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Meloni di Difesa
La sintonia tra Meloni e Mattarella: "Non entriamo in guerra". La smentita di una trattativa con l'Iran
Il Consiglio Supremo di Difesa è la benedizione del capo dello stato alla politica estera del governo. L'accordo con i paesi europei e il perimetro entro il quale far utilizzare le basi americane sul suolo italiano
Roma. Il casco blu di Meloni è sempre Mattarella. I pensieri sono del governo, ma l’accento è del Quirinale. “L’Italia non entra in guerra”, si temono “effetti destabilizzanti” che possono arrivare “da gravissime iniziative terroristiche”. E’ il Consiglio Supremo di Difesa ma è anche “lo stringiamoci a coorte”, siam pronti alla de-escalation. Meloni è sconvolta dall’uccisione del soldato francese ma non vuole usare la parola “ritirata” italiana. A Erbil si “alleggerisce” il contingente perché viene meno il mandato, diversa è la missione Unifil, in Libano, missione dell’Onu. Si va di smentite. Chigi smentisce la ricostruzione del Ft, la trattativa insieme alla Francia con i nuovi macellai dell’Iran. Non c’è mai stata, non ci può essere. Dicono al governo: “Con chi avremmo dovuto trattare? Non si conosce neppure chi guida l’Iran”. Il tavolo con le opposizioni è “sentiamoci per le vie brevi”. In brevitas: Conte non offre la sedia a Schlein.
E’ un altro Consiglio Supremo di Difesa del proviamoci, senza illusioni. Sono riunioni oramai da mondo bruciato. Sono presenti: Meloni, Tajani, Crosetto, Giorgetti, Piantedosi, Mantovano e ci sono i “leali” di Mattarella, Garofani, Zampetti, oltre al capo di stato maggiore, Portolano. Fa fede il comunicato perché tutti si cuciono la bocca. E’ la segretezza per evitare fraintendimenti, come quello del Ft. L’indiscrezione del quotidiano (la trattativa sottobanco con l’Iran) deve essere smentita “categoricamente”, perché non ci sono “bilaterali” con il figlio zoppo dell’ayatollah Khamenei, né tantomeno, dicono a Chigi, si è mai provato. Gli unici contatti si sarebbero limitati all’ambasciata. La politica estera la fa il governo, ma Mattarella la benedice. L’uso delle basi passa sempre dal Parlamento e non serve chiederlo a Meloni, perché, si legge nella nota, vengono autorizzate “nel rispetto del quadro giuridico definito dagli accordi internazionali”. Lo dicono i trattati, non serve ripeterlo come fa Schlein, e se l’America vuole altro si passa dalle Camere. Meloni cerca il braccio del capo dello stato, e lo trova. Viene lodata l’importanza di “operare insieme a Francia, Germania, Regno Unito per coordinare le iniziative sul piano di Difesa, anche in considerazione dell’allarme lanciato verso Cipro, territorio Ue, e verso la Turchia, territorio Nato”. C’è un passaggio sullo Stretto di Hormuz e il Consiglio “valuta gravi le azioni dell’Iran per ostacolare la libera navigazione dello Stretto”. Nella sciagura iraniana, Meloni ha la fortuna di trovare un presidente della Repubblica che la tutela e la consiglia anche sul Board of Peace. Dice Tajani che al Consiglio “non c’è stata alcuna contestazione del Presidente della Repubblica. Partecipiamo al Board of Peace come osservatori. Non ne facciamo parte, perché la Costituzione lo impedisce. Partecipiamo così come la Commissione Ue”. Nella nota del Consiglio c’è, ancora, la richiesta a Israele di “astenersi da azioni spropositate” alle azioni altrettanto balorde e “inaccettabili di Hezbollah”. Sono “inammissibili” gli attacchi da parte israeliana al contingente Unifil, attualmente a guida italiana”. E la missione Unifil in Libano resta. L’eventuale evacuazione passa dall’Onu. Il tavolo, sgabello, con le opposizioni si è fatto uno sbilenco “sentiamoci”. Un tavolo a Chigi equivale ai quesiti: come ci presentiamo? Come dichiariamo? Ognuno per sé? Sarebbero diventate consultazioni e bisognava decidere se Schlein parlava per tutti. Il telefono allunga la vita e la speranza (che a sinistra si trovi un operatore telefonico unitario).