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Cattivi scienziati

La questione alimentare è uno dei motori principali della crisi ecologica

Enrico Bucci

Un commento pubblicato su Nature evidenzia come salute individuale, produttività agricola e impatto ambientale siano legati a livello fisico e biologico. Per questo motivo il sistema alimentare globale è uno dei principali responsabili delle alterazioni dei limiti planetari

Negli ultimi decenni la questione alimentare è stata trattata come un insieme di problemi distinti: la salute individuale da una parte, la produttività agricola dall’altra, l’impatto ambientale altrove. Un commento appena pubblicato su Nature ricompone questi piani mostrando che produzione di cibo, qualità delle diete e funzionamento del pianeta sono legati da relazioni fisiche e biologiche dirette. Il modo in cui l’umanità coltiva i campi, alleva animali, usa fertilizzanti, consuma acqua ed energia e occupa suolo modifica i grandi cicli chimici e biologici che regolano la dinamica della Terra.

 

Per comprendere il significato di questa affermazione occorre partire dal concetto di limiti planetari. Si tratta di soglie quantitative associate a processi fondamentali del sistema Terra: la concentrazione di gas serra che controlla la temperatura media globale; il tasso di estinzione delle specie, che riflette l’integrità degli ecosistemi; i flussi di azoto e fosforo, che regolano la fertilità dei suoli e la qualità delle acque; l’estensione di foreste, praterie e zone umide, che influenza il ciclo del carbonio, le precipitazioni e la biodiversità; l’uso dell’acqua dolce; la presenza di inquinanti persistenti; l’acidificazione degli oceani. Questi limiti sono stati ricostruiti confrontando dati geologici, paleoclimatici e biologici che descrivono l’andamento dei principali parametri del sistema Terra negli ultimi diecimila anni. In questo intervallo, che coincide con lo sviluppo dell’agricoltura, delle città e delle società complesse, clima, cicli dei nutrienti, estensione delle foreste ed equilibrio degli ecosistemi sono rimasti entro fasce relativamente strette di variazione. I limiti planetari corrispondono agli estremi superiori di queste fasce, oltre i quali aumentano rapidamente l’instabilità e la probabilità di transizioni ambientali difficilmente reversibili.

 

Oggi diversi di questi parametri si trovano già al di fuori delle fasce osservate nell’Olocene. La concentrazione atmosferica di anidride carbonica ha superato di molto il livello preindustriale. Il tasso di estinzione delle specie è decine o centinaia di volte superiore a quello naturale. I cicli dell’azoto e del fosforo sono alterati dall’uso di fertilizzanti sintetici in misura tale da provocare eutrofizzazione diffusa di laghi, fiumi e mari. Vaste aree di foreste tropicali, savane e zone umide sono state convertite in campi coltivati o pascoli. In questo quadro il sistema alimentare globale emerge come uno dei principali responsabili di queste alterazioni. L’agricoltura moderna modifica il pianeta attraverso meccanismi ben identificabili. La conversione di habitat naturali in superfici agricole riduce la biodiversità e frammenta gli ecosistemi. L’uso intensivo di fertilizzanti immette grandi quantità di azoto e fosforo nei corsi d’acqua, favorendo fioriture algali tossiche e zone morte prive di ossigeno. L’allevamento produce metano e protossido di azoto, due gas serra con un potenziale di riscaldamento molto elevato, e richiede enormi superfici coltivate per la produzione di mangimi. L’irrigazione sottrae acqua dolce a fiumi e falde, alterando interi bacini idrografici. Tutti questi effetti sono misurabili e già oggi osservabili su scala globale.

 

Il punto messo in evidenza dal commento di Nature è che questi impatti non sono effetti collaterali occasionali, ma la conseguenza diretta della struttura attuale del sistema alimentare. Un sistema organizzato per massimizzare rese e profitti nel breve periodo tende a spingere al limite l’uso di suolo, acqua, energia e nutrienti. Il risultato è un aumento della produzione complessiva di cibo che convive con due problemi opposti: l’eccesso calorico e proteico in una parte della popolazione mondiale e la denutrizione cronica in un’altra.

 

A questo punto è necessario chiarire che la trasformazione dei sistemi alimentari non può consistere in un ritorno a forme di agricoltura pre-industriali né nell’adozione di pratiche guidate da concezioni non scientifiche della natura. Qualunque approccio che sacrifichi la resa e riduca l’efficienza per unità di risorse planetarie consumate è controproducente anche rispetto allo standard agricolo moderno. Questo vale per la biodinamica, per l’agricoltura “spirituale”, per le correnti vitalistiche e, più in generale, per ogni modello produttivo che rinunci a basi sperimentali verificabili. In media questi sistemi producono meno cibo per ettaro e richiedono più suolo, più lavoro e spesso più input per unità di calorie o proteine ottenute. In termini fisici ciò significa che, a parità di cibo prodotto, esercitano una pressione maggiore su terra, acqua ed ecosistemi. L’idea che la riduzione dell’impatto ambientale possa essere ottenuta semplicemente riducendo il livello tecnologico dell’agricoltura non regge ai bilanci di massa, di energia e di superficie necessari a nutrire una popolazione di miliardi di persone.

 

 

Da qui nasce l’idea di puntare anche sul cambio alimentare, senza guardare solo ai sistemi produttivi: una dieta compatibile con i limiti fisici del pianeta. Non si tratta di un menù universale né di una prescrizione culturale. È una costruzione quantitativa che parte dai fabbisogni nutrizionali umani e li confronta con ciò che gli ecosistemi possono sostenere senza degradarsi. Quando si fanno questi bilanci emerge che una forte dipendenza da carne e latticini, soprattutto da allevamenti intensivi, è incompatibile con la stabilità climatica, con la conservazione della biodiversità e con l’uso sostenibile dell’acqua e del suolo. La ragione è fisica: per produrre una caloria di proteine animali servono molte più calorie vegetali, molta più acqua, molto più suolo e molta più energia rispetto alle proteine vegetali.

 

Questo non implica l’eliminazione completa degli alimenti animali. Implica una riduzione sostanziale della loro quota nelle diete dei paesi ricchi, una riallocazione delle terre oggi usate per mangimi verso colture alimentari dirette, e un miglioramento drastico dell’efficienza e dell’impatto ambientale degli allevamenti che restano. È una conseguenza dei bilanci di massa ed energia, non una preferenza ideologica. Accanto alla questione delle diete c’è quella degli sprechi. Una frazione enorme del cibo prodotto viene persa lungo la filiera o buttata via a livello domestico. Questo significa che una parte rilevante della pressione esercitata su suolo, acqua, fertilizzanti ed energia non serve nemmeno a nutrire qualcuno. Ridurre le perdite è uno dei modi più rapidi per diminuire l’impatto ambientale del sistema alimentare senza toccare immediatamente le abitudini individuali.

 

C’è poi la dimensione distributiva. Oggi una minoranza della popolazione mondiale consuma una quota sproporzionata delle risorse alimentari ed energetiche, mentre miliardi di persone non hanno accesso a una dieta adeguata in termini quantitativi e qualitativi. Questo squilibrio è un problema fisico: se tutti adottassero i modelli alimentari dei paesi più ricchi, e questa ovviamente è la tendenza, la pressione sui limiti planetari aumenterebbe a livelli che il pianeta non può assorbire. Il nuovo commento di Nature insiste su un punto spesso rimosso dal dibattito pubblico: non esiste una soluzione puramente tecnologica al problema. Aumenti di produttività, agricoltura di precisione, nuovi fertilizzanti, miglioramento genetico delle colture e riduzione delle emissioni per unità di prodotto sono indispensabili perché in grado di ridurre l’impatto relativo, ma non eliminano il problema se il volume complessivo di produzione e consumo continua a crescere. In un sistema fisico finito, l’efficienza da sola non basta a compensare l’aumento delle quantità.

 

Ne deriva che la trasformazione dei sistemi alimentari richiede interventi simultanei su più livelli: come si produce, che cosa si produce, quanto se ne produce, come viene distribuito e chi può permetterselo. Richiede politiche agricole che tengano conto dei cicli dei nutrienti e dell’acqua, politiche nutrizionali che riflettano i vincoli ecologici, regole di mercato che rendano accessibili le diete a basso impatto e investimenti pubblici orientati alla riduzione degli sprechi e alla protezione degli ecosistemi. Il cibo non deve diventare un nuovo terreno di colpevolizzazione individuale. Però, il sistema alimentare, così come è oggi organizzato, spinge il pianeta fuori dalla regione di stabilità che ha reso possibile la vita sociale ed economica umana. Continuare lungo questa traiettoria significa continuare ad avvicinarsi a cambiamenti ambientali rapidi e difficilmente reversibili (a prescinder da quelli già avvenuti), con conseguenze dirette sulla produzione futura di cibo, sulla disponibilità di acqua e sulla salute umana.

 

In questo senso la questione alimentare è uno dei motori principali della crisi ecologica ma, allo stesso tempo, è uno dei pochi ambiti in cui una riconfigurazione razionale dei flussi di materia ed energia può produrre benefici simultanei per il clima, per la biodiversità e per la salute pubblica. Una parte sostanziale della pressione esercitata oggi sul sistema Terra passa, in modo diretto e misurabile, attraverso ciò che coltiviamo, alleviamo, trasportiamo e mangiamo: l’insieme di scienza, pratiche razionali e riposizionamento dei consumi di tutti è una leva potente per diminuire quella pressione e tornare in un orizzonte compatibile con un futuro decente. Altro che piramide rovesciata del solito Kennedy, guidata da ideologia, ignoranza e capriccio.

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