L'esultanza dei giocatori della Roma al termine della partita contro il Barcellona (foto LaPresse)

Roma 3 Barcellona 0. Buche, clacson e friccichi de Luna

Massimo Solani

Il dopo “Romantada” porta con sé aggettivi ed eccessi che soltanto l’epica sportiva e l’orgoglio popolare possono spiegare

Roma. Il giorno dopo, Roma è quella maglietta giallorossa con cui l’educatrice di un asilo nido a San Lorenzo accoglie i bambini sulla porta. Sono le sciarpe che gli alunni di una media a Prati si stringono al collo orgogliosi e impettiti. Sono i clacson che hanno cullato la notte di Testaccio e Trastevere e i fumogeni con cui si è acceso il buio di Trigoria.

 

Il giorno dopo il Barcellona, la rimonta che l’Olimpico ha consegnato alla storia porta in dote aggettivi e eccessi che soltanto l’epica sportiva e l’orgoglio popolare possono spiegare. “Miracolo” titolava ieri il quotidiano sportivo olandese Sportwereld, “Romantada” sbeffeggiava il francese l’Equipe. “Imperiali” era la chiosa della Gazzetta dello Sport. Ed è come se in una notte sola il tifoso romanista abbia ritrovato lo spirito per guardare negli occhi il resto del mondo e dire ancora una volta, con le parole di Gioacchino Belli che Mario Monicelli mise in bocca al Marchese del Grillo, “Io so io, e voi nun sete un cazzo”.

 

Undici anni esatti dopo la più clamorosa delle cadute con il 7-1 di Manchester che segnerà per sempre la memoria e l’anima di ogni giallorosso, oltre le buche stradali immortalate senza pietà nei reportage dei giornali di mezzo mondo, oltre le scene quotidiane da girone infernale della metropolitana, gli alberi a terra e l’immagine di decadenza che i turisti riportano a casa dopo una visita fra i Fori e il Colosseo, l’orgoglio della città si è ripreso il palcoscenico più luminoso per lavare via troppi anni di delusioni e polvere masticata fuori e dentro i campi da calcio. Come ha fatto il presidente James Pallotta buttandosi nella fontana di Piazza del Popolo nella notte della festa. Gli è costata una multa, le scuse pubbliche alla sindaca Virginia Raggi e più di duecentomila euro donati per restaurare la fontana del Pantheon. Prezzo decisamente dolce in cambio del tripudio di folla e social in una città che non l’ha mai amato davvero fra accuse di affarismo e una politica che da tempo tiene in ostaggio il suo progetto dello stadio di proprietà.

 

Se, come diceva Arrigo Sacchi, il calcio è la più importante delle cose meno importanti, martedì sera i gol di Dzeko, De Rossi e Manolas hanno ribaltato il tavolo delle priorità e gonfiato il petto di centinaia di migliaia di tifosi da troppo tempo depressi quasi disillusi dopo aver visto campioni andarsene e scudetti passare sempre, da troppo tempo, lontano dal Grande Raccordo Anulare. Trentaquattro anni dopo il Dundee, ma quella è una storia amara che nella finale all’Olimpico finì tra le lacrime e gli “spaghetti legs” del portiere zimbabwese del Liverpool Bruce Grobberaal, la Roma ha compiuto la sua seconda grande rimonta. Sul Barcellona, ma anche sul destino e i pronostici che dopo il sorteggio la volevano vittima sacrificale.

 

“Alcuni credono che il calcio sia una questione di vita o di morte. Non sono d’accordo. Il calcio è molto di più” ripeteva Bill Shankly, l’allenatore scozzese diventato mito per i tifosi del Liverpool. “Ha reso la gente felice”, recita la targa sotto alla sua statua che accoglie gli “scouser” all’ingresso di Anfield Road. E nella settimana del derby, con la Lazio che questa sera si gioca l’accesso alla semifinale dell’Europa League unica superstite fra le italiane, tutta Roma ha qualche motivo in più per tornare a sentirsi di nuovo caput mundi.

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