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1941-2026
Vita e opere di Umberto Bossi, icona di un nord popolare fatto non solo di ampolle
Con la morte del Senatur si chiude un’epoca e si misura la memoria di un popolo: resta da capire se il “vento del nord” saprà ancora riconoscersi nel suo fondatore, tributandogli l’ultimo vero funerale di massa della Seconda Repubblica
Scrivemmo qui molto tempo fa, in uno dei consueti esercizi di sprezzatura giornalistica, incuranti delle ipocrisie dei coccodrilli, che la Seconda Repubblica (già era agli sgoccioli) avrebbe conosciuto due soli grandi funerali di popolo per i suoi uomini politici, qualcosa magari di imparagonabile ai funerali di Togliatti o al treno di De Gasperi, ma ugualmente di popolo. Quello di Umberto Bossi e quello di Silvio Berlusconi. Tutti pensavano che il primo sarebbe stato quello del Senatur, date le note condizioni di salute dopo l’ictus del 2004, ovviamente. Ma anche in questo il Cavaliere è riuscito ad arrivare primo.
Sono passati da allora molti anni, ventidue da quando l’Umberto ha cessato di essere il capopopolo, o meglio il Capo di un popolo, per ritirarsi a Gemonio, a metà strada tra l’accantonamento e la mitologia. Ancora doveva venire (2012) la “notte delle ramazze”, a metà strada tra l’autodafé e l’uccisione del padre, quando Bobo Maroni, buonanima, tentò di ridare l’onore (una delle idee più nefaste, in politica) alla Lega Nord travolta dal Cerchio Magico, dalla “Badante”, dalle scemenze paternali del Trota, dai diamanti in Tanzania. E doveva passare un altro anno ancora, 2013, perché Matteo Salvini si prendesse la Lega (quel che allora restava) e gli desse la torsione populista, sovranista, nazionale ma putinista che sappiamo.
Umberto Bossi era da un decennio malato, eppure ancora presente, nel suo vecchio partito, il più longevo d’Italia da molti decenni a questa parte. Da allora il suo vero cruccio è stato quello, il tradimento mai digerito della Lega delle Origini, il dio Po e il Pratone di Pontida, oggetto di culto e di visite, dispensatore di oracoli magari più controintuitivi che nel passato, ma che messi a confronto con quel che passava nella politica del lungo tramonto primorepubblicano sembravano perle di saggezza. Ci ha giocato e ci si è immalinconito, in quel ruolo di Vecchio della Montagna in disgrazia, per molto tempo.
Ora è venuto il momento per scoprire se il funerale di Umberto Bossi sarà quell’evento di popolo, di “gente” diceva lui, che abbiamo immaginato. (Crippa segue nell’inserto IV)
La notizia della morte del Senatur è arrivata in serata, il giorno di San Giuseppe, aveva 84 anni.
La sua Lega, il “vento del nord”, non esiste più da tempo; si è trasformata nella Lega di Salvini che sappiamo, e che lui non amava. La secessione dei tempi eroici ha generato una robusta storia di governatori e amministratori, che parlano al massimo di federalismo ben temperato.
Ma il popolo resta quello di Bossi, così poco capito e amato fuori dalle terre del nord, la mitica “Padania” oggi dimenticata, è stato un sogno popolano, di popolo stalle e capannoni. Non un rutto populista, qualcosa che aveva a che fare con un gergo, un dialetto, un vernacolo di idee basic ma produttive che era il tessuto comune di un popolo. Quel che restava, al nord, pasolinianamente, di un popolo. Chissà se lo saluterà come merita.