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La “timidezza” di Conte tra referendum, affanni e strategia
Schlein fa all in e si gioca tutto sulla giustizia, l'ex premier resta un po' più defilato e fa di conto. Secondo i sondaggi un elettore M5s su tre potrebbe votare sì. La sfida per la leadership nel campo largo
Timidezze, qualche affanno e un po’ di strategia. Elly Schlein, la segretaria del Pd, s’è intestata la battaglia e per il no al referendum è ovunque. Giuseppe Conte, l’alleato sfuggente, invece ci va più cauto. La sua avversione alla riforma della giustizia è chiara – dura – ma l’accelerazione arriverà più avanti. Ha scelto per ora una posizione più defilata, a differenza della leader dem niente bagni di folla, misurando le uscite pubbliche. Una settimana fa era a Roma con Travaglio e con l’avvocato (di Craxi e Berlusconi) Coppi. Ma ai video della premier Giorgia Meloni, contro la magistratura, ha risposto spesso sui social. Lo ha fatto anche ieri commentando il rinvio dell’udienza del processo sulla presunta truffa sui fondi Covid in cui è coinvolta Daniela Santanchè. “A causa del voto con cui i suoi sodali al Senato hanno sollevato un conflitto di attribuzione con la Procura di Milano davanti alla Corte costituzionale. Questa è la logica della maggioranza Meloni che ha firmato la riforma. Votiamo no contro chi non vuole processi più rapidi e una giustizia più efficiente, ma solo politici intoccabili”, ha attaccato l’ex premier. Ma l’effetto non è lo stesso del tour targato Schlein, anche in vista del 2027. Il Movimento intanto manda avanti i suoi simboli dell’antimafia Giuseppe Antoci, Federico Cafiero De Raho e Roberto Scarpinato, che ieri a Palermo ha organizzato uno spettacolo teatrale contro la riforma. L’ex premier è intervenuto invece in un altro evento M5s – “La manovra di guerra” – contro il riarmo.
Negli ultimi giorni inoltre ha dovuto pure affrontare la grana del cambio del capogruppo al Senato: Stefano Patuanelli ha preferito non ricandidarsi per il ruolo (sarà vicepresidente del M5s?) e al suo posto ci sarà Luca Pirondini, dopo una lunga trattativa che ha coinvolto anche Alessandra Maiorino. E poi, tornando alla giustizia, ci sono i sondaggi che hanno mostrato un quota minoritaria, ma significativa, di elettori M5s sensibili alla sirene del sì. Secondo Nando Pagnoncelli, lo ha scritto sul Corriere, sarebbero circa un quarto. Anche l’Istituto Piepoli presenta un dato simile. Dice il presidente Livio Gigliuto: “Nelle nostre prime rilevazioni, quando ancora la campagna elettorale non era nel vivo, più della metà degli elettori M5s era favorevole alla riforma. Poi questa quota è scesa, anche per effetto della politicizzazione del referendum. Oggi siamo al 32 per cento”. Ed è forse per questo che Conte è apparso finora più timido? “Potrebbe essere una chiave di lettura – risponde il sondaggista –. Il leader del M5s del resto conosce molto bene i suoi elettori. Lo ha dimostrato più volte, prendendo posizioni apparentemente poco comprensibili ma efficaci rispetto al suo consenso. Per esempio su Donald Trump e Kamala Harris”.
E’ lecito allora attendersi sorprese già dalla prossima settimana quando Conte si confronterà sul referendum con Giorgio Mulè di Forza Italia e poi, soprattutto, con il ministro Carlo Nordio, il 25 febbraio a Palermo. Sempre che la malizia che qualcuno avanza al Nazareno – ma il ragionamento circola anche nel M5s – non sia vera. Dopo la giustizia parte la corsa alle politiche e alla leadership del centrosinistra. Per Schlein, che ha fatto all in sul referendum, la vittoria del sì sarebbe un colpo durissimo. Ma per Conte?