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L’editore con la matita

Una piccola mostra sulla biblioteca di Luciano Foà, per capire come ha inciso nella cultura italiana

30 Novembre 2018 alle 06:00

L’editore con la matita

Foto dalla pagina Facebook Adelphi

Forse sarebbe ugualmente venuto a Milano, anno 1962, per fondare una casa editrice. Anche senza la separazione, più o meno consensuale, da Giulio Einaudi dopo dieci proficui anni di libri e progettazione culturale. L’indole, la passione sottile e tenace come la punta delle sue matite per diventare editore “in proprio”, cioè di un catalogo ideale e multiforme, un catalogo-mondo, era scritta nella sua storia personale e forse anche nella genetica. Da quando giovanissimo aveva iniziato a collaborare con suo padre Augusto nella Agenzia letteraria internazionale, che rappresentava a Milano autori del calibro, e della forza spiazzante per il panorama culturale italiano, di Aldous Huxley. E lì, su consiglio del padre, aveva iniziato a praticare personalmente la cura delle traduzioni e a coltivare l’alto artigianato, nei casi migliori il magistero, del mestiere dell’editore. Quello che annota con scrupolo i testi, ne discute con gli autori, va all’inseguimento e al servizio del loro pensiero, delle loro parole. Tenendo ben fermo in testa però il suo catalogo-mondo. Come aveva provato a fare per un breve periodo con Adriano Olivetti, nella casa editrice che poi sarebbe diventata Edizioni di Comunità. E poi, appunto, a Torino, casa Einaudi.

   

Forse avrebbe fondato ugualmente a Milano, la città dove era nato nel 1915, la sua casa editrice. Ma sarebbe stata profondamente diversa senza l’amicizia decisiva, per le storie personali e per lo sviluppo del pensiero, del gusto, del progetto, con Roberto “Bobi” Bazlen, il grande intellettuale-lettore con cui fondò la casa editrice che già dal nome portava il segno di una duplicità, di una reciprocità completa: Adelphi, la parola greca per fratelli. Con le sue copertine-non copertine a colori pastello che cambiarono in profondità il gusto editoriale e del pubblico, e il il pittogramma cinese della luna nuova, che indica “morte e rinascita”, con il rapporto dialettico con Roberto Calasso che si aggiungerà poco dopo.

   

La vita di un intellettuale è piena di forse, di possibilità, almeno quanto l’estensione della sua biblioteca. Nel senso della quantità dei volumi sugli scaffali, ma ancor più nel senso della apertura mentale, delle divergenti o sovrapposte curiosità e passioni, dei sentieri che si biforcano, si intrecciano, ritornano. La biblioteca di Luciano Foà era composta da circa ottomila volumi, ma appunto non è il numero a interessare. Dal 2006, un anno dopo la sua morte, è conservata dalla Fondazione Arnoldo e Alberto Mondadori. Mantenuta così, come era originariamente organizzata nella sua casa. E’ lo specchio di una passione e professione durate una vita, tra attività di agente letterario, traduttore ed editore. Una biblioteca metodica ma non tassonomica, disposta attorno ai nuclei linguistici (italiano, francese, inglese, tedesco) e tematici ma senza ossessioni per una coerenza che invece risiedeva fuori dagli scaffali, nella mente dell’editore. Ci sono le pubblicazioni curate per Einaudi e poi per Adelphi, ci sono lettere, appunti, volumi e traduzioni annotati a mano, appunto a matita, con una calligrafia minuta e precisa, facilmente leggibile.

  

Di questa biblioteca, che è la mappa di un lavoro editoriale tra i più decisivi per i destini della cultura italiana dell’ultimo cinquantennio, offre un assaggio – che è anche un discreto e doveroso omaggio – una piccola mostra al Laboratorio Formentini per l’Editoria. Non una esposizione di cimeli, ma l’indicazione di un percorso culturale coerente anche se sfaccettato, quello soprattutto di Adelphi. Dagli autori scoperti e per la prima volta tradotti o fatti amare ai lettori – Walser, Joseph Roth, Nietzsche, Huxley – alla introduzione nel pensiero filosofico italiano di filoni sconosciuti o emarginati – le filosofie e le religioni orientali, le tradizioni esoteriche, le mitologie greche o di culture extraeuropee, ovviamente la grande tradizione letteraria dell’ebraismo europeo. Con le sue matite sottili, con le sue passioni di intellettuale schivo e borghese (la famiglia, la montagna) con la sua fedeltà alle amicizie di una vita (Bobi Bazlen, il filosofo Giorgio Colli) il lavoro di editore di Luciano Foà ha inciso in profondità nella cultura italiana come la percepiamo oggi.

  

L’editore con la matita - La biblioteca di Luciano Foà. Laboratorio Formentini per l’Editoria, via Formentini. Fino al 18 dicembre 2018, ore 14-19.

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