Venticinque anni senza Giovanni Testori

Maurizio Crippa

Non esserci più, ma incontrare ancora più gente di prima. La differenza tra intellò e “maestro”

Oggi, 16 marzo, sono venticinque anni che Giovanni Testori è morto. Era il 1993, anno fatale per l’Italia e ancor più per Milano. Era l’ultimo Gran Lombardo tra gli scrittori dotati di una lingua propria, oggi nella categoria rimane Arbasino – ma lui è un aristocratico, passabilmente snob, mentre Testori amava della stessa passione l’arte e il popolo che incontrava sul treno delle Nord, lo prendeva ogni mattina alla stazioncina della sua Novate Milanese. Dopo venticinque anni, il destino degli scrittori è solitamente quello di essere stati dimenticati, in attesa di riscoperta, o di essere diventati dei classici. Difficile dire quale dei tre sia peggio. E’ accaduto a Moravia, Pasolini è stato iconizzato oltremisura ed è più che altro una miniera per citazioni, sempre le solite, e per il periodico “ah, ci fosse ancora Pasolini”. Di PPP prese del resto il posto sul Corriere della Sera, lo chiamò Franco di Bella. Dal palcoscenico o da Via Solferino, è sempre riuscito a infastidire i benpensanti, ugualmente prima e dopo la sua “conversione”, che fu un ritorno a casa. A urtare i clericali laici e i clericali clericali, per dirla con Péguy. Venticinque anni dopo, Testori ha il privilegio non comune di essere presente e di riuscire a incuriosire, contaminare, attirare attenzioni anche molto diverse. C’è un motivo, tra gli altri: ed è quello di non essere mai stato un intellò interessato a misurare l’ombra irradiata dalla propria augusta figura, ma un artista interessato alla vita e a destini di tutti. Con cui magari si poteva litigare, ma non ignorare. Insomma la differenza tra un maestro e un paludato maître à penser.

 

Oggi al teatro Franco Parenti, la casa di Andrée Ruth Shammah – e non poteva essere in altro luogo se non nel “suo” Salone Pierlombardo, suo e di Franco Parenti, la fucina degli “Scarrozzanti” che negli anni 70 ribaltarono il teatro milanese e non solo quello – c’è un “Incontro (o scontro)” con al centro il nuovo libro che Luca Doninelli gli ha dedicato: “Una gratitudine senza debiti. Giovanni Testori, un maestro” (La nave di Teseo). Doninelli di Testori è stato un “discepolo”. Sul perché e sul come, insomma sul suo libro, ci sarà tempo di tornare. Ora è interessante notare che non è stato l’unico e che soprattutto questa capacità di essere maestro Testori l’ha conservata. Negli anni, anziché trasformarsi nell’oggetto di un piccolo culto (solitamente settario) attraverso le sue opere, soprattutto il teatro e la critica d’arte, ha continuato a incontrare persone nuove, gente diversa. Persone spesso provenienti da percorsi lontani dal suo, culturalmente e geograficamente. Le interpretazioni che nomi importanti del teatro come Sandro Lombardi con Federico Tiezzi, o Ferdinando Bruni del Teatro dell’Elfo, ne hanno dato nel corso del tempo lo stanno a dimostrare. O le molte piccole compagnie, non solo milanesi, che ogni anno mettono in scena e spesso reinventano il suo teatro e quella sua lingua potente e mobile. Oppure gli studenti che si avvicinano al suo lavoro: ogni anno ci sono una ventina di tesi di laurea dedicate a lui, tra letteratura e critica d’arte. O infine i tanti scrittori che pure, per motivi anagrafici, un rapporto diretto con Testori non lo hanno avuto. Non è un caso che oggi al Parenti ce ne siano, e vengano da latitudini le più varie. Come Alessandro Bertante, Crocifisso Dentello o Carmen Pellegrino. (Ci saranno anche Raul Montanari e Aurelio Picca). Scrive Doninelli: “Ecco un altro significato della parola ‘maestro’. Un uomo comincia a diventare nostro maestro quando ci fa capire che lui ha percorso tutte le strade del mondo per giungere fino a noi, e non viceversa”. Non viceversa. Per quel suo avere qualcosa da dire, con il suo modo irruento e spesso apocalittico (“Gli angeli dello sterminio”, il suo ultimo romanzo scritto negli anni di Tangentopoli, è una profezia violenta, ma per nulla campata per aria, su Milano) eppure infinitamente tenero, appassionato. L’altra parola chiave che a Testori sarebbe piaciuta è “senza debiti”. Di solito, tra gli artisti e non solo, si omaggiano o si saldano “i debiti”, che è un modo per dire parce sepulto. Invece non esiste debito, se quel che si è avuto è un’eredità, una cosa che è stata messa a frutto. Il caso di Testori è esattamente questo.

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  • Maurizio Crippa
  • "Maurizio Crippa, vicedirettore, è nato a Milano un 27 febbraio di rondini e primavera. Era il 1961. E’ cresciuto a Monza, la sua Heimat, ma da più di vent’anni è un orgoglioso milanese metropolitano. Ha fatto il liceo classico e si è laureato in Storia del cinema, il suo primo amore. Poi ci sono gli amori di una vita: l’Inter, la montagna, Jannacci e Neil Young. Lavora nella redazione di Milano e si occupa un po’ di tutto: di politica, quando può di cultura, quando vuole di chiesa. E’ felice di avere due grandi Papi, Francesco e Benedetto. Non ha scritto libri (“perché scrivere brutti libri nuovi quando ci sono ancora tanti libri vecchi belli da leggere?”, gli ha insegnato Sandro Fusina). Insegue da tempo il sogno di saper usare i social media, ma poi grazie a Dio si ravvede.

    E’ responsabile della pagina settimanale del Foglio GranMilano, scrive ogni giorno Contro Mastro Ciliegia sulla prima pagina. Ha una moglie, Emilia, e due figli, Giovanni e Francesco, che non sono più bambini"