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"Un Sanremo romanocentrico". Parla Ultimo, vincitore dei giovani

Il ritorno a casa di Niccolò Moriconi è stato una full immersion nella nuova dimensione di popolarità. Con la folla di giovanissimi ad aspettarlo alle “Discoteche Laziali”

15 Febbraio 2018 alle 06:02

"Un Sanremo romanocentrico". Parla Ultimo, vincitore dei giovani

Ultimo sul parco di Sanremo. Foto La Presse

Roma. Se Ermal Meta avesse avuto anche solo una vecchia zia a San Giovanni o un parente alla lontana sulla Tiburtina, sarebbe stato en plein. Con Fabrizio Moro vincitore fra i big in coppia con il cantautore italo albanese, con Ultimo primo nella categoria nuove promesse e Mirkoeilcane subito dietro di lui, Roma s’è presa Sanremo neanche fosse la “Festa de noantri”. A partire dal deus ex machina Claudio Baglioni da Centocelle, passando per la rivelazione Pierfrancesco Favino, il romanesco cantato da Luca Barbarossa, la San Basilio di Moro e Ultimo fino alla Garbatella di Mirkoeilcane. Per finire dentro le gag dello scanzonato DopoFestival condotto da Edoardo Leo insieme a Sabrina Impacciatore e Rolando Ravello. Quasi tutti attori gli ospiti, moltissimi romani,  molti legati al circolo del regista capitolino Paolo Genovese. Una sorta di “rat pack” sotto al Cupolone, senza Dean Martin e Frank Sinatra ma con buona parte di quelli che oggi sono gli uomini d’oro del cinema italiano. E se nei corridoi Rai c’è già chi ironizza sulla “new vawe gentiloniana” che ha travolto la toscanità del Carlo Conti mattatore sanremese nell’era Renzi, di sicuro la formula ha funzionato.

   

“E’ stato un bel festival di romani in effetti, una bella esperienza anche per questo. E poi io, Fabrizio, Mirko. Sembra destino”. Il ritorno a casa di Niccolò Moriconi, alias Ultimo, è stato una full immersion nella nuova dimensione di popolarità. Con la folla di giovanissimi ad aspettarlo alle “Discoteche Laziali” e tutta la retorica delle periferie su chi come lui e Fabrizio Moro ce l’hanno fatta partendo da San Basilio. “Ma mica è la giungla – dice – E’ un quartiere come un altro con i suoi problemi. Io sono tornato a casa mia, semplicemente, e non è cambiato niente. E’ come se dopo grandi eventi ti aspettassi chissà cosa, poi torni a casa e ti chiedi “e mo’?”. E mo’ si riparte da qui, dal suo successo, da quello di Moro e dal sorriso di una Capitale che per una volta può gonfiare il petto e non sentirsi rinfacciare paragoni. “Esatto – commenta Ultimo – le nostre vittorie danno una speranza a una città che almeno dal punto di vista del cantautorato si è fatta mettere un po’ in secondo piano. E invece Roma è molto attiva. Purtroppo – continua – la nostra scena musicale a volte sembra finita un po’ in periferia ma la realtà è che ci sono stanti artisti che vorrebbero poter dire la loro. Musicalmente esiste anche a Roma, ed è un bel ritrovo”. L’orgoglio capitolino di Niccolò non è una cifra stilistica o una scelta identitaria di chiusura. E’ un sentimento sincero. Come le parole affidate ad Instagram dopo l’addio di Francesco Totti: “Quando penso a te io non vedo il calcio – scrisse – io vedo ogni bambino di quartiere, vedo il traffico a Piazza del Popolo, vedo il mercato delle 6.00, le passeggiate a villa Pamphili, le preghiere di un mendicante a Piazza Venezia”. “Io sono romanista – spiega quasi imbarazzato - ma quelle parole volevano andare oltre il tifo. Erano parole d’amore per un simbolo di questa città”. Una città che fa musica oltre la storia raccontata da anni sugli spazi che mancano e i luoghi non adatti. “A me questi discorsi convincono poco – risponde Niccolò – La musica è come il calcio, non è la città che ti dice di fare calcio. Se ti piace ci giochi, per strada o dovunque sia. I bambini scelgono di giocare a pallone perché vedono i calciatori, che si chiamino Totti Del Piero o chiunque altro, e li vede come fossero i propri miti. Io non credo che la scuola o le istituzioni in genere possano spingerti verso la musica, se vuoi farla la fai. E’ una questione culturale”. Un po’ come lo snobismo di certi ambienti in cui, oggi soprattutto, il marchio Sanremo è liquidato come un tradimento “commerciale” a certe dinamiche da duri e puri. “Tutti disprezzano Sanremo, poi ogni anno sono lì informatissimi e incollati davanti alla televisione – sorride Ultimo – E’ una cosa davvero strana che non capisco, anche una cosa stupida se vogliamo. Ma da noi funziona così, e non soltanto per la musica. In Italia la musica più bella è sempre quella che c’è stata ieri, mai quella che si ascolta oggi”.

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Commenti all'articolo

  • carloalberto

    15 Febbraio 2018 - 19:07

    Che succede se uno invece è romano ma detesta i quartieri-borgata, non sopporta le canzoncine sanremesi, il rap, i finti ribelli, non segue né pratica il calcio e dunque si disinteressa di Totti, non parla romanesco (ma non era il festival della canzone italiana? La lingua italiana non vale più niente?) e non sopporta quelli che lo parlano a tutto spiano in tv e al cinema? E' uno che non esiste o non ha diritto di esistere? E siete proprio sicuri che il degrado di Roma non abbia niente a che vedere con la prevalenza di quelle cose che ho elencato prima?

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