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L'editoriale del direttore

I tre anni della segreteria Schlein, il miglior asset possibile per Meloni & Co.

Claudio Cerasa

Spallate mancate, occasioni perse, temi regalati alla destra, una leadership che non arriva, il test sulla politica estera per mostrare maturità. Il bilancio della segretaria del Partito democratico, la leader non vista arrivare

Sono passati tre anni dal giorno in cui Elly Schlein è arrivata alla guida del Partito democratico, con i famosi alti dirigenti del Pd che non l’avrebbero vista arrivare, e tre anni dopo la conquista ufficiale della guida del Pd (era il 12 marzo 2023) si può provare a trarre un piccolo bilancio della figura politica che a oggi, sondaggi alla mano, è quella più accreditata per essere alle prossime elezioni l’alternativa a Giorgia Meloni. Il primo elemento che merita di essere considerato, in un bilancio della segreteria di Elly Schlein, è che così come tre anni fa i massimi dirigenti del Pd non l’avevano vista arrivare, oggi ciò che si fatica a vedere arrivare è l’affermazione di una leadership in grado di essere alternativa a quella di Giorgia Meloni. Fino a oggi, in verità, Elly Schlein (che ieri, meritoriamente, ha cercato di costruire un filo con Meloni sui temi del medio oriente, con un focus su Erbil), è stata per il centrodestra una piccola assicurazione sulla vita e ha permesso alla coalizione rivale di ottenere discreti risultati giocando praticamente da ferma, immobile come un semaforo, come avrebbe detto il Romano Prodi interpretato da Corrado Guzzanti.

   

     

Se ci si riflette un istante, nella storia recente del nostro paese, mai nessuna opposizione era riuscita a garantire a una maggioranza un consenso così alto dopo così tanti mesi dall’inizio di un governo (nel 2022, il centrodestra totalizzò il 43,8 per cento dei consensi, oggi secondo i sondaggi, il centrodestra vale circa il 48 per cento). E nella storia recente del nostro paese, mai nessuna opposizione era riuscita a perdere un numero così alto di elezioni, pur potendo far leva sulla rendita naturale che assume chiunque possa essere lontano dalle postazioni di governo. Elly Schlein, per cominciare, ha perso la stragrande maggioranza delle elezioni regionali: da quando è alla guida del Pd il centrodestra ne ha vinte dieci, il centrosinistra sei. Il Pd, con Schlein, ha perso male anche il referendum sul Jobs Act (2025). Non ha vinto le europee (2024). E si capisce che il referendum sulla giustizia acquisisca un peso importante per la segreteria del Pd: la vittoria del No può fare male a Meloni, ma in proporzione una vittoria del Sì può fare male a Schlein più di quanto una vittoria del No possa far male alla premier. Ultima spiaggia? Forse. Il merito principale di Schlein in questi tre anni alla guida del Pd – tre anni durante i quali Schlein è riuscita a mettersi più all’opposizione del Pd precedente che non di Meloni – è stato di aver creato quello che nel 2022 non c’era, ovvero una coalizione. E il fatto che il centrodestra si sia sentito obbligato a cambiare la legge elettorale è la testimonianza di questo unico e oggettivo successo: aver messo insieme i cocci del 2022 e aver reso la coalizione più competitiva rispetto alle elezioni perse da un centrosinistra diviso. L’algebra, per Schlein, è il suo punto di forza, ed è anche la ragione che ha spinto la segretaria del Pd in questi anni a considerarsi come la predestinata a Palazzo Chigi: io so far stare insieme tutti, voialtri no. Ma i numeri sono anche un’arma a doppio taglio per Schlein. Perché se si guardano i numeri si capirà che, oltre alla colla, al rimettere insieme i pezzi, il Pd in versione Schlein non è stato in grado di costruire niente di diverso da una semplice addizione. Pd più M5s più Avs più Italia viva.

 

 

Per fare cosa? Per dire cosa? Per affermare quale idea? Dal punto di vista della capacità di dettare l’agenda, per così dire, i tre anni di Schlein sono stati, per così dire, un mezzo disastro. Schlein ha lasciato la battaglia della vita, la difesa dell’Ucraina, alla destra, e se il Pd oggi vota ancora a favore della difesa di Kyiv, con mille borbottii sull’invio delle armi, è perché lo fa nonostante ciò che pensa la segretaria del Pd. Schlein, da leader del Pd, ha anche fatto di più. Ha regalato alla destra battaglie non di destra solo perché la destra se ne è appropriata. Pensate, referendum o non referendum, alla battaglia per il garantismo. Pensate, caso Albania a parte, alla difesa dei confini contro l’immigrazione illegale. Pensate, a prescindere dall’amore per Israele, alla lotta feroce contro l’antisemitismo. Pensate al tema della crescita, e solo un Pd incapace di intercettare le istanze del mondo produttivo poteva permettere a una destra incapace di parlare la lingua delle imprese, e incapace di abbassare le tasse, di essere considerata come una forza politica vicina agli imprenditori. Persino sul fronte dell’Europa il Pd di Schlein è riuscito a compiere un piccolo miracolo politicamente suicida. Il Pd, da anni, sostiene che con il governo Meloni l’Italia si sarebbe allontanato dall’Europa.

 

Tre anni dopo l’arrivo di Schlein alla guida del Pd si può dire che a essersi allontanata dall’Europa non è stato il partito di Meloni, ormai a un passo dal Ppe, ma è stato il partito di Schlein, che su almeno tre grandi temi in questi anni ha scelto di assumere posizioni non simmetriche a quelle del Pse: sul Patto sulla migrazione e l’asilo e sui migranti, sul Patto di stabilità europeo, sul sostegno all’Ucraina. E in questo senso, l’incapacità della leadership del Pd – e al momento anche del centrosinistra – di tenere la barra dritta sulla difesa di Kyiv è così evidente da aver generato un paradosso niente male: il Pd sostiene che il centrodestra sia al rimorchio di Orbán su molti punti, ma sul tema dei temi, ovvero il sostegno all’Ucraina, le posizioni del centrosinistra sono più vicine a quelle di Orbán di quanto non lo siano quelle del centrodestra. Il risultato di queste contorsioni è quello di aver dato un contributo notevole a rendere il centrodestra più moderato rispetto a quello che è. Ed è quello di aver reso la postura modello opossum, per dirla con Paolo Mieli, come l’unica postura in grado di creare una sintesi nel partito: per non creare divisioni meglio non dire nulla che trovare un modo per dire qualcosa e quando non si sa cosa dire, più o meno ogni giorno, ci si finge morti, o al massimo si cerca un modo per parlare di fascismo o nei momenti di massima creatività si chiede alla Meloni di riferire in Aula, “per chiarire”.

 

Tre anni dopo quel 12 marzo in cui Schlein, senza farsi vedere arrivare, è riuscita a conquistare il Pd, portandolo dalla stagione del riformismo a quella del movimentismo, dalla fase di governo a quella gruppettara, il dato preoccupante che emerge, nel secondo partito italiano, è che il Pd, a causa della sua subalternità culturale, politica, strategica al M5s, ha creato un’illusione ottica pericolosa: su molte partite, quelle più importanti, il primo partito della coalizione in realtà sembra essere il secondo. E se un tempo la subalternità poteva essere spiegata con la volontà di inseguire un partito con consensi alle stelle, oggi la volontà non può che essere diversa: credere a quelle idee, a prescindere dalla loro popolarità. Se una leadership esiste, Elly Schlein finora ha fatto di tutto per renderla poco visibile. E si capisce che Giorgia Meloni, referendum a parte, sia disposta a fare di tutto, dal suo punto di vista, per avere Elly Schlein come alternativa a se stessa alle prossime politiche. I buoni risultati ottenuti dalla destra anche grazie a Schlein sono sotto gli occhi di tutti. I buoni risultati che il centrosinistra e il Pd potrebbero ottenere da Schlein sono tutti da dimostrare. Il tavolo sulla politica estera, convocato ieri da Meloni insieme con le opposizioni per ragionare insieme sull’evoluzione della guerra in medio oriente, potrebbe essere un test per mostrare maturità. Buon compleanno.

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  • Claudio Cerasa Direttore
  • Nasce a Palermo nel 1982, vive a Roma da parecchio tempo, lavora al Foglio dal 2005 e da gennaio 2015 è direttore. Ha scritto qualche libro (“Le catene della destra” e “Le catene della sinistra”, con Rizzoli, “Io non posso tacere”, con Einaudi, “Tra l’asino e il cane. Conversazione sull’Italia”, con Rizzoli, “La Presa di Roma”, con Rizzoli, e "Ho visto l'uomo nero", con Castelvecchi), è su Twitter. E’ interista, ma soprattutto palermitano. Va pazzo per i Green Day, gli Strokes, i Killers, i tortini al cioccolato e le ostriche ghiacciate. Due figli.