La principessa bon-ton (e un po' porno)

Giuseppe Fantasia

Chi è Ginevra Odescalchi, stilista di Mad.e. Abiti, orto e castello B&b

Roma. “Il vantaggio nell’essere una principessa? L’avere sempre un tavolo per me al ristorante. Quel titolo lo trovo divertente, in passato un po’ meno visto che ero costantemente presa in giro. Oggi vedo quel mondo dal di fuori, ma con ammirazione e rispetto, dove mi metti sto”. Chi ci parla così è Ginevra Odescalchi, una principessa rock che arriva al nostro appuntamento su una terrazza romana in jeans, giubbetto di pelle, mini borsa e occhiali di Bulgari, smalto rosso sulle dita messo solo per metà di cui presto capiamo il motivo. “Mi divido tra Santa Marinella – dove mi occupo anche dei beni di famiglia e faccio giardinaggio e l’orto – e Roma, dove da poco ho traslocato in una nuova casa, una città che amo e che è la mia dimensione perfetta”, ci spiega con un caldo tono di voce mentre ci fissa con gli occhi color ghiaccio. Mamma a tempo pieno da quando aveva 24 anni, oggi che ne ha 33 ha trovato una sua identità facendo quello che più le piace, i vestiti, creando una sua linea ad hoc dopo attenti studi di sartoria alternati alla danza.

 

Si chiama “Mad.e”, un nome che da una parte ricorda quello di sua figlia Maddalena e dall’altra, la parola “mad” (che in inglese significa “matto”) e “made”, cioè “fatto”, in questo caso “fatto a mano”. I suoi sono abiti che vanno dai trecento ai tremila euro – “l’importante è realizzare il desiderio delle clienti” – hanno dei tagli classici dove le uniche “eccessive stravaganze” sono le scollature e le trasparenze, un “bon ton un po’ porno”, come lo definisce lei che oltre ad essere bella è anche molto pragmatica. Sua nonna, Amelia Lante della Rovere, anche lei principessa, è il suo esempio, anche se da piccola non sopportava le sue imposizioni, ma adesso, con la maturità, tutto ha un altro aspetto, lei compresa che quando si muove lascia intravedere il suo fisico atletico su cui notiamo diversi tatuaggi con la “o” del suo cognome: “in realtà sono dei cerchi”, ci spiega, “simbolo di un ideale di perfezione, ricordi di una persona come di un momento della mia vita. “Poi però c’è anche quello col biberon che fa molto calciatore”, aggiunge, ma questa è un’altra storia. 

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