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La solitudine di un amatore del Lambrusco

I vini rossi frizzanti sono prodotti da panteisti e bevuti da immigrazionisti. Un destino beffardo mi rende politicamente più prossimi i vini artificiali da vitigni internazionali

4 Luglio 2018 alle 06:14

Al Lambrusco preferisco lo Champagne

Foto LaPresse

“Guai a chi è solo”: mi risuona l’Ecclesiaste nelle orecchie mentre leggo “Effervescenze. Storie e interpreti di vini vivi” di Massimo Zanichelli (Bietti), il più interessante libro sul vino italiano da vari anni a questa parte. Zanichelli racconta il misterioso, magico mondo dei vini rifermentati in bottiglia, soprattutto gli amati rossi frizzanti (Lambruschi, Gutturnio, Bonarda) prodotti nell’arco cispadano da Modena a Voghera. Di questi vini che mi attraggono moltissimo quasi tutti i produttori sono panteisti (biologici, biodinamici, cornoletamici...) e quasi tutti i bevitori sono immigrazionisti: ecco spiegato il mio isolamento. Zanichelli non lo scrive ma io so che le uve più autoctone sono appannaggio degli amici degli alloctoni, spesso seguaci di una religione che il vino lo combatte, ed è un’altra sfaccettatura del masochismo occidentale analizzato nei libri di Pascal Bruckner. Mentre un destino beffardo mi rende politicamente più prossimi i bevitori di Champagne, Franciacorta e altri da me aborriti vini artificiali da vitigni internazionali. Che guaio, Ecclesiaste.

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