Il racconto

Meloni spacca il Campo largo sulla sicurezza: propone il patto. Conte apre, Schlein no

Carmelo Caruso

Meloni accelera sul Dl che vuole portare nel Cdm di meroledì e chiede alle opposizione di firmare una risoluzione sui fatti di Torino. Nel decreto tutela penale estesa e fermo preventivo. Il Pd va nel panico e teme il bluff. Conte ne approfitta ed esce per primo. Salvini esulta per i "suoi" provvedimenti

Sono idioti e balordi, ma finiscono a carico della sinistra. Si accelera. Il dl Sicurezza entra nel Cdm di domani. I fatti di Torino, il martello di Askatasuna, cade sulla testa del Pd. Una Caporetto. Meloni spacca il Campo largo. Propone di trasformare l’informativa di Piantedosi (oggi in Aula)  in comunicazioni e farle seguire con una risoluzione  da solidarietà nazionale. Il Pd va in confusione: “E’ una trappola”. Dice Gianni Cuperlo: “Se nella risoluzione c’è il fermo preventivo è invotabile”. Giuseppe Conte, da tattico, brucia Schlein e dichiara: “Se il testo è serio, noi ci siamo”. La telefonata Meloni-Schlein, la richiesta di Schlein di non “strumentalizzare”, si rovescia nel “Meloni ci frega”. L’intuizione è di Meloni-Fazzolari durante un vertice a Chigi. In una nota si propone l’accordo. Ma chi scrive il testo? E’ un modo per prendere tempo, di fronte ai rilievi di Mattarella, ed è un modo per indicare all’Italia che la sinistra è rammollita dinanzi a martello e crudeltà.

 

Sono idioti, ma dire che servono alla destra è una bestialità, a sinistra, per non occuparsene. I fatti di Torino, il video dell’agente preso a martellate, l’aggressione all’agente, offre a Meloni quei requisiti di necessità e urgenza per varare il decreto Sicurezza. L’urgenza è dettata anche, spiegano dal governo, dall’inizio delle Olimpiadi Milano-Cortina. Si va verso un decreto con dentro le tre norme attenzionate dal Quirinale. Salgono i militari in strada fino a 10 mila, come desiderava Salvini, e ci sono anche gli sgomberi che non riguardano solo la prima casa. Entrerebbero nel decreto la stretta sui coltelli, il fermo preventivo a 12 ore,  che ricalca il Daspo, e c’è lo scudo penale che, ripetono da Chigi,  non è scudo penale. I giuristi del Quirinale fino a ieri hanno continuato a dire: occhio. Mattarella, che a Milano, ha fatto visita ai feriti di Crans-Montana, deve “contemperare a diritti e doveri”. E’ la lingua d’argento del Colle per spiegare che lo scudo penale non si può estendere a una sola categoria. Senza giri di parole: il Colle non si oppone al decreto, no, ma “bisogna vedere come sarà scritto. Sta tutto lì”.

  

Oggi si terranno altre riunioni tecniche. Lo scoglio dello scudo penale si dovrebbe superare con una tutela estesa che non riguarda solo gli agenti. Si tratta della “non automatica iscrizione nel registro degli indagati in presenza di cause di giustificazione”. Meloni intravede la possibilità di smascherare le opposizioni, di montare una inattesa campagna, che definisce di verità, contro la sinistra (che ammicca ai centri sociali) contro i sindaci alla Beppe Sala e Stefano Lo Russo che non volevano lo sgombero di Leoncavallo e Askatasuna. E’ una campagna contro il sindaco Lepore e i suoi assessori che a Bologna, dice la destra, “sfilano  a fianco di  sfasciateste”. E’ una campagna contro la magistratura che ha sempre usato la dicitura “tenuità dell’atto”. Da giorni ripetono in Fratelli d’Italia: “Ricordate le canaglie che devastarono la stazione di Milano? Ebbene, sono tutti in libertà”. Durante il vertice a Chigi con Mantovano, Fazzolari, Crosetto, Nordio, i capi di Polizia, Gdf, Carabinieri (Pisani, De Gennaro, Luongo) si mettono a fuoco i rischi di “incostituzionalità” del fermo preventivo ma la tecnica parlamentare è una risorsa, la possibilità di fare scacco matto. Quella di Piantedosi, alla Camera, è un’informativa e non prevedeun voto. Meloni, e si dice che ci sia anche la mano di Ignazio La Russa, è per trasformare l’altra, quella del Senato, in comunicazioni. Per farlo serve però l’unanimità dei capigruppo. Viene fissata una conferenza dei capigruppo al Senato, oggi alle 15, per stabilire se l’informativa resta informativa o diventa comunicazione con risoluzione e voto. L’opposizione va a scatafascio. Angelo Bonelli anticipa che “Meloni lancia appelli su testi ignoti. La sicurezza è il fallimento del governo Meloni”. Il Pd soffre. Sui quotidiani vengono recuperati i riformisti per parlare di sicurezza. A Napoli, Gaetano Manfredi avrebbe tanto da dire, dato che a Bagnoli, i soliti balordazzi dei centri sociali si sono messi in testa di bloccare anche l’America’s Cup. Guardate che sta funzionando. Andatevi a vedere le bacheche social del comitato per il “no” al referendum. Si stanno riempiendo di improperi contro le toghe. Raccontano che Guido Crosetto, che è andato a Torino, insieme a Meloni, sia ancora sconvolto, e preoccupato, assai, di questa “furia selvaggia”. Il Pd finisce schiacciato. La mediazione passa a Francesco Boccia, il capogruppo, il Bravo di Schlein. Per Boccia è un bluff, la trappola, ma sa anche che se il Pd si astiene dal sedersii sarà accusato al solito di ammiccare ai balordi. Italia Viva si smarca per prima e fa sapere che si parte dalla “condanna” per i fatti di Torino e che aspetta di leggere il testo della risoluzione. Passano sette ore dall’invito di Meloni per ricevere una risposta ufficiale del Pd. Ed è questa, targata Pd, dopo l’uscita di Conte: “Serve confronto parlamentare". Una Caporetto.  
 

  • Carmelo Caruso
  • Carmelo Caruso, giornalista a Palermo, Milano, Roma. Ha iniziato a La Repubblica. Oggi lavora al Foglio