La domanda dello Stato sociale non è solo ironica (e ha bisogno di una risposta)

Perché lo fai? Perché ti affanni tanto per lavorare quando poi ogni sforzo sembra inutile per cambiare ciò che c’è? I politici ascoltino bene "Una vita in vacanza"

La domanda dello Stato sociale non è solo ironica (e ha bisogno di una risposta)

Foto LaPresse

Tra le cose che rimarranno di questo Festival di Sanremo ci sarà la sorniona domanda della canzone “Una vita in vacanza”, proposta dall’ironico gruppo Lo Stato sociale, domanda che giunge alla fine di lunghi elenchi di lavori – a volte paradossali – di cui la nostra società è piena: “Perché lo fai?” Perché ti affanni tanto per lavorare quando poi ogni sforzo sembra inutile per cambiare ciò che c’è? Il nuovo non avanza, il celebre ascensore sociale è fermo da un pezzo. Perché non passare la vita in vacanza, senza competitività e senza scocciature, senza “nessuno che rompa i coglioni”? Ironici, intelligenti, orecchiabili, grotteschi e divertenti, persino accompagnati dai bambini dello Zecchino d’Oro, i cinque del gruppo sembrano davvero rappresentare una buona fetta del nostro mondo, soprattutto di quello giovanile. Delusi da un mondo dove non si avanza affatto, rimane l’anarchismo liberatorio che denuncia una società vuota e fatua nella sua apparenza, che non risulta disumana solo a coloro che vi sono immersi, vittime di se stessi e del proprio narcisismo.

  

Così rimane la domanda: perché lo fai? Perché non te ne vai? Perché ti impegni quando è tutto inutile? Tra i fuochi fatui del festival, magari ballando il motivetto, i responsabili della vita politica italiana – e i tanti candidati a esserlo – avrebbero fatto bene a sentire questa canzone come una spina nel fianco. Qui in fondo c’è uno dei nodi centrali della nostra civiltà. Fino a un certo punto, la lunga storia della nostra cultura ci aveva rappresentato facilmente il motivo per cui lavorare: si è all’interno di un ordine, di un cosmo, che occorre servire. La grandezza dell’uomo, la riuscita della sua vita, la sua soddisfazione personale consisteva nella misura in cui adempiva a questo servizio. Era così nell’antica civiltà greco-romana e nella lunga civiltà cristiana, ma era rimasto così anche in epoca moderna, anche laddove questo ordine cosmico era quello dello Stato o della legge. La famosa espressione del “bene comune”, troppo abusata, voleva significare questo ideale da servire, che rimaneva tale nonostante le incoerenze e i tradimenti dei singoli.

  

Distrutto o passato di moda quest’ordine, avvertito come causa di autoritarismo dopo i disastri dei totalitarismi, e screditati tutti i rappresentanti di esso che si sono rivelati vacui e interessati a discapito delle loro altisonanti parole, la domanda su chi ce lo faccia fare rimane più inquietante della simpatica canzonetta che la esprime. Un altro tipo umano, quello interessato non a servire ma a prendere il più possibile dal mondo che lo circonda, sembra essersi imposto ed è su di esso che si riversa il sarcasmo liberatorio di chi nota l’apparenza vuota del poco che costui riesce ad arraffare.

   

Eppure, la risposta dello Stato sociale non può essere definitiva. A differenza di quanto spesso affermi il pessimismo degli intellettuali, continuiamo a creare nuovi lavori, anche strani come l’influencer e lo chef stellato, il fashion blogger e il cantautore, perché è la vita stessa che ci attrae. Ci attrae a lavorare per portare i soldi a casa, per crescere i figli, per fare un viaggio di più, per andare al cinema o a vedere la partita. Per un mare di piccolezze e, alle volte, di vanità che però al fondo rivelano che, nonostante ogni filosofia, il dinamismo della libertà umana è rimasto identico: la realtà ci attrae e siamo soddisfatti, cioè liberi, solo quando aderiamo al bene, magari piccolo e relativo come quello che incontriamo e ci capita di desiderare. Perché lo fai? Perché la nostra natura umana non smette mai di desiderare, in questo consiste il cuore segreto della libertà. Che poi i nostri piccoli desideri siano segno di un ordine più grande e nascosto oppure della pura natura è una questione successiva. Come è una questione successiva il capire se questo desiderio servirà al mondo intero o solo a se stessi. Ma desiderare qualcosa di più di ciò che abbiamo e siamo è il nostro motore e la nostra spinta, ciò che ha determinato la velocità inconsueta dell’evoluzione umana. Per quanto possiamo essere delusi o frustrati dalla situazione sociale, dobbiamo tornare a guardare questa scintilla di desiderio che si trova all’origine della nostra libertà se vogliamo rispondere a una domanda che, tra ammiccamenti, risa e balli, non può non essere avvertita come un grido di dolore.

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