pestaggi e polemiche

Chi è Marco Grimaldi, il vicecapogruppo di Avs che, dopo il corteo di Torino, prova a giustificare l'ingiustificabile

Marianna Rizzini

Quarantacinque anni, torinese doc, lunga carriera politica alle spalle. Dice che ha provato "disgusto", ma anche che "Torino sta diventando un laboratorio di repressione come sanno bene i No Tav"

A dispetto della barba nera modello Gennaro Carunchio, il marinaio siciliano comunista che Lina Wertmuller ha reso immortale in “Travolti da un insolito destino nell’azzurro mare d’agosto”, Marco Grimaldi, vice-capogruppo alla Camera per Avs, non capitano né siciliano ma torinese doc (quartiere Vanchiglietta) e socialista per autodefinizione, non se ne va in giro su un gommone in mezzo al Mediterraneo, ma comunque campeggia orgoglioso dal suo sito e dai suoi social, su sfondo rosso, con il pugno orgogliosamente alzato. Solo che, fino a oggi, non era stato travolto da un insolito destino, Grimaldi, ché la sua quotidianità politica trentennale (il deputato ha alle spalle una solida carriera da militante, prima, e da amministratore locale, poi, in tutti i gradi e le sfumature della sinistra-sinistra) era fatta di lotte per il lavoro — e lavoro e lavoro. “Riprendiamoci tutto: ambiente, diritti, salari”, diceva Grimaldi in campagna elettorale, in quel 2022 che ormai sembra lontano e algido come neanche Mariangela Melato, ricca borghese milanese, al cospetto di Carunchio-Giancarlo Giannini. E invece, due giorni fa, poco c’è mancato che Grimaldi finisse travolto dalle polemiche, dopo il corteo pro Askatasuna di Torino in cui un gruppo di incappucciati ha pestato a calci, pugni e martellate l’agente ventinovenne Alessandro Calista.

 

Ed è a quel punto che il pacifista Grimaldi – uomo avvezzo ad andare per fabbriche e piazze per tenere alta la bandiera del rinnovo contrattuale — si è trovato a dover tenere insieme, intervistato da Repubblica (pena la possibile disapprovazione di una piccola parte del suo elettorato, da un lato, e la sicura riprovazione generale del resto del mondo, dall’altro), la condanna nettissima dell’atto violento, e ci mancherebbe (“disgusto”, ha detto Grimaldi descrivendo la scena dell’accerchiamento), ma anche la questione del prima, della causa, dell’origine possibile: lo sgombero dell’Askatasuna stesso. E insomma, è toccato a Grimaldi, ambientalista e pilastro della sinistra-sinistra torinese in tema di salari e tassazione di super-ricchi, paladino del “no” alle “squadracce” targate Ice nelle vie olimpiche, doversi inerpicare per i sentieri impervi del dibattito scomodo, dopo che la procuratrice generale di Torino Lucia Musti ha attaccato “l’area grigia della borghesia colta che giustifica i violenti”. Ovviamente non ce l’aveva con Grimaldi, il quale però, avendo deciso a monte di partecipare al corteo, si ritrova a valle a dover essere uno e trino: da un lato dice chiaramente “a chi ha commesso quel reato”, e lo chiama senza dubbio reato, che “non doveva succedere”, dall’altro che “così si fa il gioco di chi vuole i decreti sicurezza e descrive Torino come il centro dell’eversione italiana”, dall’altro ancora, lungo la scala ascendente dei pensieri che tutto tengono insieme ma chissà come, che Torino “sta diventando un laboratorio di repressione come sanno bene i No Tav e come abbiamo visto con il caso Shahin” (Mohamed Shahin, imam della moschea di San Salvario a Torino) per “prendersi lo scalpo di Torino per via militare, e magari giustificare una prossima Minneapolis anche in Italia”.

  

E qui si fermano le parole (di Grimaldi), ma chissà d’ora in poi come parleranno i fatti: il deputato scenderà di nuovo in piazza, dice, pacificamente, e ci mancherebbe, descrivendo il corteo di sabato come una sorta di Eldorado di famiglie e anziani, fatta eccezione per lo spezzone violento incriminato, e rivendica dunque la partecipazione (nulla di cui vergognarsi), condannando la “repressione del dissenso”. Con Askatasuna, dice anche, negli anni ha spesso discusso. E però oggi inizia a comparire chi, anche a sinistra, seppure spesso sottovoce, invoca lo stop alla “complicità”: non sarebbe ora di dissociarsi preventivamente, invece che successivamente, e magari scegliere le manifestazioni dove andare e quelle dove non andare, è il quesito che aleggia sottotraccia in una parte dell’opposizione? Intanto, però, l’interrogativo ha investito chi si è trovato, come Grimaldi, a dover trovare una ragione che una ragione non ce l’ha, per parafrasare Vasco Rossi, e a dover giustificare a monte l’ingiustificabile a valle. Cosa che certo non capita quando il nemico appartiene con nettezza al campo opposto, vedi il delirio dei nazi-remigrazionisti vannacciani fuori dalla Camera (bannati pure a destra, venerdì) e che forse non era mai accaduta quando, durante le occupazioni all’università, quando Grimaldi ha iniziato la sua attività politica, non ci si doveva preoccupare di dover spezzare il capello in otto: erano tempi di dieci domande a Silvio Berlusconi. In confronto, un azzurro mare d’agosto. 

 

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  • Marianna Rizzini
  • Marianna Rizzini è nata e cresciuta a Roma, tra il liceo Visconti e l'Università La Sapienza, assorbendo forse i tic di entrambi gli ambienti, ma più del Visconti che della Sapienza. Per fortuna l'hanno spedita per tempo a Milano, anche se poi è tornata indietro. Lavora al Foglio dai primi anni del Millennio e scrive per lo più ritratti di personaggi politici o articoli su sinistre sinistrate, Cinque Stelle e populisti del web, ma può capitare la paginata che non ti aspetti (strani individui, perfetti sconosciuti, storie improbabili, robot, film, cartoni animati). E' nata in una famiglia pazza, ma con il senno di poi neanche tanto. Vive a Trastevere, è mamma di Tea, esce volentieri, non è un asso dei fornelli.