Ansa
Oltre la forza urlata e muscolare
Rutelli indica la via del "soft power", potere dolce da calare nella politica truculenta di oggi (centristi italiani intendano)
Alla settima conferenza del "Soft power club", l'ex ministro parla del fattore misterioso che "misura" la competività di un paese attraverso reputazione e persuasione: “Il soft power non è una velleitaria, astratta o moralistica alternativa all’hard power, ma il complemento che può indicare strade nuove”
Nel mondo in cui tutto è muscolare, divisivo e bipolare si aggira una forza dolce e agile, il soft power. Ce la racconta Francesco Rutelli, fondatore e presidente dell’associazione “Soft Power Club”, ex sindaco di Roma, ex ministro dei Beni culturali, già presidente Anica e pilastro di un centrosinistra in cui non esercita più ruoli politici ufficiali, ma a cui molti guardano come a un nume tutelare, specie in tempi di anelito alla ricostruzione di un “centro” (e di un baricentro). Reduce dalla settima conferenza di “Soft Power Club”, Rutelli parla del fattore misterioso che misura la competitività di un paese attraverso parametri che si chiamano stabilità di governo, investimenti in istruzione, digitalizzazione, esportazioni, marchi, brevetti, cultura, risultati sportivi – e che genera un valore economico al di là di quello che avviene sulla scena politica.
E’ un percorso parallelo a quello che porta un paese a esprimersi attraverso l’hard power, la forza-forza che vediamo scatenarsi sullo scenario internazionale. Sembra un potere magico, se si guarda agli opposti pupulismi urlanti in azione in Italia, ma non è intangibile. Anzi: ieri Rutelli ha presentato il “Soft power index” ideato da Serhan Cevik, Senior Economist del Fmi. Com’è nata l’idea? “Abbiamo iniziato nove anni fa, in un mondo totalmente diverso, colpiti dallo studio di Joseph S. Nye, inventore del concetto di soft power come potere di ottenere risultati anche nell’interesse nazionale attraverso la persuasione e la reputazione anziché attraverso la coercizione, in una fase storico politica in cui c’era un solo protagonista della politica mondiale, gli Stati Uniti, allora interessati a non presentarsi soltanto come imbattuto gendarme ed egemone attore economico”. Oggi invece c’è Donald Trump. “Ed è proprio oggi che dobbiamo essere consapevoli che il soft power non è una velleitaria, astratta o moralistica alternativa all’hard power, ma il complemento che può indicare strade nuove”. Difficile, forse, in un’Europa minacciata.
“Nessuno può pensare che oggi l’Europa possa fare a meno di una politica di difesa. E nessuno può fare a meno di politiche per la sicurezza, ma rinunciare alla reputazione sulla scena internazionale e agli organismi di collaborazione multilaterale significherebbe avallare un suicidio collettivo”. Gli organismi internazionali sono in crisi. “Perché spesso si sprecano inutilmente energie alla ricerca di accordi utopistici, persi in esercizi puramente retorici o descrittivo-analitici che allontanano la soluzione del problema. Ed ecco che entra in gioco il potere della reputazione, tanto più forte per le nazioni che valorizzino gli elementi del soft power, vettore di grandi benefici economici in una scena in cui non esiste più il potere egemone degli Stati Uniti. Basti guardare all’esempio parallelo di una politica estera dominata dalla minaccia dei dazi di Trump e viceversa alimentata da accordi commerciali come quello Ue-India, e proprio negli stessi giorni”. C’è anche un fattore AI, soft e hard power al tempo stesso. “L’allarmismo non serve”, dice Rutelli, “l’AI è qui per rimanere e svilupparsi. Dobbiamo imparare a usarla anziché accettare come veri tutti i deepfake del mondo, dotando la cittadinanza e i governanti di strumenti atti a giudicare e a proteggersi dalle ingerenze o dalle applicazioni distorte in campo bellico, a partire dalla moltiplicazione di strumenti di ciber war e guerra biologica. Ma questo non significa dire che non si debba usare la AI per i sistemi d’arma, per esempio sui droni o per i sistemi di difesa in Ucraina”.
Come calare il soft power nell’esacerbata scena politica italiana? Possono farlo gli aspiranti cercatori di un nuovo centro che spesso evocano Rutelli come ispiratore? “Ho lasciato la politica, ma ho il privilegio di aver unito, durante la conferenza sul soft power, esponenti di ogni schieramento. Beh, hanno trovato momenti di convergenza, forse perché l’argomento esula dalla polarizzazione estrema, ma se troviamo ‘palestre’ in cui si possa esercitare un minimo di razionalità potrebbe rivelarsi utile, anche se non è dimostrato l’eventuale vantaggio elettorale”. “Il vero potere della persuasione, piuttosto”, dice Rutelli, “va usato per far tornare a votare quindici milioni di italiani che non votano più”. Chi può farlo? “Potrebbe rivelarsi una sorpresa chi, nel panorama politico, riesca a sottrarsi a questa iper-polarizzazione. Forse troverebbe il modo di convincere una parte del 40-50 per cento di astenuti”. Si vedono intanto manifestazioni di sguaiato hard power durante la campagna referendaria. Rutelli per chi voterà? “Non mi pronuncio”, dice. Per ora.