L'ex rettore della Normale di Pisa Vincenzo Barone (foto Imagoeconomica)

L'università che tace

Redazione

Dal caso Normale-Federico II ai tagli in manovra, che fanno professori e rettori?

Parliamo spesso delle élite che non si fanno sentire. Ma l’accademia? Intesa propriamente come corpo docente delle università, che pure dell’élite è (dovrebbe essere) una parte consistente? La grottesca, ma preoccupante, ingerenza della politica (addirittura un sindaco: leghista) nella ormai sfumata gemmazione della Scuola Normale di Pisa a Napoli, in partnership con l’Università Federico II, ha qualcosa da insegnare.

 

Il progetto fortemente voluto dal dimissionario (ora) rettore della Normale, Vincenzo Barone, e dal rettore della Federico II, Gaetano Manfredi, può darsi fosse migliorabile, come sempre. Invece è stato affossato da provincialismi e rivalità accademiche, da mediocrità ministeriali e soprattutto nel generale disinteresse dei vertici universitari. Certo, ben 287 accademici hanno chiesto in un appello che il progetto andasse a buon fine, ma a titolo personale. Mentre la Crui, la Conferenza dei rettori italiani, di cui Manfredi è presidente, non ha saputo alzare la voce contro la cialtronaggine localista del sindaco di Pisa. Un segno di debolezza, o di incapacità di uscire dal proprio orto concluso. L’accademia, e la Crui, in passato hanno fatto sentire spesso la loro voce contro i governi e i ministri, anche in modo roboante: ma quasi sempre per difese corporative (quando si avvicinava una riforma in grado di scalfire lo status quo, o il sistema dei concorsi, ad esempio). Ma con il presente governo si assiste a uno strano mutismo. Non si è sentito scandalo alcuno quando venne nominato l’ex iena Dino Giarrusso a consulente del ministero con fantomatico incarico di supervisione sui concorsi universitari (Manfredi si limitò a un laconico “esistono già tantissimi strumenti di controllo”). Non ci fu sollevazione quando il presidente leghista della provincia di Trento Maurizio Fugatti minacciò di “bonificare” il prestigioso Festival dell’Economia, assai legato all’università. La manovra economica, che non mette un euro nella ricerca, ha stanziato dei fondi che sono però bloccati fino a luglio, così come, di fatto, è bloccato il turnover fino a dicembre 2019. Ma l’élite delle università tace, non si sa se acconsente. Di certo non sta facendo un servizio alla libertà di ricerca e al futuro.

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