Tema della matura: “Il futuro è un tombino”

Maurizio Crippa

Altro che niente politica: Montanari entra nelle tracce. Meglio Bartali, va

“Il futuro è un’ipotesi / fosse il prossimo alibi”, cantava Enrico Ruggeri, bravo autore, che vista la ripetitività delle auctoritas inserite quest’anno (suvvia, ancora Ungaretti? Ancora Il giorno della civetta?) non si capisce perché non debba avere un posto pure lui nelle famigerate “tracce” del tema di Maturità. Ma il futuro più che un’ipotesi è un tombino, purtroppo: o questo par di capire sia il messaggio lanciato ai giovani nel giorno del primo Esame di stato organizzato dal governo del cambiamento. Si sono risparmiati il tema su Greta, evviva, ma l’atollo di Bikini no (forse era più attuale la Chernobyl di Hbo?), ma il resto è noia. Sulle tracce si racconta che abbia messo mano direttamente, ben più di quanto facessero i predecessori, il ministro Bussetti, Marco Bussetti. Anzi non ci ha dormito la notte, ci ha informati Repubblica: “Erano le cinque e mezza del mattino… quando ho capito che questo tema ci doveva essere”. Il tema sulla mafia e il generale Dalla Chiesa, perbacco. Un argomento così insolito in Italia, la mafia. Inedito perfino. Ci ha voluto mettere le mani “per non essere da meno”, come cantava Jannacci, degli altri che ormai, nell’Italia del cambiamento, si ingeriscono di tutto, piegando le scelte di ciò che è pubblico a piacer loro (è la democrazia diretta, cari giovani). Davigo detta come riscrivere i codici, Landini detta la politica economica, Borghi stampa minibot come fosse la zecca, non necessariamente di stato. Perché mai dovrebbe mancare il ministro dell’Istruzione? Si è molto discusso, un tanto a sproposito, dell’abolizione dalla “matura del cambiamento” del tema di storia (lo svolgeva il 5 per cento dei candidati, dunque non sta lì il danno). Ma Bussetti, che con una mano ha cacciato la storia, con l’altra l’ha fatta rientrare dalla finestra. 

 

Perché la storia, si sa, o almeno lo dovrebbero insegnare a scuola, è la radice del futuro. Il problema è come lo immagini, il futuro. E c’è da essere sgomenti a pensare che la traccia cui affidarsi sia tratta da qui: Istruzioni per l’uso del futuro. Il patrimonio culturale e la democrazia che verrà. Insomma un pamphlet di Tomaso Montanari, improvvisamente assurto a pensatore del Terzo millennio. Il quale dice delle cose banalmente esatte, tipo “incontro concreto e reale con le generazioni dei nostri avi”, che non è che si debba essere del comitato scientifico del Mibac per saperle dire, queste cose. Ma poi arriva al nocciolo del suo pensiero, o per meglio dire al tombino: “In un’epoca come la nostra, divorata dal narcisismo e inchiodata all’orizzonte cortissimo delle breaking news… è importante contrastare l’incessante processo che trasforma il passato in un intrattenimento fantasy antirazionalista”. Chissà che hanno capito gli esaminandi, ma il senso è questo: bocciare il presente, accusare tutto ciò che non rientra nei canoni di una interpretazione rigida e controllata della storia. Questa è l’immagine del futuro, che più conservatrice non si può, che viene proposta per il commento. Se la prende pure con “il passato ‘televisivo’ che ci viene somministrato come attraverso un imbuto, è rassicurante, divertente, finalistico”.

 

Se a qualche candidato è venuto in mente di scrivere che Alberto Angela è un pirla, Bussetti gli farà dare 100 e lode. Ma televisione a parte, se stiamo alla ricostruzione di Repubblica, “nonostante le spinte interne, Marco Bussetti ha voluto tenere lontano dagli scritti di Italiano la politica in corso, le questioni di contrasto come il nazionalismo (che oggi si chiama sovranismo), la stessa Europa”. E dunque, mettere nelle tracce Montanari, il maître à penser della mid-cult grillina, anzi Montanari che cita addirittura Salvatore Settis, il quale a sua volta cita la più banale delle citazioni di Dostoevskij, sarebbe un tenersi lontano dalla politica? Quasi meglio Bartali, quello dei “i francesci che si incazzano”, a proposito di star lontani dal sovranismo.

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  • Maurizio Crippa
  • "Maurizio Crippa, vicedirettore, è nato a Milano un 27 febbraio di rondini e primavera. Era il 1961. E’ cresciuto a Monza, la sua Heimat, ma da più di vent’anni è un orgoglioso milanese metropolitano. Ha fatto il liceo classico e si è laureato in Storia del cinema, il suo primo amore. Poi ci sono gli amori di una vita: l’Inter, la montagna, Jannacci e Neil Young. Lavora nella redazione di Milano e si occupa un po’ di tutto: di politica, quando può di cultura, quando vuole di chiesa. E’ felice di avere due grandi Papi, Francesco e Benedetto. Non ha scritto libri (“perché scrivere brutti libri nuovi quando ci sono ancora tanti libri vecchi belli da leggere?”, gli ha insegnato Sandro Fusina). Insegue da tempo il sogno di saper usare i social media, ma poi grazie a Dio si ravvede.

    E’ responsabile della pagina settimanale del Foglio GranMilano, scrive ogni giorno Contro Mastro Ciliegia sulla prima pagina. Ha una moglie, Emilia, e due figli, Giovanni e Francesco, che non sono più bambini"