Venticinque anni senza Giovanni Testori

Non esserci più, ma incontrare ancora più gente di prima. La differenza tra intellò e “maestro”

16 Marzo 2018 alle 06:06

Venticinque anni senza Giovanni Testori

Immagine tratta da YouTube

Oggi, 16 marzo, sono venticinque anni che Giovanni Testori è morto. Era il 1993, anno fatale per l’Italia e ancor più per Milano. Era l’ultimo Gran Lombardo tra gli scrittori dotati di una lingua propria, oggi nella categoria rimane Arbasino – ma lui è un aristocratico, passabilmente snob, mentre Testori amava della stessa passione l’arte e il popolo che incontrava sul treno delle Nord, lo prendeva ogni mattina alla stazioncina della sua Novate Milanese. Dopo venticinque anni, il destino degli scrittori è solitamente quello di essere stati dimenticati, in attesa di riscoperta, o di essere diventati dei classici. Difficile dire quale dei tre sia peggio. E’ accaduto a Moravia, Pasolini è stato iconizzato oltremisura ed è più che altro una miniera per citazioni, sempre le solite, e per il periodico “ah, ci fosse ancora Pasolini”. Di PPP prese del resto il posto sul Corriere della Sera, lo chiamò Franco di Bella. Dal palcoscenico o da Via Solferino, è sempre riuscito a infastidire i benpensanti, ugualmente prima e dopo la sua “conversione”, che fu un ritorno a casa. A urtare i clericali laici e i clericali clericali, per dirla con Péguy. Venticinque anni dopo, Testori ha il privilegio non comune di essere presente e di riuscire a incuriosire, contaminare, attirare attenzioni anche molto diverse. C’è un motivo, tra gli altri: ed è quello di non essere mai stato un intellò interessato a misurare l’ombra irradiata dalla propria augusta figura, ma un artista interessato alla vita e a destini di tutti. Con cui magari si poteva litigare, ma non ignorare. Insomma la differenza tra un maestro e un paludato maître à penser.

 

Oggi al teatro Franco Parenti, la casa di Andrée Ruth Shammah – e non poteva essere in altro luogo se non nel “suo” Salone Pierlombardo, suo e di Franco Parenti, la fucina degli “Scarrozzanti” che negli anni 70 ribaltarono il teatro milanese e non solo quello – c’è un “Incontro (o scontro)” con al centro il nuovo libro che Luca Doninelli gli ha dedicato: “Una gratitudine senza debiti. Giovanni Testori, un maestro” (La nave di Teseo). Doninelli di Testori è stato un “discepolo”. Sul perché e sul come, insomma sul suo libro, ci sarà tempo di tornare. Ora è interessante notare che non è stato l’unico e che soprattutto questa capacità di essere maestro Testori l’ha conservata. Negli anni, anziché trasformarsi nell’oggetto di un piccolo culto (solitamente settario) attraverso le sue opere, soprattutto il teatro e la critica d’arte, ha continuato a incontrare persone nuove, gente diversa. Persone spesso provenienti da percorsi lontani dal suo, culturalmente e geograficamente. Le interpretazioni che nomi importanti del teatro come Sandro Lombardi con Federico Tiezzi, o Ferdinando Bruni del Teatro dell’Elfo, ne hanno dato nel corso del tempo lo stanno a dimostrare. O le molte piccole compagnie, non solo milanesi, che ogni anno mettono in scena e spesso reinventano il suo teatro e quella sua lingua potente e mobile. Oppure gli studenti che si avvicinano al suo lavoro: ogni anno ci sono una ventina di tesi di laurea dedicate a lui, tra letteratura e critica d’arte. O infine i tanti scrittori che pure, per motivi anagrafici, un rapporto diretto con Testori non lo hanno avuto. Non è un caso che oggi al Parenti ce ne siano, e vengano da latitudini le più varie. Come Alessandro Bertante, Crocifisso Dentello o Carmen Pellegrino. (Ci saranno anche Raul Montanari e Aurelio Picca). Scrive Doninelli: “Ecco un altro significato della parola ‘maestro’. Un uomo comincia a diventare nostro maestro quando ci fa capire che lui ha percorso tutte le strade del mondo per giungere fino a noi, e non viceversa”. Non viceversa. Per quel suo avere qualcosa da dire, con il suo modo irruento e spesso apocalittico (“Gli angeli dello sterminio”, il suo ultimo romanzo scritto negli anni di Tangentopoli, è una profezia violenta, ma per nulla campata per aria, su Milano) eppure infinitamente tenero, appassionato. L’altra parola chiave che a Testori sarebbe piaciuta è “senza debiti”. Di solito, tra gli artisti e non solo, si omaggiano o si saldano “i debiti”, che è un modo per dire parce sepulto. Invece non esiste debito, se quel che si è avuto è un’eredità, una cosa che è stata messa a frutto. Il caso di Testori è esattamente questo.

Lascia il tuo commento

Condividi le tue opinioni su Il Foglio

Caratteri rimanenti: 1000

Servizi