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L'editoriale del direttore

Da Conte a Schlein: perché gli antifascisti non vanno a Kyiv? 

Claudio Cerasa

Il dramma di una sinistra che sull'Ucraina è più vannacciana della destra. È ora di un tour ucraino per i principali leader del centrosinistra

L’antifascismo un tanto al chilo del campo largo ha scelto di trasformare il nuovo partito di Roberto Vannacci nello specchio di quello che la destra italiana è e non vuole ammettere di essere: fascista, xenofoba, razzista, trumpiana, antieuropeista, nazionalista, populista, omofoba, putiniana. La sinistra, da un certo punto di vista, ha ragione: il modello Vannacci è il peggio che possa offrire la cultura di destra nel nostro paese e ogni simmetria tra la destra di governo e la destra dello sfascio, con o senza “s”, è un punto a sfavore di una destra che sogna ancora di essere a lungo di governo. Nella retorica dell’antifascismo un tanto al chilo c’è però un elemento interessante che viene spesso nascosto e che verrà illuminato nella giornata di oggi quando la maggioranza di governo porterà in Aula il decreto di sostegno all’Ucraina.

La sinistra antifascista, che vede il fascismo ovunque, lo vede anche nelle piazze popolate dai manifestanti di sinistra, tra i quali quando si nascondono i violenti li si definisce sempre complici della destra autoritaria che usa i violenti per giustificare derive autoritarie, tutto organizzato ovviamente, anche i poliziotti picchiati; la sinistra antifascista, si diceva, che vede fascismo ovunque, da molti mesi a questa parte diventa molto timida quando si tratta di combattere una delle ideologie del presente più vicine al fascismo del passato, ovvero il putinismo. E così, mentre la sinistra antifascista accusa la destra di essere fascista in quanto vannacciana, orbaniana, trumpiana, ogni volta che ci si ritrova a parlare di Ucraina si scopre che il giochino su Vannacci costruito dal campo largo diventa come un boomerang, quando si parla di Ucraina. La destra di governo anche oggi, oggi che si voterà tra le altre cose anche per inviare ancora armi all’Ucraina, dimostrerà che sulla difesa di un popolo eroico che si comporta con Putin come facevano i partigiani con Hitler e Mussolini non cederà alla propaganda vannacciana, e anche per questo il governo ha scelto di mettere la fiducia al decreto.

Dall’altra parte invece, il campo largo scoprirà che sul tema più importante che vi è oggi quando si parla di antifascismo alcuni suoi partiti, tutto il M5s, tutta Avs, un pezzo di Pd, hanno posizioni più vicine a Vannacci (e a Orbán) di quanto non ne abbia il centrodestra (che sull’Ucraina continua da quattro anni a votare l’opposto della linea Orbán). Vannacci, come ha ricordato ieri Marina Berlusconi in un’intervista al Corriere della Sera, è certamente lo specchio perfetto per capire tutto quello che la destra deve combattere per non essere populista, xenofoba, fascista. Ma sulla partita più importante che esiste oggi in Europa per difendere la democrazia, quella dell’Ucraina ma anche la nostra, Vannacci è anche lo specchio perfetto di un altro fenomeno: l’incapacità della sinistra di essere un argine all’estremismo, l’incapacità della sinistra di essere un argine contro il populismo, l’incapacità della sinistra di non alimentare un’altra deriva orbaniana di cui Meloni almeno quando si parla di Ucraina è un argine mentre la sinistra pacifista è un moltiplicatore. Il risultato è dunque sconsolante: sull’Ucraina, un pezzo di campo largo, purtroppo non piccolo, è più vicino al fascismo vannacciano di quanto non lo sia il centrodestra. E il ragionamento, purtroppo, non vale solo quando si parla di decreto Ucraina, di invio di armi, di sostegno militare offerto ai partigiani ucraini per difendersi dalle aggressioni dell’esercito russo. Il ragionamento vale anche quando si parla di simboli. Carlo Calenda, leader di Azione, due giorni fa ha invitato i principali leader del centrosinistra, da Giuseppe Conte a Elly Schlein, a fare quello che in questi quattro anni di guerra non hanno mai fatto: andare a Kyiv a onorare un popolo che combatte per la nostra libertà. Per essere un argine al fascismo non basta denunciare chi ha i busti del Duce nel proprio salotto di casa. Occorre fare l’opposto di quello che farebbe un Vannacci: votare sì per le armi in Ucraina, andare a Kyiv a onorare i partigiani della libertà dell’Europa.

  • Claudio Cerasa Direttore
  • Nasce a Palermo nel 1982, vive a Roma da parecchio tempo, lavora al Foglio dal 2005 e da gennaio 2015 è direttore. Ha scritto qualche libro (“Le catene della destra” e “Le catene della sinistra”, con Rizzoli, “Io non posso tacere”, con Einaudi, “Tra l’asino e il cane. Conversazione sull’Italia”, con Rizzoli, “La Presa di Roma”, con Rizzoli, e "Ho visto l'uomo nero", con Castelvecchi), è su Twitter. E’ interista, ma soprattutto palermitano. Va pazzo per i Green Day, gli Strokes, i Killers, i tortini al cioccolato e le ostriche ghiacciate. Due figli.