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L'infinito relativo

La modestia leopardiana ispira fiducia per le future generazioni di poeti e artisti

24 Luglio 2019 alle 06:00

L'infinito relativo

Epistole di Leopardi (Foto LaPresse)

Nel libro vigoroso che Davide Rondoni ha dedicato all’“Infinito”, “E come il vento” (Fazi), scopro che Leopardi non ci credeva mica tanto alla poesia dell’ermo colle. “Non la volle pubblicare fino al 1831. Nella prima edizione dei Canti, Leopardi non la mise. Gli pareva cosa da fanciullo e ignorante? Pensava fossero più belle e rappresentative del suo animo “Sopra il monumento di Dante che si preparava in Firenze” o “All’Italia””.

 

Andatevi a riguardare i due invecchiatissimi mattoni e converrete che uno dei più grandi poeti di tutti i tempi di poesia ne capiva poco. Dicendo questo non sto dissacrando un mito (lungi da me), sto dando una buona notizia. La consapevolezza che la poesia supera il poeta, che in ogni campo l’arte tende a superare l’artefice, aiuta a sperare che l’ottusità, il conformismo, la pochezza umana e intellettuale di quasi tutti i poeti, i romanzieri, i saggisti, i musicisti, i registi, i filosofi, gli architetti, i pittori, i fotografi, gli scultori odierni non impedisca la comparsa di nuovi capolavori. Li si attenda, sedendo e mirando.

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Commenti all'articolo

  • carloalberto

    24 Luglio 2019 - 15:03

    Semmai questo dimostra - per chi ancora si ostina a ripetere i luoghi comuni - che Leopardi non era quello sfigato lagnoso che si vuol far credere. Era uno che voleva combattere.

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