l'intervista

Poste-Tim, operazione di mercato o ritorno della mano pubblica? Parla l'ex ministro Tria

Marianna Rizzini

Con l’offerta su Tim, Poste punta a creare un gigante delle telecomunicazioni. Tria difende le partecipate: quando funzionano, non sono statalismo ma capitalismo vero

Un’operazione da 10,8 miliardi di euro, un’Opas (offerta pubblica di acquisto e scambio) lanciata da Poste Italiane per l’acquisto di Tim, con l’obiettivo di promuovere “il consolidamento delle tlc in Italia”. “L’acquisizione di Tim completa il nostro modello e ci consente di creare una piattaforma intelligente per l’Italia”, ha detto Matteo Del Fante, ad di Poste. Ma la creazione di questo colosso è un ritorno al passato o un passo verso il futuro? E’ la fine del “sogno” delle privatizzazioni in favore di un nuovo espansionismo della mano pubblica o un ircocervo che apre a prospettive sconosciute? “A me pare che l’operazione di Poste sia un’operazione completamente di mercato”, dice Giovanni Tria, economista ed ex ministro dell’Economia nel governo Conte I. 

“Nel caso specifico, per andare dritto al punto, e partendo da quando Tim era pubblica, direi che il privato ha dato il peggio di sé, specie nelle fasi iniziali. Adesso interviene il pubblico che – nel caso specifico di Poste – mi pare stia dando il meglio di sé. Il problema non è se la proprietà del capitale sia pubblica o privata, il problema è se la proprietà privata o pubblica sappia muoversi sul mercato in modo corretto. La presenza dei privati non sempre ha portato a buoni risultati, e non parlo soltanto di capacità manageriali. Spesso abbiamo visto operare, e intervenire nelle privatizzazioni, a volte in modo dubbio, capitalisti senza capitale che certo non hanno portato al raggiungimento di grandi obiettivi. Il caso di Poste mi pare un caso pubblico di successo: il risanamento c’è stato, la posizione è in attivo. Altro caso: Mps, con il pubblico che ha risanato e poi rivitalizzato”. L’operazione di Poste è un ritorno della mano pubblica, intesa anche in senso politico, o un’operazione di mercato di una partecipata statale? “Poste non è un’operazione fatta immettendo altre risorse pubbliche a carico del bilancio dello stato”, dice Tria, “Poste è una società per azioni a controllo pubblico che, con le sue capacità di profitto e accumulo, agisce correttamente sul mercato. E non mi pare proprio di intravedere, in questa Opas, una risposta a logiche politiche; d’altronde l’ad Del Fante ha attraversato governi di diverso colore”. In molti però si chiedono se le partecipate perseguano anche obiettivi politici o soltanto economici. “Ricordiamoci che le maggiori imprese italiane, premiate da un successo anche internazionale, sono partecipate. Si prenda per esempio il settore energetico: Leonardo, Eni, Enel, i nostri gioielli italiani – sono tutti partecipate. D’altra parte le Partecipazioni statali di una volta sono quelle che hanno industrializzato e modernizzato l’Italia, prima, anche se poi c’è stata una fase in cui la mano pubblica ha agito in modo diverso all’interno di queste società. Ora non è così, e lo dico parlando da liberista: da questo punto di vista non vedrei alcuna azione politica in atto, e non farei distinzione tra capitale pubblico e capitale privato quando questo capitale si muove sul mercato”. Ma perché in Italia, dopo la stagione delle grandi privatizzazioni, a parte le banche, non sono emersi grandi gruppi privati? “Ai tempi di Giuseppe Guarino, ministro delle Partecipazioni statali nel 1992-93, ministro che aveva proposto un piano di privatizzazioni volto a riorganizzare le partecipazioni pubbliche in grandi holding industriali e finanziarie, i capitalisti italiani, per così dire, non si sono certo affannati. Sono entrati soltanto laddove c’erano forme di monopolio e controllo, in settori regolari dove si prevedevano  facili profitti, come le tlc”. Si attende ora la reazione del mondo politico rispetto alla sinergia Poste-Tim sul progetto industriale che punta alla creazione di una piattaforma infrastrutturale integrata, disegno che porterebbe sulla scena una sorta di  “gigante” delle  tlc. 

 

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  • Marianna Rizzini
  • Marianna Rizzini è nata e cresciuta a Roma, tra il liceo Visconti e l'Università La Sapienza, assorbendo forse i tic di entrambi gli ambienti, ma più del Visconti che della Sapienza. Per fortuna l'hanno spedita per tempo a Milano, anche se poi è tornata indietro. Lavora al Foglio dai primi anni del Millennio e scrive per lo più ritratti di personaggi politici o articoli su sinistre sinistrate, Cinque Stelle e populisti del web, ma può capitare la paginata che non ti aspetti (strani individui, perfetti sconosciuti, storie improbabili, robot, film, cartoni animati). E' nata in una famiglia pazza, ma con il senno di poi neanche tanto. Vive a Trastevere, è mamma di Tea, esce volentieri, non è un asso dei fornelli.