000 diplomati italiani in tre anni scolastici, dal 2013 al 2016, nelle scuole secondarie di secondo grado statali e paritarie. La valutazione viene fatta, per i licei, sul rendimento dei diplomati nei primi anni di università, e sullo stato occupazionale a due anni dal diploma per chi è uscito da istituti tecnici e professionali. I ricercatori tengono conto del fatto che non tutte le facoltà universitarie presentano lo stesso grado di difficoltà e che, anche all’interno della stessa disciplina, ci sono forti discrepanze tra gli atenei. Il campione è stato anche “normalizzato” rispetto al criterio della severità scolastica, per evitare di trasmettere l’idea che le scuole migliori siano quelle che bocciano di più, e che quindi potrebbero piazzare più studenti performanti all’università come esito di un brutale processo di selezione. Questi e molti altri accorgimenti sono stati introdotti per tenere a bada alcune possibili distorsioni. Pur in una cornice statisticamente accorta, e affinata nel corso degli anni, il rapporto non esce però da una concezione performativa e funzionalista dell’educazione, ponendo come premessa fondamentale il fatto che la misura del successo di una scuola risiede nelle performance degli studenti all’università (o nel piazzamento nel mercato del lavoro per scuole destinate all’avviamento professionale). Mentre il mondo della valutazione, a livello internazionale, lavora sui metodi per misurare non-cognitive skills e altre qualità non immediatamente traducibili in voti e punteggi, lo strumento di orientamento fondamentale della scelta scolastica degli italiani si riferisce soltanto a questi punti cardinali. Lo studente virtuoso è quello che ha buoni voti, perciò la scuola virtuosa è quella che prepara studenti performanti. 

 

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“Questa impostazione riduce di gran lunga lo spettro delle competenze da valorizzare, proprio quando occorrerebbe invece allargarlo”, dice Tommaso Agasisti, professore di Ingegneria gestionale al Politecnico di Milano ed esperto di valutazione dei sistemi scolastici. Agasisti osserva un altro limite concettuale importante: “L’assunto di base è che uno studente che ha buoni risultati all’università li ottenga grazie alla scuola che ha frequentato, che perciò viene considerata come virtuosa e premiata nella classifica. Ma ci sono molti fattori pre-scolastici che determinano l’andamento universitario, e questo strumento non valuta ciò che succede dentro la scuola”, spiega. Ci sono elementi socio-economici e legati alle reti sociali di cui le famiglie fanno parte che influiscono in modo decisivo sulla carriera di uno studente; non sono effetti generati dalla scuola, ma è facile cadere in errore, attribuendo all’istituzione scolastica pregi che derivano in realtà da fattori esogeni. La selezione dell’utenza all’ingresso è, ad esempio, una variabile che complica la questione. 

 


 La guida alle scuole più usata dagli italiani si basa sulla performance, mentre il mondo lavora sui non-cognitive skills


 

Lo studio della Fondazione Agnelli considera la “selettività in itinere” – cioè la frequenza delle bocciature – concludendo che le scuole “migliori” non sono quelle più severe, dunque “efficacia formativa ed equità possono andare di pari passo”, ma non tiene conto di altri meccanismi di scrematura, come l’autoselezione: uno studente con voti mediocri alle scuole medie non viene nemmeno sfiorato dall’idea di iscriversi al tale liceo classico notoriamente selettivo e severo. Soprattutto, Eduscopio non si occupa di cosa accade a scuola, cioè della competenza del corpo docenti, dell’impostazione del lavoro, dell’offerta formativa, dei metodi, delle qualità umane, nel senso più ampio, delle persone che compongono l’alleanza educativa. In altre parole, Eduscopio non valuta il cosiddetto “effetto scuola”, limitandosi a tracciare il percorso – sempre in termini di pura performance – degli studenti dopo che si sono diplomati. “E’ concettualmente il contrario di quello che sta facendo l’Invalsi, che testando gli studenti all’inizio del percorso e alla fine avrà, in prospettiva, alcuni strumenti per capire quanto i miglioramenti dipendono effettivamente dal lavoro fatto all’interno della scuola. Eduscopio non tenta nemmeno di spiegare perché certe scuole funzionano e altre funzionano meno”, dice Agasisti. Una delle possibili conseguenze di questa fotografia del sistema è che tende ad alimentare un circolo vizioso: le scuole giudicate “buone”, secondo i criteri adottati (ma non è certo che siano buone grazie all’effettiva qualità scolastica o per altri fattori) attireranno un’utenza sempre più qualificata e benestante, il che contribuirà a consolidare la loro posizione in classifica.

 

Per converso, una valutazione di questo tipo avalla storture notevoli se si guarda alla parte bassa della classifica. Immaginiamo un liceo – e ce ne sono tanti nel nostro paese – che con grande lavoro, passione e sacrifici riesce a formare studenti che, per estrazione sociale o inclinazioni, molto difficilmente sarebbero andati all’università. Dopo un percorso tribolato ma proficuo, questi si diplomano e decidono di iscriversi all’università, dove procedono con un ritmo di esami e una media voto non particolarmente brillanti, ma procedono. I professori che hanno formato questi studenti al liceo, strappandoli a un futuro assai più incerto, giudicheranno il loro percorso un successo enorme, anzi la realizzazione stessa del loro ruolo di educatori. Ma nelle statistiche questo successo non appare, o è una nota a margine. Ci sono scuole penalizzate, nella classifica, perché gli studenti che vi si diplomano hanno performance mediocri all’università, ma non si tiene conto di come sarebbe finito il loro percorso formativo se non ci fosse stata la scuola. Uno dei paradossi della classifica è che un dirigente scolastico si trova a sperare di non avere nella sua scuola studenti difficili, per non compromettere la posizione in classifica dell’istituto, cosa che allontanerebbe gli studenti performanti, dato che sempre più spesso i genitori scelgono le scuole orientandosi con Eduscopio. Questi meccanismi rispondono a una certa idea della persona umana e a una certa idea di scuola. Si tratta di un’idea della persona efficientista, imperniata sviluppo delle capacità cognitive, l’accumulo di skills e competenze strettamente misurabili, che genera l’idea della scuola come palestra per il miglioramento della performance, non come luogo di fioritura e sviluppo integrale dell’umano.

Mattia Ferraresi

Mattia Ferraresi

Nato nella terra di Virgilio e cresciuto in quella di Tassoni, ora vive nel quartiere di Tony Manero. E’ il corrispondente dagli Stati Uniti. Ama, con il necessario distacco penitenziale, il Lambrusco e l’Inter. Ha scritto alcuni libri su cose americane e non, l’ultimo è “La Febbre di Trump” (Marsilio). Sposato con Monica, ha due figli, Giacomo e Agostino.

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