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Prima di Max Pezzali nessuno aveva cantato “sticazzi” per celebrare Roma

“In questa città” è un balsamo d’ingenuità, breve, il tempo di due carezze gentili e meditate

13 Novembre 2019 alle 19:10

C’è chi dice che Roma non sia Gotham perché non c’è Batman, allora accontentiamoci di chi da ragazzo uccise l’Uomo Ragno. Max Pezzali da Pavia si affaccia dal Gianicolo senza parcheggiarci il suo Jovabeach e più umilmente canta il suo inno a Roma: “In questa città c’è qualcosa che non ti fa mai sentire solo, anche quando vorrei dare un calcio a tutto, sa farsi bella e presentarsi col vestito buono, e sussurrarmi nell’orecchio che si aggiusterà, se no anche ‘sti cazzi, che se non passerà, tu vieni su al Gianicolo a guardare la città”.

 

“In questa città” è un balsamo d’ingenuità, breve, il tempo di due carezze gentili e meditate – a Roma ha vissuto dieci anni – che entrano subito nella tradizione canora capitolina. Ma dietro il “bella”, “daje”, “Pezzali sindaco” delle prime reazioni si nasconde l’occhio che scruta l’ennesimo “forestiero” innamorato: “pezzo paraculissimo”, “capolavoro di didascalismo”, e l’atroce sospetto del “piacerà ai milanesi come ai romani”.

 

Nella canzone popolare romana mai nessuno ha cantato “sticazzi” come forza motrice, brexit sconosciuta pure negli stornelli dei vicoli. Né Gabriella Ferri né Califano, neanche per scherzo, Rascel e Fiorini manco a parlarne. Mai nemmeno nelle milonghe urlate di Claudio Villa. Piuttosto fattacci, appetiti, e grandi solitudini perché la città era tutt’uno con il crooner di turno, Roma come un dio di proprietà. Cantare le file in taxi in tangenziale, i cinghiali e le distanze metropolitane, il tabù dei fuorisede? No, casomai dolori, non perdite di tempo.

  

Lontanissimo Alberto Fortis che cantò Milano solo da respinto dall’odiata Roma, arrivano gli omaggi lombardi col folklore negli occhi: i Soliti idioti, Mandelli e il personaggio di Ruggero truce vanziniano in doppiopetto, con la parodia di “Casilina”. Poi i tormenti dell’anziano hipster cantati da Bordone da Varese con i Cani in “2033”, poi “Ostia Lido” di J-Ax questa estate. Proprio lui, cacciato dall’eden verticale #ferragnez, ha ripiegato sul mito di Ostia, perché alla fine Roma accoglie tutti, belli e brutti (rari per questo i riconoscenti), e poi fa rassegna stampa. Citati Portuense, San Basilio, Magliana, Nomentana, new entry Tiburtina, Prati Fiscali e Tomba di Nerone grazie a Pezzali. Madre di tutta questa geolocalizzazione, toponomastica barattata come lasciapassare, fu il “Grande raccordo anulare” di Guzzanti che prendeva il toro del traffico per le corna mentre il bonario Max accarezza tutti, perfino i tassisti. Ma i tempi son questi, un nuovo arrabbiato definitivo Venditti non c’è. Resta l’amore di Pezzali, esplicito senza apocalissi né suburre, però col finale uguale al Piotta: “Poi alzi l’occhi, vedi Roma”. Una mezza preghiera, una promessa a metà, un pavese che canta “sticazzi”. Ma quanto pesa nell’anima quel “che si aggiusterà”.

Stefano Ciavatta

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